domenica 22 gennaio 2017

Elisabeth Strout - I ragazzi Burgess

Elisabeth Strout – I ragazzi Burgess
  
  Succede che ci si innamori di una scrittura, di uno scrittore o una scrittrice attraverso un suo romanzo che affascina, coinvolge, emoziona. E succede poi che si acquisti immediatamente un secondo romanzo dello(a) stesso(a), lo si legga e si rimanga un po’ delusi e perplessi. E’ quello che mi è successo con la Strout dopo l’indimenticabile lettura di Olive Kitteridge e la successiva lettura di questo nuovo romanzo “I ragazzi Burgess”.
  
  Intendiamoci. La Strout rimane una grandissima scrittrice. E una grande americana, di quelle vere che hanno preso le distanze dal misogino e brutale Trump. Hanno avuto il coraggio di scriverlo e di denunciare la loro distanza da questo wasp arrogante e protervo.

  “I ragazzi Burgess” è la descrizione, la saga di una generazione di una famiglia americana. Senza sconti e false ideologie. Tre fratelli. Il primo, grande avvocato di successo a New York, sprezzante e innamorato di se stesso. E poi i due gemelli: Bob, pure lui avvocato ma senza storia, mite e “paterno”, portato  a un ottimismo un po’ di maniera con il suo costante “andrà tutto bene, vedrete”.  E la “ragazza” Susan, l’unica rimasta nella casa d’origine, nel Maine, un po’ infelice e isolata, povera e abbandonata dalla famiglia.
  
  I tre ragazzi Burgess sono segnati da un segreto che, costantemente soffocato, affiora di tanto in tanto: il padre ammazzato inconsapevolmente dall’auto di famiglia, su cui stavano giocando i tre “ragazzi”. Auto impazzita in discesa, perché improvvisamente il cambio è stato messo in folle e il padre è rimasto schiacciato contro il muro di cinta. Chi è stato a manovrare il cambio? Bob di quattro anni viene ritenuto responsabile perché trovato al posto di guida, su cui era assolutamente proibito sedersi. E il ragazzino cresce con questo enorme senso di colpa sulle spalle che ne segna il carattere e l’inferiorità rispetto a Jim, che lo tratta crudelmente e, anche in età adulta, lo chiama “stupido” “scemo” e lo denigra in pubblico. Ma il vero colpevole (lo si scoprirà più tardi, non è lui…)
  
  A questa sventura quando i tre ragazzi sono ormai adulti fatti (Jim sposato con Helen e ricchissimo; Bob divorziato da Pam, con cui mantiene un affettuoso scambio, incapace com’è di veri rancori; Susan con un figlio ormai adolescente Zachary, disadattato) si aggiunge quello che la stampa e tutta l’America liberal ritiene un grave crimine commesso da Zach stesso. Il ragazzo ha lanciato nella moschea locale, frequentata dalla comunità somala, una testa mozzata di maiale surgelata e sanguinolenta. Una ragazzata o una lesione dei diritti civili o, peggio ancora, un atto di odio razziale? La comunità somala è sgomenta, le varie sigle di associazioni liberal insorgono, la giustizia si muove. E ovviamente anche la famiglia Burgess. Bob accorre in aiuto solidale alla sorella gemella. Jim, imprecando, si reca nel Maine per aiutare Susan e trovarle un buon avvocato.  

  Alla manifestazione per i “diritti” in cui tutta la comunità di Shirley Falls sembra schierata con i somali e i pochi razzisti isolati (un’aperta ipocrisia in quanto i somali sono ghettizzati e mal tollerati) Jim - molto noto per le sue apparizioni televisive - prende la parola e invita alla tolleranza e alla moderazione. Tutto sembra andare liscio quando Zachary - terrorizzato dalla paura di finire in prigione - scappa e si reca nascostamente in Svezia dove risiede suo padre…
  
  Le cose precipitano, la famiglia sembra sfasciarsi sotto i colpi della sorte (Jim perde la testa, Bob si isola sempre più, Susan sembra costretta alla disperazione) quando con un colpo di reni della sorte tutto un po’ miracolosamente si aggiusta. Il finale (le pagine della Strout sono bellissime) è di quelli fausti, positivo e struggente. La crisi innesca un cambiamento traumatico ma benefico. I tre protagonisti ritrovano la forza dei legami familiari indissolubili e ciascuno si avvia verso una strada di vita rinnovata.
  
  Una storia che qualche commentatore troppo buono ha avvicinato a quella di “American Pastoral” di Philip Roth: ne siamo lontani mille miglia. Il contesto è più ristretto, non corale come in AP, la storia più intimista com’è nelle corde della Strout, non mancano stonature e pagine infelici. Soprattutto credo che una frettolosa  traduzione  e un altrettanto frettoloso editing abbia fatto passare grossi svarioni, non imputabili credo alla Strout. Ma alla fine sono peccati veniali perdonabili di fronte a un romanzo solido, che riesce a darci il clima di una certa America provinciale, dimessa, rispetto al trionfalismo newyorkese.

  Mi hanno soprattutto colpito le figure delle donne: la ricchissima vacua moglie di Jim, Helen, così sicura di sé e del proprio status, da rifiutarsi di credere al tradimento del marito (sofferto come un’offesa narcisistica intollerabile); la dolente Susan, bisognosa in tutto e per tutto di supporto che trova rifugio nella vecchia Drinkwater, nonnetta disprezzata ma tutta saggezza popolare; Pam, l’ex moglie di Bob, petulante  e un po’ fatua, che scompare alla fine del romanzo come fosse cosa inutile. Insomma la Strout non è tenera con le donne, che pur difende quando mantengono dignità e rigore, come Margaret, il nuovo approdo sentimentale del tenero generoso Bob.

  Un romanzo comunque da leggere, narrazione che nutre lo spirito e l’intelligenza.

  Naviganti lettori, non badate agli scogli, evitateli soltanto e tirate avanti.


  Amoproust,  23 gennaio 2017.

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