domenica 29 ottobre 2017

Paolo Cognetti - Le otto montagne

Cognetti Paolo – Le otto montagne

Vincitore del premio Strega, una lettura d’obbligo.

Quando ho letto l’incipit “Mio padre aveva il suo modo di andare…” mi sono bloccato: “Mio Dio, un’altra autobiografia! E’ un’epidemia!” 

Vero, ma probabilmente c’è autobio e autobio, c'è l'autobiografia autentica e quella usata solo per scrivere in prima persona che è bello, più emozionante, identificatorio. E questa è una di quelle buone, non pedisseque, profondamente sentite. Non è occasione per l’autore per incensare se stesso, né per semplicemente descrivere la sua famiglia (cosa inevitabile) ma per analizzare a fondo il rapporto con un padre autoritario e impositivo. Rapporto che si è tradotto in una passione magica per la montagna, per le altitudini, per le solitudini severe delle vette.

Questa passione contagia lui, Pietro, ragazzo nato in città e lì sempre vissuto, ma coinvolge anche la madre che, dopo un’attenta ricerca affitta una casa a Grana, un paese quasi abbandonato e diruto nel comprensorio delle Alpi del Monte Rosa, in una valle scoscesa e oscura dove scorre un torrente a cascate e rapide, giù verso la pianura. In questo paese non abita quasi nessuno e, per Pietro, preadolescente affamato di amicizie estive, è quasi fatale conoscere e frequentare un ragazzetto rustico e quasi selvaggio, pastorello e, poi, dietro le orme del padre, muratore e “faccio un po’ di tutto” per sbarcare il lunario. Si chiama Bruno, è un ragazzo abile e inquieto, ma sensibile per cui la famiglia quasi lo adotta, lo fa studiare fino alla terza media, grazie alla mamma di Pietro, lavoratrice nei servizi sociali.

L’amicizia tra Pietro e Bruno si sviluppa nei mesi estivi, quando la famiglia raggiunge Grana per le vacanze  e il padre si ferma solo per le sue ferie. Ovviamente ferie condotte nel segno della ricerca di nuove vie su per la montagna, nuovi alpeggi  e nuove vette su per il Grenon, da dove ammirare lo spettacolo del prospiciente Monte Rosa. A poco a poco avviene una “trasmigrazione” di ruolo, dal padre  a Bruno che conosce quelle montagne e quegli alpeggi come le sue tasche. D’estate uno zio di Bruno pascola una mandria su in alto in un alpeggio dove anche Bruno si ferma  a lavorare.

In questo modo la conoscenza della montagna si fa sempre più profonda per Pietro anche se a intervalli lunghi per la frequenza della scuola.

Poi improvvisamente il padre muore per un infarto in autostrada e la madre non interrompe la vita a Grana. Il padre ha lasciato un’eredità misteriosa e inaspettata per Pietro: una casetta, un rudere in  alto dopo gli alpeggi. Pietro riesce a rintracciarla grazie a Bruno che conosce il territorio palmo a palmo. E’ veramente un mucchio di sassi sotto un dirupo roccioso cui appare appoggiato. Un nome: barma drola (roccia strana). Bruno e Pietro non hanno dubbi: approfittando dell’abilità muraria di Bruno restaureranno la casetta con nuovi materiali e ne faranno una loro base, un punto di appoggio. Con lunghe giornate di lavoro e l’aiuto di un mulo per il trasporto dei materiali su è giù per il sentiero l’opera è terminata con soddisfazione. Rimarrà aperta come rifugio per i montanari in nome del padre.

Questa la traccia del libro di cui non rivelo il finale e molti dettagli importanti ai fini della comprensione anche del titolo: le otto montagne.

“Le otto montagne” è un romanzo di formazione: la montagna è un modo di vivere l’esistenza: un modo insegnato rudemente dal padre e modellato dall’amicizia, vera, profonda, ineguagliabile tra i due “ragazzi”, sempre più simili tra loro, nonostante la distanza delle origini  che li separa, distanza  annullata dalla passione e dalla ricerca dell’assoluto.

Dopo il romanzo di La Gioia che non è riuscito a smuovere le corde del mio animo e la monumentale opera di Albinati che ho apprezzato ma che mi ha anche esaurito, estenuato, il premio Strega sembra, con questa edizione 2017, aver trovato un giusto equilibrio: uno scrittore semplice e piano, una capacità di emozionare senza strafare, una lingua perfetta, uno scenario incantevole.

Bravo Cognetti. Premio meritato.


Amoproust, 30 ottobre 2017

lunedì 16 ottobre 2017

Educazione di una donna di Elisabeth Percer

Elisabeth Percer – Educazione di una donna

Circa un mese fa ho ricevuto un plico, un “piego libro”, molto malmesso e stazzonato, stracciato tanto da far pensare  a una violazione postale. Il volume usciva dalla busta, mostrando il suo dorso, integro ma sciupatello. Il plico era da me atteso perché la gentile mittente mi aveva anticipato il suo arrivo, ma quasi  non me ne ricordavo più, lo pensavo già perso nei meandri oscuri delle Poste italiane. La data del timbro sul francobollo infatti parlava di un viaggio di 45 giorni: non male per un percorso Roma - Varallo Pombia… Un pellegrino romeo c’avrebbe messo di meno.  Stavo già leggendo la Grandes (ultimo commento) per cui misi il volume in lista d’attesa, scavalcando indelicatamente qualcos’altro. Ma in qualche modo dovevo rimediare, presso la mia amica mittente, lo sgarbo postale.

Dopo la lettura delle prime pagine mi sono detto “Cos’è? Uno scherzo? Ma questo non è un libro per me! Già.. un’autobiografia femminile, la casa dei Kennedy, interni familiari…” Ma  mi dissi anche che se la gentile mittente aveva pensato a me, una ragione ci doveva essere e doveva essere solida, così mi sono imposto di superare le prime resistenze a andare avanti. Ho fatto bene, ho scoperto una scrittrice di notevole spessore e qualità e mi si è aperto un mondo sconosciuto, tutto al femminile. Non si pensi a toni tipo Delly, Liala o romanzi rosa: tuttaltro! Un percorso di vita affrontato con grinta e determinazione, un viaggio verso la sofferenza e che solo attraverso la sofferenza trova un riscatto e una ragione di vita.

L’autobiografia di Naomi passa attraverso diversi momenti: l’infanzia con la conoscenza di Teddy, l’imprintig della vera amicizia troncata violentemente dalla decisione della madre di lui, dopo la morte del marito, di trasferirsi altrove; l’adolescenza, tutta consumata nel Vellesley college, un’istituzione d’eccellenza per donne aspiranti all’eccellenza (e il nucleo della formazione di Naomi sta qui); la scoperta della malattia di Teddy, il suo ritorno straziante nell’animo di Naomi; la morte della mamma e  la maturità con la scoperta del vero amore di Art. 

Impossibile trasmettere la valanga di emozioni e di sfumature che contraddistinguono il romanzo della Percer. E’ una scrittrice formidabile che, con una prosa lineare e priva di qualsiasi tipo di enfasi, descrive “l’educazione di una donna” la vera educazione: le frustrazioni, i successi, le umiliazioni, i sentimenti più diversi di una vita intera.

Il tono del libro e l’atmosfera del college campus rimandano a un clima quasi ottocentesco. Sorprendente. La vicenda si svolge negli anni novanta, ma l’immaginazione ci trasporta in ambienti claustrali “antichi”. Chiudo gli occhi e vedo gli edifici del college costruiti in mattoni rossi e con gusti goticheggianti, lunghi ambulacri dai soffitti altissimi, finestroni ad arco acuto, mobili in legno  massiccio dal colore scuro. Monasteri. Chiostri.  E vedo le ragazze degli anni ’90 in divisa da college, indisciplinate forse, ma rispettose dei luoghi e della loro quasi sacralità. E, nel romanzo stesso, non ci sono echi della contemporaneità, di niente che sia il mondo esterno. Il college è blindato, si parla solo di scienza, di lettere e di Shakespeare soprattutto. Il tono dei docenti e della preside è un tono antico, con echi da liturgie medievali, senza alcun cedimento alla modernità.

La massima aspirazione delle ragazze sembra essere quella di far parte della Shakes, un gruppo ristretto ed elitario che si diletta di mettere in scena drammi e tragedie di Shakespeare, dall’Amleto al Re Lear, alla Tempesta e anche opere minori. Una vera iniziazione riservata  a poche. E, pensandoci dall’esterno, molto strana. Perché Shakespeare e non qualcosa di più attuale? Sarebbe come pensare in Italia a un campus universitario che mette in scena tragedie del cinquecento…nel linguaggio austero e quasi “comico” del cinquecento. 

Naomi ne entra  a far parte, trascinata da amiche, ma non sembra che la cosa la soddisfi appieno. Lo straniamento è proprio questo: si tratta Shakespeare ma si beve molto, si fanno festini e non manca il sesso. In questo contesto di camuffamenti e maschere, di feste alcoliche Naomi ha infatti la sua prima esperienza sessuale, consumata con un professore anonimo mascherato: esperienza deludente, soprattutto quando Naomi scopre che il suo seduttore è un docente da lei poco stimato, anzi denigrato. Una prima esperienza sessuale traumatica, mortificante.

Il clima delle Shakes è difatti torbido, costellato di invidie, inimicizie e sospetti reciproci. Molti commentatori vedono nelle Shakes il fulcro del libro. Per me non lo è affatto, anche perché non si capisce dove stia l’eccellenza. Le Shakes mi sembrano (è un mio pensiero) la parodia trasgressiva della cultura, quasi una profanazione.

Naomi non compie la sua maturazione nelle Shakes, ma attraverso le molteplici sofferenze che la vita le offre: la malattia del padre, malandato di cuore. La tragedia della depressione della madre, culminata in un tumore cerebrale che la porta alla morte. La vicenda di Jun, l’amica giapponese ingiustamente accusata e costretta alle dimissioni. Infine la “batosta” della riscoperta dell’amico Teddy, malato e internato in una specie di casa per malati mentali. Sono tappe cruciali capaci di demolire qualsiasi resistenza. Infine la vita offre a Naomi la rinascita con l’amore di Art.

L’insegnamento del libro (ahi, quanto detesto questo moralismo! Se non insegnamento logica conclusione, deduzione) è uno solo: non si cresce se non passando attraverso la sofferenza. 

“Il primo tocco che molti di noi sentono (tutti?) è quello del dottore, che ci strappa da nostra madre così che possiamo diventare noi. E allora piangiamo, addolorati. E respiriamo.
La vita si annuncia con la sofferenza e la separazione. La Percer ne è convinta e la biografia di Naomi ci trasmette il messaggio che nessun traguardo è facile  e gratuito, ma costa lacrime e sangue.


Amoproust, 15 ottobre 2017

sabato 7 ottobre 2017

Almudena Grandes – Inés e l’allegria.

1944. La guerra di Spagna ha visto la definitiva vittoria dei franchisti e la disfatta dei repubblicani. La Francia meridionale, che gravita attorno a Tolosa, rigurgita di esiliati e rifugiati politici che sperano in un intervento degli alleati (ormai vincitori della guerra contro Hitler) per liberare anche la Spagna dal fascismo. Ma gli equilibri internazionali, il voltafaccia di Stalin e del Partito comunista spagnolo, in perenne conflitto tra la fedeltà a Mosca e la liberazione della patria, impediscono un deciso intervento antifranchista.

Ma c’è chi ci prova, fidando sulla forza dei battaglioni partigiani e su una sollevazione spontanea della popolazione, stremata dalla dittatura. Così avviene l’occupazione della valle di Aran, un cuneo nei Pirenei spagnoli che punta deciso verso Madrid. Gli uomini che guidano questa occupazione sono comunisti ardenti, “rossi” antifranchisti decisi a tutto, solidali fra loro, motivati. Sarà un fallimento, gli spagnoli guarderanno questi partigiani come dei pazzi, chiuderanno porte e finestre, non li sosteranno.

Inés è la sorella di Ricardo, falangista. Si ribella alla famiglia, subisce una lunga vicenda di prigionia e isolamento in un convento di suore, e, in seguito a oscure vicende tra cui un tentativo di suicidio, Inés trova una spalla inaspettata nella cognata Adela. Quando i “rossi” occupano la valle d’Aran ne approfitta per fuggire a cavallo per raggiungere Bosost, località diventata la provvisoria “capitale” dell’insurrezione. Donna tra migliaia di uomini, diventa la cuoca del comandante Lobo e del suo stato Maggiore, rivelandosi un genio della cucina.

Ma qui scoppia, meglio deflagra l’amore tra Inés e il capitano Galan, capo di una coloratissima compagnia di antifranchisti. D’ora in poi la vicenda è chiara: l’amore tra Inés e Galan domina la scena sullo sfondo delle varie vicende della valle d’Aran che si concludono in un fallimento e la mesta ritirata in Francia a Tolosa. Qui Inés inizia la sua vera carriera come cuoca (aprendo ristoranti della “migliore cucina spagnola in Francia”) e seguendo le vicissitudini degli esuli spagnoli che cercano di infiltrarsi in Spagna per mantenere vivo l’antifranchismo e il desiderio di ribellione.

Che dire di questo voluminoso romanzo della Grandes (più di 700 pagine) che, nel progetto dell’autrice doveva essere solo uno dei sei grandiosi romanzi dedicati alla Spagna e all’antifranchismo?

La prima parola che viene in mente è negativa: eccessiva prolissità. Ma subito penso che così sono ingeneroso, perché il romanzo è bello, con pagine straordinarie: alcune proprie dell’amore tra Galan e Inés, altre, forse più ironiche dedicate ai compagni d’avventura, tutti con i loro tic, le paure, l’eroismo della dedizione alla causa e infine la cucina di Inés che costituisce l’allegria e riempie di aromi e sapori l’avventura dei partigiani e degli esuli.

Indubbiamente il romanzo è appesantito dalle lunghe digressioni storiche sulla repubblica spagnola e sulla guerra contro Franco, ma soprattutto dalle analisi politiche delle vicende del PCE, del suo rapporto con l’Unione Sovietica, l’intreccio della Pasionaria Dolores Ibarruri, le sue vicende d’amore, la storia di Antonio Monzon e di Carmen De Pedro, nomi storici del partito e della lotta antifranchista. Dove queste note si intrecciano con la vicenda del romanzo, tutto è giustificato, ma dove la pagina narrativa diventa saggio storico o biografico e, anche discorso politico, quasi comizio, ebbene c’è una stonatura. Si impara molto su una pagina di storia spesso dimenticata (soprattutto in Italia) ma la narrazione ne risulta diluita, quasi l’autrice senta il bisogno di dichiarare la “realtà-verità” della vicenda incistandola nella Storia con la esse maiuscola. Non ce n’era bisogno, ci sono i saggi storici, la narrazione si regge benissimo da sola.

Bella la conclusione. I “vinti” della guerra civile e della disgraziata invasione della valle d’Aran continuano a lottare per tutta la vita. Inés è socia della Taberna spagnola in Tolosa punto di ritrovo e di passaggio degli esuli spagnoli fino alla morte di Franco (1977).  Tutti si potranno riabbracciare ormai in età matura  – esuli e infiltrati in Spagna – a Madrid, trovando però un paese diverso da quello per tanti anni sognato. Certamente un paese non comunista, non “rosso”.

La Grandes è una grande scrittrice: passionale, irruente, generosa, mai rassegnata e depressa. Lo stile si amalgama ed è una stessa cosa con il contenuto, segnato da una forte passione politica, civile e umana.

L’amore di Inés e Galan, forte e resistente per una vita intera è una vicenda indimenticabile della letteratura romantica mondiale.


Amoproust, 8 ottobre 2017

Di questa autrice ho commentato in questo blog anche il romanzo "Cuore di ghiaccio" (giugno 2015)

sabato 9 settembre 2017

Angeles Mastretta - Donne dagli occhi grandi

Interludio

Chiedo scusa ai miei pochi e affezionati lettori se non mi sono più fatto vivo con le mie letture  e recensioni.
E’ stata per me un’estate diabolica e rovente non solo per il caldo, la siccità ma soprattutto per vicende personali che mi hanno addolorato, depresso e svuotato. Ho letto sì ma distrattamente e, per congettura, anche questa diabolica, testi sgradevoli, che non mi hanno dato alcun piacere. Colpa dei libri o del mio stato d’animo? Non lo so.
Di questi testi non intendo parlare. Il primo “Corruzione” di Don Winslow  è un inno alla malvagità e al cinismo dell’agire. Forse non era questa l’intenzione dell’autore, ma l’esito di fatto. Piacerà come testo ai patiti del poliziesco ma questo libro non ha nulla a che fare con la letteratura.
Il secondo è di un grande autore Jonathan Coe. “La banda dei brocchi” forse perché opera ancora immatura, forse di nuovo per la mia provvisoria incapacità di intendere, non mi ha dato alcun piacere. Scombinato, a volte retorico, melenso nel finale… insomma altra cosa dai libri noti di Coe.
Il terzo è stata una sorpresa. Un testo di una scrittrice messicana di cui, invece intendo parlare. E sarà la mia prossima recensione.
Amoproust, 9 settembre 2017

Angeles Mastretta – Donne dagli occhi grandi

Un’indicazione, una veloce ricerca su Internet, una scoperta. 
Nulla sapevo di quest’autrice messicana contemporanea, che certamente appartiene alla schiera delle grandi donne della letteratura e alla capacità, tutta sudamericana, ladina, di far vivere nella scrittura, sentimenti, passioni, emozioni.

Come suggerisce il titolo non si tratta di un romanzo (l’autrice ne ha  scritti) ma di ritratti: profili di donne di Puebla, che affettuosamente l’autrice chiama zie, mai donne qualunque, ma donne accomunate dalla fierezza di essere tali, dalla determinazione nel raggiungere obiettivi, dalle invincibili passioni violente e irriducibili, dal sentimento orgoglioso del proprio io.

Ritratti scritti sulla carta ma che sono piuttosto o pitture realizzate a pennellate violente e cariche di colore o piuttosto sculture a tutto tondo create con forti scalpellate e martellate così che ne esca un volto fiero e scavato, un busto scanalato, una statua abbozzata ma che già dice tutto del soggetto.

Pochi sanno usare la penna come uno scalpello così come riesce a Mastretta. Le donne dagli occhi grandi sono capaci di guardare oltre, al di là del quotidiano, sempre pronte a cogliere la creatività della vita, sempre con un piglio deciso e irrispettoso delle convenzioni e delle regole.

I profili di queste donne sono tanto diversi nei dettagli e nelle particolarità che le contraddistinguono quanto uguali nella stilistica umana e caratteriale. Si assomigliano perché sono espressione del femminino ardente e prepotente della donna messicana.

Profili da leggere e su cui riflettere: una galleria unica in cui si concretizza l’anima e lo stile di Angeles Mastretta.

Questa autrice ha scritto anche romanzi e una raccolta di profili maschili titolata “Mariti”. Sull’onda dell’entusiasmo per la lettura di “Mujeres de ojos grandes” ho iniziato la lettura di “Strappami la vita” (Arrancame la vida) romanzo d’esordio del 1986, ma ne sono rimasto deluso. Come mangiare un piatto insipido dopo una pepata di cozze. Ma la Mastretta è sicuramente capace di usare la penna come poche sanno fare. Merita un atto di fede. Ci riproverò.

Amoproust, 9 settembre 2017


mercoledì 28 giugno 2017

Sulla strada di Jack Kerouac

Jack Kerouac – Sulla strada

Riprendere in mano e rileggere un classico degli anni sessanta è piacevole ma anche struggente e alquanto triste. Cosa rimane nel mondo di oggi, nell’America di Trump, del ribellismo della beat generation e dell’entusiasmo distruttivo nei confronti della società irreggimentata e servile degli anni ’50?

Nulla.

“Sulla strada” è l’epopea selvaggia dei giovani che non volevano farsi ingabbiare dalle regole del postbellico American dream, con il caldo e comodo posto di lavoro fisso, la casetta con il giardinetto, l’automobile nel vialetto, una moglie devota e una schiera di marmocchi da allevare. Meglio l’irregolarità, lo sballo, la ricerca continua del nuovo anche se indeterminato, la strada appunto. La strada come simbolo dell’eterno andare, viaggiare, perdersi. La strada qualunque essa sia come alternativa alla stabilità urbana, noiosa, ripetitiva, omologante: “la nostra unica e nobile funzione nel tempo: andare”.

Tutto ciò contrapposto “all’assoluta pazzia e il fantastico andirivieni di New York con i suoi milioni e milioni di uomini che si prendono a gomitate all’infinito fra di loro per un dollaro. Il pazzo sogno: afferrare, prendere, dare, sospirare, morire, solo per poter essere sepolti in quell’orribile necropoli dietro a Long Island City”.

L’eroe assoluto di questa epopea è Dean, amico della voce narrante Sal Paradiso (alter ego dell’autore) e personaggio irriverente, straripante, irrequieto e instabile, portatore primo del morbo del “viaggio”. Non importa dove si va, dall’est all’ovest o al contrario dello sterminato continente americano, dal Nord al Sud fino al profondo caldo soffocante Messico. L’importante è andare, vivere come si può, di espedienti, disperdere interi patrimoni, senza cura di nulla e, nell’andare prendersi tutto ciò che la vita offre in termini di piacere e di esperienza. Non importa proprio nulla: come si è vestiti, come e cosa si mangia, come e con che mezzi si viaggia, non importano neppure le donne che si incontrano e con cui si amoreggia, si scopa senza mantener fede ad alcun legame affettivo. 

Il disordine e lo sporco, la promiscuità e la mancanza di ogni regola civile sembra essere il costante sfondo di questa vita selvaggia e  incoerente, senza alcun fine se non l’ “andare”.

Nel libro di Kerouac c’è un’ideologia: la ribellione, come si è detto all’ “american way of life” in nome di un sogno libertario intessuto di amicizia e ricerca dell’autenticità contro l’ansia e il male di vivere della società borghese. E strumento di questa ribellione è l’insensato concedersi ad ogni forma di rovesciamento dei valori borghesi, comprese le pericolosissime fughe offerte dall’alcool (a fiumi!), dalle droghe, gli ingegnosi trucchi (compresi i furti e i passaggi illegali sui mezzi di trasporto) per sopravvivere.

Ma in questo libro c’è molta bellezza: il valore assoluto dell’amicizia, la solidarietà tra uguali. Il senso della natura che straripa, appena possibile da bellissime descrizioni incantate e struggenti. Il riconoscimento del diverso, l’abbattimento delle barriere sociali, etniche, il valore dell’umanità come “fratellanza universale”. In questo libro non ci sono nemici contro cui combattere, ma solo persone da conoscere e, se possibile, amare.

C’è poi un negativo – possiamo dirlo – storico, prefemminista. Le donne non sono mai protagoniste, ma solo e sempre strumenti, oggetti anche d’amore ma quasi sempre di un amore passeggero. I legami sono incompatibili con “la strada”, i legami fermano, frenano e la famiglia è un legame insopportabile.

Vorrei citare poi il bellissimo finale di questo libro, finale che mi ha incantato. L’approdo in Messico, l’incontro con quella società diversissima e meravigliosa, quasi un Eden primitivo  e selvaggio. Dove non “c’è nulla di stabile”. 
Sal si ammala, è scosso dalla febbre e dai crampi, ma Dean, l’amico di sempre lo abbandona, in nome della strada. “Quando migliorai mi resi conto che mascalzone fosse, ma poi dovetti immedesimarmi nelle impossibili complicazioni della sua vita, come fosse stato costretto ad abbandonarmi laggiù, ammalato, per tirare avanti con le sue mogli e i suoi guai “Ok vecchio Dean, non dirò nulla”.

L’addio definitivo poi a New York. Sal sembra stanco, distrutto mentre…
“Il vecchio Dean è partito… Cencioso in un cappotto tarmato che s’era portato apposta per il clima rigido dell’est, s’allontanò da solo e l’ultima volta che lo vidi fu mentre svoltava l’angolo della settima Avenue, gli occhi fissi sulla strada davanti a sé, e di nuovo tesi verso di essa.

“Il vecchio Dean è partito” pensai, a ad alta voce dissi “Gli andrà bene”.

Sulla strada si trova solo e sempre il bene.


Amoproust, 28 giugno 2017

martedì 30 maggio 2017

Maldini Sergio – La casa a Nord-Est

Un libro acquistato per curiosità in libreria su consiglio di un’amica. Una lettura datata (il volume è uscito nel 1991) che ha vinto il premio Campiello nel ’92 e altri riconoscimenti. Non conoscevo l’autore ma è stata una scoperta interessante.

Non userò toni superlativi perché la mia valutazione è oscillante tra un buon giudizio e qualche perplessità. La positività del libro è nell’intento narrativo: la celebrazione delle proprie radici ritrovate, la scoperta dell’amore “maturo” e l’inseguimento delle proprie illusioni, concretizzate in una casa rustica in Friuli, estremo lembo orientale della penisola, terra di confine, popolata di caserme  e di soldati, terra bassa, quasi immobile nel tempo. 
Trovo negatività invece in un linguaggio ampio, ma un po’ aulico e ricercato, quasi artificioso e in inserimenti, nel filone principale della storia di avvenimenti costruiti.  Ma veniamo al racconto.

Marco Gregori è uno sceneggiatore della Tv, vive a Roma con una moglie  e un figlio adolescente, ma è insoddisfatto, anche se la sua vita scorre pacifica, senza particolari scosse  e turbamenti. La grande città lo soffoca, sogna di tornare nella sua terra di origine, il Friuli, che nostalgicamente sogna e rimpiange. E’ una specie di magia, di sogno che si concretizza nell’acquisto di un grande rustico da ristrutturare in quel di Varno, piccolo centro della bassa friulana, nei pressi del Tagliamento. Una terra da un lato desolata e quasi desertica, dall’altra popolata di fantasmi storici, dai longobardi a Napoleone.

E qui entrano in scena gli abitanti di questi piccoli centri agricoli: nobili, architetti, contadini, artigiani accomunati dall’amore per il Friuli, orgogliosi di appartenervi, ma chiusi in caste rigide e che si frequentano in cene rituali, in eventi cadenzati e quasi liturgici. Su tutti domina la “principessa” Maria Luisa Sabot-Magnelli un’aristocratica colta e aperta, una feudataria attenta al territorio che non venga invaso da stranieri esotici. Così Marco che vuole acquistare un suo rustico abbandonato ma segnato da passaggi storici (si parla di una casa adibita ad amori ancellari del Bonaparte) deve subire una specie di esame di “attitudine” ad abitare lì. Non è facile appartenere a questa piccola società composita, bisogna esserne degni.

Marco riceve il benestare della “piccola società friulana” (che tanto mi ha ricordato il cenacolo della Verdurin di Proust) e mentre procede alla ristrutturazione di questo rustico immenso (con precise raccomandazioni- ordini all’architetta racchiuse in una lettera un po’ vaneggiante scritta da Roma) si innamora di un’ aristocratica del circolo, la Bellavitis  e con lei vive un’intensa e contrastata storia d’amore. Come si concili questa storia (di per sé fulgida e straziante nelle sue contraddizioni) nella vita “ufficiale” di Marco  a Roma, dove una solerte moglie Martina lo aiuta  a scegliere l’arredamento del rustico friulano, non si comprende dal libro. Le ama tutte e due? Lui dice di sì, ma di fatto tutto il suo cuore è per Antonia Bellavitis, non c’è spazio per Martina, se non di tipo schiavistico e subordinato. E’ un aspetto del libro che non mi ha soddisfatto non per pruriti moralistici piccolo borghesi ma per la totale assenza di problematizzazione e di conflitto nell’esclusione della compagna ufficiale dalla sua vita vera.

La ristrutturazione del rustico procede, lo si inaugura ufficialmente con una recita  teatrale nella barchessa (una commedia in dialetto e dei monologhi dei vari personaggi della piccola società dove ciascuno svela un po’ della sua identità).

Questa recita teatrale un po’ barocca sa di falso e di inautentico: mi dispiace per l’autore ma il ritmo narrativo della vicenda qui si incaglia e svela la sua fondamentale “teatralità”: tutto è commedia e dramma, sogno e irrealtà.

Il finale è a sorpresa, non lo racconterò per non essere palesemente indiscreto. Anche questo è teatrale, al limite del paradosso.

Comunque perdonatemi l’estrema cattiveria con cui ho fatto le pulci  a un libro tutto sommato piacevole e che ha nella mitizzazione delle origini e della terra friulana il suo nucleo fondante.


Amoproust, 30 maggio 2017

venerdì 21 aprile 2017

Nel guscio - Ian McEwan

Ian McEwan  - Nel guscio

Questo libro si regge su una finzione paradossale: un feto in attesa di essere partorito parla, comunica con l’esterno attraverso il corpo e le sensazioni della madre, previve, attende la sua nascita come un evento sperato e temuto allo stesso tempo. E’ “nel guscio” ma, come dice l’immagine in copertina, spia il mondo esterno e lo commenta. E’ un mondo terribile e pericoloso dove di invitante c’è solo l’autonomia e la fine della dipendenza da un cordone ombelicale che gli comunica “tutto” di sua madre che ama e odia allo stesso tempo.

Il feto parla come un adulto superevoluto e supercolto. E’ di fatto la controfigura dell’autore che vive se stesso in attesa di una nuova nascita. L’evento più temuto e paradossale è la fine dell’amore tra la madre e il padre e la scelta della madre di un nuovo compagno nella figura molesta e irritante del fratello di lui, suo zio, lo zio Claude. Terribile: negli incontri sessuali dei due il feto sente pulsare il membro di Claude presso la sua testa ormai rivolta verso la cervice uterina: lo odia ma non può farci nulla, lui è in balia di Trudy, la fedifraga. La bellissima madre i cui istinti sono incomprensibili al feto. Il padre viene a trovarli regolarmente ma la madre lo allontana per darsi al suo amante in modo irresponsabile. 

I due tramano (il feto lo intuisce) un delitto. Vogliono liberarsi dell’ingombrante padre John Cairncross per l’eredità, il suntuoso e decadente palazzo londinese in cui la madre vive. Il futuro dell’infante? L’abbandono, l’adozione, il brefotrofio. Il feto vive questo destino come un lucido incubo.

Il progetto di omicidio progredisce e diviene realtà. Lo si fa apparire un suicidio, lontano da casa, nell’auto. Ma, come potevasi prevedere qualcosa va storto, la polizia sospetta e indaga…

Questi gli eventi, che come solitamente uso fare, non concludo: lascio ai lettori futuri la sorpresa del finale. Ma il libro, questo libro di McEwan, non è nella trama, nell’azione. L’escamotage da cui prende forma è la natura stessa del libro, la sua ragion d’essere: le sensazioni, la ansie, i timori, le speranze di chi “deve nascere” e non ha alcuna possibilità di determinare il luogo, il tempo e soprattutto il mondo in cui nascere, esistere. E’ un terribile “come se” la vita cominciasse e prendesse  forma prima della vita, attirandoci fuori dalla pacifica angustia calda e rassicurante dell’utero materno ma facendoci prevedere dolori e massacri, abbandoni e  tradimenti. Chi vorrebbe mai nascere in un dilemma così?

La scrittura di McEwan è, in questo caso, aggrovigliata e colta, a volte un po’ barocca. Qua e là qualche spunto ironico, qualche concessione a un erotismo vicino alla pornografia, una distanza allucinata e fredda dal dramma che sovrasta tutti i protagonisti.

Ho letto questo libro con interesse ma la sua natura mi ha contagiato. Sono rimasto freddo e distaccato, assai poco coinvolto, a volte incredulo. Forse è bene che sia così.


Amoproust, 22 aprile 2017.