sabato 28 gennaio 2017

Ogni cosa è illuminata di J.S.Foer

Jonathan Safran Foer – Ogni cosa è illuminata

  Alla fine di questo non romanzo sono rimasto sbalordito e instupidito. Non so cosa dire. E' innovativo, frastornante, allucinante. All’inizio, dopo i primi due capitoli, sono stato tentato di gettare la spugna. “No – mi sono detto – non è da me” e ho proseguito con tanta fatica, con attrazione crescente (una droga) e altrettanta repulsione letteraria, figlia, evidentemente, della mia formazione – diciamo così – classica: “il buono  e bello scrivere”.

 L’attrazione è dovuta sia alla curiosità di vedere lo sbocco di una storia assolutamente complicata e intrecciata, sia anche all’innovazione e sperimentazione narrativa. La repulsione invece nei confronti della totale destrutturazione del bel linguaggio letterario e dell’adozione di diverse modalità di scrittura (con la complicazione della traduzione in italiano che non so fino a che punto rispecchi le intenzioni dell’autore). Una scrittura che è a volte lucidissima e perfetta (indicandoci la bravura di Foer), a volte volutamente storpia e infantile (a indicare il linguaggio di un ucraino che non conosce l’inglese). Il tutto condito con l’irruzione di poesie, di canti, di pezzi teatrali, di sfasamenti cronologici e di salti nel buio. Mi è sembrato che il modello fosse a tratti l’Ulisse di Joyce, a tratti il richiamo di Bukowski o di Fante. Forse solo sperimentazione pura, autonoma, creativa e irriverente da una parte, dall’altra sberleffo alla classicità del bello scrivere, coerente, rispettoso e “devoto”.
  
  Quindi userò molta prudenza nel gridare al “genio” come ha fatto qualcuno, forse troppo frettolosamente, anche per la semplicissima ragione per cui, se tutti cominciassero a scrivere così, l’innovazione tramonterebbe e i lettori diminuirebbero spaventosamente. Perché un genio è anche colui che rispetta il lettore e lo tiene incollato alla pagina, lo affascina. Invece il brillante giovane Foer sembra non tenere in nessun conto il lettore e le sue esigenze, scrive inseguendo il suo istinto narcisistico che lo porta  a ardite fabulazioni, a frequenti coprolalie, a assurdità allo stesso tempo geniali e orripilanti. Gioca e balla per se stesso, quasi davanti a uno specchio.

  Di per sé la trama, ridotta allo scheletro è semplicissima. Ma tutta da scoprire durante la lettura. Una scombinata compagnia di ucraini, un nonno fintamente cieco, la guida Alex, il cane Sammy Davis junior junior, puzzolente e “scoreggione”, recuperano l’ebreo americano Jonathan (l’autore stesso) in una stazione sperduta del paese e lo accompagnano in auto alla ricerca di una certa Augustin, che avrebbe salvato il nonno dell’autore dalla furia nazista. L’unica traccia è una sbiadita fotografia in  cui si vede Augustin e il nonno. La meta è Trachimbrod, un villaggio ebreo ormai inesistente, distrutto dai nazisti durante la guerra e la cui storia (a partire dal 1700) è oggetto di frequenti incursioni dell’autore, incursioni fiabesche e ironiche, cervellotiche, tragiche e umoristiche. 

  Un bel potpourri, non c’è che dire. Non dirò l’esito della storia, per non privare, come al solito, il candidato volenteroso lettore del piacere della scoperta. Dirò solo che anch’io mi riprometto una seconda lettura più attenta e profonda  per “capire” tutto. Non subito, non reggerei. Più avanti.
  
  Una recente classifica di un quotidiano ha inserito “Ogni cosa è illuminata” nei dieci libri da salvare del nostro incipiente secolo. Accanto a Carrère, Strout, Bolano, Richler e altri. Insomma unico sperimentalista accanto a classici collaudati. Forse per rilanciarlo, visto che ce ne stavamo dimenticando dopo l’esordio del 2002. Ci andrei un po’ cauto.
  
  Cosa mi è piaciuto di più in Foer? Dovrei leggere qualche altro suo libro, per confermare il mio cauto giudizio. Alcuni pezzi deliziosamente teneri (p.e. il rapporto di Yankel con la bimba Brod salvata come Mosè dalle acque  del fiume), l’amore quando visto nella sua dimensione affettiva e profonda, la descrizione (bellissima e onomatopeica) della distruzione e della strage operata dei nazisti, alcuni effetti umoristici e ironici.
  
  Cosa mi fa dubitare del suo genio? L’insieme appunto, il risultato del tutto che non è pura narrazione, ma invenzione, favola, scherno, storia, memoria, tragedia e nonsense.  Foer esce dai canoni del romanzo, costruisce un mondo a sé. Come Balla che dipinge la dama con il cagnolino in movimento o i futuristi che esaurivano la loro spinta creativa in onomatopee senza fine. Nessuno li ha più replicati.
  
  Consigliato solo a chi ama la stravaganza e la sperimentazione, la goliardia e l'irrazionale. Si godrà la lettura.

  Amoproust, 28 gennaio 2017

domenica 22 gennaio 2017

Elisabeth Strout - I ragazzi Burgess

Elisabeth Strout – I ragazzi Burgess
  
  Succede che ci si innamori di una scrittura, di uno scrittore o una scrittrice attraverso un suo romanzo che affascina, coinvolge, emoziona. E succede poi che si acquisti immediatamente un secondo romanzo dello(a) stesso(a), lo si legga e si rimanga un po’ delusi e perplessi. E’ quello che mi è successo con la Strout dopo l’indimenticabile lettura di Olive Kitteridge e la successiva lettura di questo nuovo romanzo “I ragazzi Burgess”.
  
  Intendiamoci. La Strout rimane una grandissima scrittrice. E una grande americana, di quelle vere che hanno preso le distanze dal misogino e brutale Trump. Hanno avuto il coraggio di scriverlo e di denunciare la loro distanza da questo wasp arrogante e protervo.

  “I ragazzi Burgess” è la descrizione, la saga di una generazione di una famiglia americana. Senza sconti e false ideologie. Tre fratelli. Il primo, grande avvocato di successo a New York, sprezzante e innamorato di se stesso. E poi i due gemelli: Bob, pure lui avvocato ma senza storia, mite e “paterno”, portato  a un ottimismo un po’ di maniera con il suo costante “andrà tutto bene, vedrete”.  E la “ragazza” Susan, l’unica rimasta nella casa d’origine, nel Maine, un po’ infelice e isolata, povera e abbandonata dalla famiglia.
  
  I tre ragazzi Burgess sono segnati da un segreto che, costantemente soffocato, affiora di tanto in tanto: il padre ammazzato inconsapevolmente dall’auto di famiglia, su cui stavano giocando i tre “ragazzi”. Auto impazzita in discesa, perché improvvisamente il cambio è stato messo in folle e il padre è rimasto schiacciato contro il muro di cinta. Chi è stato a manovrare il cambio? Bob di quattro anni viene ritenuto responsabile perché trovato al posto di guida, su cui era assolutamente proibito sedersi. E il ragazzino cresce con questo enorme senso di colpa sulle spalle che ne segna il carattere e l’inferiorità rispetto a Jim, che lo tratta crudelmente e, anche in età adulta, lo chiama “stupido” “scemo” e lo denigra in pubblico. Ma il vero colpevole (lo si scoprirà più tardi, non è lui…)
  
  A questa sventura quando i tre ragazzi sono ormai adulti fatti (Jim sposato con Helen e ricchissimo; Bob divorziato da Pam, con cui mantiene un affettuoso scambio, incapace com’è di veri rancori; Susan con un figlio ormai adolescente Zachary, disadattato) si aggiunge quello che la stampa e tutta l’America liberal ritiene un grave crimine commesso da Zach stesso. Il ragazzo ha lanciato nella moschea locale, frequentata dalla comunità somala, una testa mozzata di maiale surgelata e sanguinolenta. Una ragazzata o una lesione dei diritti civili o, peggio ancora, un atto di odio razziale? La comunità somala è sgomenta, le varie sigle di associazioni liberal insorgono, la giustizia si muove. E ovviamente anche la famiglia Burgess. Bob accorre in aiuto solidale alla sorella gemella. Jim, imprecando, si reca nel Maine per aiutare Susan e trovarle un buon avvocato.  

  Alla manifestazione per i “diritti” in cui tutta la comunità di Shirley Falls sembra schierata con i somali e i pochi razzisti isolati (un’aperta ipocrisia in quanto i somali sono ghettizzati e mal tollerati) Jim - molto noto per le sue apparizioni televisive - prende la parola e invita alla tolleranza e alla moderazione. Tutto sembra andare liscio quando Zachary - terrorizzato dalla paura di finire in prigione - scappa e si reca nascostamente in Svezia dove risiede suo padre…
  
  Le cose precipitano, la famiglia sembra sfasciarsi sotto i colpi della sorte (Jim perde la testa, Bob si isola sempre più, Susan sembra costretta alla disperazione) quando con un colpo di reni della sorte tutto un po’ miracolosamente si aggiusta. Il finale (le pagine della Strout sono bellissime) è di quelli fausti, positivo e struggente. La crisi innesca un cambiamento traumatico ma benefico. I tre protagonisti ritrovano la forza dei legami familiari indissolubili e ciascuno si avvia verso una strada di vita rinnovata.
  
  Una storia che qualche commentatore troppo buono ha avvicinato a quella di “American Pastoral” di Philip Roth: ne siamo lontani mille miglia. Il contesto è più ristretto, non corale come in AP, la storia più intimista com’è nelle corde della Strout, non mancano stonature e pagine infelici. Soprattutto credo che una frettolosa  traduzione  e un altrettanto frettoloso editing abbia fatto passare grossi svarioni, non imputabili credo alla Strout. Ma alla fine sono peccati veniali perdonabili di fronte a un romanzo solido, che riesce a darci il clima di una certa America provinciale, dimessa, rispetto al trionfalismo newyorkese.

  Mi hanno soprattutto colpito le figure delle donne: la ricchissima vacua moglie di Jim, Helen, così sicura di sé e del proprio status, da rifiutarsi di credere al tradimento del marito (sofferto come un’offesa narcisistica intollerabile); la dolente Susan, bisognosa in tutto e per tutto di supporto che trova rifugio nella vecchia Drinkwater, nonnetta disprezzata ma tutta saggezza popolare; Pam, l’ex moglie di Bob, petulante  e un po’ fatua, che scompare alla fine del romanzo come fosse cosa inutile. Insomma la Strout non è tenera con le donne, che pur difende quando mantengono dignità e rigore, come Margaret, il nuovo approdo sentimentale del tenero generoso Bob.

  Un romanzo comunque da leggere, narrazione che nutre lo spirito e l’intelligenza.

  Naviganti lettori, non badate agli scogli, evitateli soltanto e tirate avanti.


  Amoproust,  23 gennaio 2017.

martedì 10 gennaio 2017

Saviano - La paranza dei bambini

Roberto Saviano – La paranza dei bambini


Un  libro choc, anche se già  sapevo molto di questo libro prima di iniziarlo. Ho letto che è in testa in modo sorprendente alle classifiche di vendita del periodo natalizio. Non è certo una strenna. Mi auguro che il successo del libro sia dovuto non solo a curiosità morbosa ma soprattutto al desiderio di conoscere  e essere informati.

Il libro ha suscitato in me più di una perplessità. E’ un romanzo e quindi ha l’andamento di un giallo noir di camorra, con inevitabili enfasi e coloriture ed espressioni dialettali. Ma Saviano è una persona seria e da Gomorra in poi fa opera di denuncia sociale e di formazione culturale. Quindi è lecito chiedersi quanto sia vero o verosimile (già successo? potenzialmente verificabile nel contesto napoletano di oggi?) e quanto di ciò che Roberto scrive sia documentato dalla realtà dei fatti.

In questa ipotesi (una realtà viva ed esistente) lo choc si fa smarrimento e angoscia. Significa che nel brodo culturale (più che solo  criminale) della Napoli contemporanea è possibile che si formino gang (paranze in linguaggio di camorra) di preadolescenti – adolescenti che apparentemente conducono una vita normale (vanno a scuola, dormono nella casa dei genitori).  Ma questi stessi “bambini” nel segreto dell’associazione mafiosa (con tanto di rituale di iniziazione) spacciano, fanno incursioni armate in motorino nel centro della città, sparando con pistole, mitragliette e Kalashnikov (le cosiddette stese), uccidono gratuitamente e per soldi anche compagni e amici. Tutto per imitare o supplire le gesta dei boss in carcere o ai domiciliari, conquistare le piazze, diventare ricchi e soprattutto potenti.

La loro ispirazione è nelle gesta virtuali di You Tube o nei film di delinquenza, gli eroi sono non più Tex Willer o Zorro o Buffalo Bill, ma criminali puri, dieci volte più cinici e spietati di qualsiasi killer seriale.

Non voglio riassumere il libro. Ma una domanda è lecito porsela: tutto questo avviene e può ancora ripetersi e avvenire senza che il mondo adulto “sano” reagisca, ponga rimedi, intervenga con  la giusta durezza e con i correttivi che uno Stato di diritto possiede? La spietatezza del libro è tale che riflette tutta una società omertosa, ripiegata sulla paura e insensibile alla devianza totale, una società alla fine marcia e complice. Dov’è la scuola, la famiglia (tanto esaltata in Italia), la Magistratura, i pubblici poteri? A tanto è arrivata la tolleranza  e l’ignavia da permettere che la criminalità contagi e corrompa “bambini”?

Se centinaia, migliaia di persone hanno letto questo romanzo in prossimità del Natale e hanno poi dormito sonni tranquilli le conseguenze logiche sono due: o il libro è stato letto come uno dei tanti gialli noir circolanti (assolutamente non preso sul serio) oppure la callosità della coscienza collettiva è tanto spessa da essere ormai una corazza insensibile.

Perché la giusta reazione sarebbe quella di  chiedere a Saviano:  dacci qualche documento in più, cita fatti e date. Perché i media (che pubblicano tante sciocchezze) non sbattono in prima pagina le paranze dei bambini? 

L’intera città di Napoli e l’intera nazione dovrebbero reagire con uno scatto di dignità: nemmeno nelle più buie epoche della storia è esistita un’infamia simile.

Amoproust, 10 gennaio 2017.


domenica 8 gennaio 2017

Norman Mailer - il nudo e il morto

Norman Mailer – Il nudo e il morto
  
  Non è certo una lettura natalizia, ma l’ho iniziata con cautela molti giorni prima, mi ci sono appassionato e l’ho conclusa verso Capodanno. Nella mia ricerca di nuove letture ho intravisto il titolo, l’ho riconosciuto come uno dei capolavori da me non ancora letti, mi sono vergognato e l’ho scaricato sul mio Ipad da Kindle.
  
  “Il nudo e il morto” (titolo da interpretare) è del 1948, un bestseller ai suoi tempi, soprattutto nella patria di origine, gli Stati Uniti.  Norman Mailer - la cui vita da ribelle antisistema, pacifista, esistenzialista e comunista (nel senso in cui negli USA si definiscono i comunisti) -  è ben nota - era al suo primo cimento come scrittore, a soli 25 anni, reduce dalla guerra nel Pacifico. Voleva costruire il suo big book e forse ci è riuscito. E la guerra nel Pacifico per la conquista delle Filippine contro i giapponesi è lo scenario in cui si svolge l’azione del romanzo.     
  Ma non è solo un romanzo di guerra, perché non parla tanto degli scontri con il nemico, che pur ci sono, ma soprattutto di un battaglione di incursori che deve conquistare, al comando del generale Cummings, l’isola di Anopopei (nome di fantasia) dominata da una grande montagna e sommersa da una giungla impenetrabile. In questa giungla si nasconde il nemico giapponese, invisibile. I soldati sbarcano su una spiaggia, impiantano un accampamento e comincia la penetrazione. La giungla è maestosa, intatta e incute una paura micidiale. Le difficoltà sono molteplici: il caldo tropicale di giorno, la pioggia battente a intervalli regolari, il vento, il freddo notturno, il fango nel quale tutto affonda, il nemico che si fa vivo con rapide incursioni. Una vita da topi.

  L’attenzione di Mailer si concentra su un plotone di uomini. La dinamica dei loro rapporti, i conflitti interpersonali, le diversità religiose e razziali, il carrierismo di alcuni e l’odio per la guerra dei soldati semplici soprattutto, strappati alle loro case e ai loro lavori, sono il vero tema del libro. Su tutti (un vero esempio di tipi umani che Mailer si perde anche a descrivere nelle loro vite pregresse quasi a scoprire le ragioni dei loro attuali atteggiamenti) dominano alcune figure. Credo che Norman con i suoi inserti "la macchina del tempo" voglia sottolineare come gli uomini siano il prodotto della famiglia e del brodo culturale in cui crescono. Della loro educazione e formazione nei primi anni di vita. Non si può non essere d'accordo.

  Il generale Cummings, ambizioso e carrierista, cervello fino e atteggiamento autoritario, che considera quell’impresa solo un gradino per salire in alto. Gli uomini sono mezzi, come tali da trattare. I nemici animali da abbattere. I suoi collaboratori strumenti da usare.

  Il tenente Hearn, aiutante di campo del generale, istruito e liberale, tormentato dai dubbi e debole al punto da diventare vittima di se stesso e capro espiatorio della situazione: morirà per mano amica in una spedizione che lui non sa governare e dirigere, annientato dalla competizione con Croft. Controfigura di Mailer?

  Lo stesso Croft, uno psicopatico, smanioso di menar le mani, afflitto da oscuri fatti familiari che lo hanno reso crudele e cinico, fino allo sfruttamento e all’omicidio dei compagni di guerra.

  E poi una folla di comprimari, tutti significativi ed esemplari: il giovane Minetta che, ferito, pensa di non curarsi, infettando la sua ferita nella inutile speranza di essere rimpatriato. Il tenente Gallagher cui giunge la notizia, attraverso il cappellano della morte della sua amatissima moglie per parto e che riceve, dopo questa notizia, lettere ritardatarie della stessa: uno strazio infinito. E i due sottufficiali che devono riportare alla spiaggia il moribondo Wilson, ferito a morte e lo fanno con enorme spirito di abnegazione, solo perché così era stato loro comandato, ma in effetti felici di  non partecipare all’azione e mossi da un sincero affetto per il morente. E così via.
  
  Il clima del libro e il suo ritmo narrativo traducono letteralmente la fatica degli uomini con una serie infinita di passaggi in cui si sottolinea ripetutivamente lo strazio dei corpi, l’inutile sofferenza di disagi disumani, la natura ostile e prima nemica, il trascinamento dei piedi, la necessità di andare avanti e la voglia di fermarsi e non muoversi più. Rabbia repressa e fermenti di ribellione sopiti non si sa se per paura o spirito di corpo ormai interiorizzato del tutto.
  
  Alcuni critici hanno sottolineato l’analogia di “Il nudo e il morto” con “Moby Dick” di Melville. La grande montagna da scalare per sorprendere i giapponesi alle spalle sarebbe l’analogo della balena bianca, l’ossessione di Cummings e Croft (nuovi Achab). Io non ho visto questa analogia. Piuttosto, per me,  “Il nudo e il morto” è un grande affresco corale i cui protagonisti sono i sentimenti (il sentire, il pensare, l’odiare e l’amare) degli uomini in guerra, dell’esercito degli Stati Uniti.  I giapponesi non sono nemmeno comprimari, sono scimmie, animali da schiacciare, insetti: infatti vengono uccisi senza pietà, non vengono fatti prigionieri per non avere fastidi. Di loro nessuno si preoccupa. Alibi fattuale della bomba di Hiroshima? L’importante è finire la guerra, tornare  a casa, fare carriera, scavarsi una comoda tana.
  
  Mailer guarda con ironia  a questo mondo da lui in parte creato e da lui ben conosciuto e sentenzia, in un famoso passaggio del libro:  “Chi pensa di risolvere qualsiasi problema con la guerra è come chi va al bordello per curarsi lo scolo”.
  
  Ben detto. So che negli USA il libro è andato a ruba, dopo la seconda guerra mondiale. Farebbe lo stesso botto anche oggi?

  Amoproust, 8 gennaio 2017.