Elisabeth Strout – I ragazzi Burgess
Succede che ci si innamori di una scrittura, di uno scrittore o una
scrittrice attraverso un suo romanzo che affascina, coinvolge, emoziona. E
succede poi che si acquisti immediatamente un secondo romanzo dello(a) stesso(a),
lo si legga e si rimanga un po’ delusi e perplessi. E’ quello che mi è successo
con la Strout dopo l’indimenticabile lettura di Olive Kitteridge e la successiva lettura di questo nuovo romanzo “I ragazzi Burgess”.
Intendiamoci. La Strout rimane una grandissima scrittrice. E una grande
americana, di quelle vere che hanno preso le distanze dal misogino e brutale
Trump. Hanno avuto il coraggio di scriverlo e di denunciare la loro distanza da
questo wasp arrogante e protervo.
“I ragazzi Burgess” è la descrizione, la saga di una generazione di una
famiglia americana. Senza sconti e false ideologie. Tre fratelli. Il primo,
grande avvocato di successo a New York, sprezzante e innamorato di se stesso. E
poi i due gemelli: Bob, pure lui avvocato ma senza storia, mite e “paterno”,
portato a un ottimismo un po’ di maniera
con il suo costante “andrà tutto bene, vedrete”. E la “ragazza” Susan, l’unica rimasta nella
casa d’origine, nel Maine, un po’ infelice e isolata, povera e abbandonata
dalla famiglia.
I tre ragazzi Burgess sono segnati da un segreto che, costantemente
soffocato, affiora di tanto in tanto: il padre ammazzato inconsapevolmente dall’auto
di famiglia, su cui stavano giocando i tre “ragazzi”. Auto impazzita in discesa,
perché improvvisamente il cambio è stato messo in folle e il padre è rimasto
schiacciato contro il muro di cinta. Chi è stato a manovrare il cambio? Bob di
quattro anni viene ritenuto responsabile perché trovato al posto di guida, su
cui era assolutamente proibito sedersi. E il ragazzino cresce con questo enorme
senso di colpa sulle spalle che ne segna il carattere e l’inferiorità rispetto
a Jim, che lo tratta crudelmente e, anche in età adulta, lo chiama “stupido” “scemo”
e lo denigra in pubblico. Ma il vero colpevole (lo si scoprirà più tardi, non è
lui…)
A questa sventura quando i tre ragazzi sono ormai adulti fatti (Jim
sposato con Helen e ricchissimo; Bob divorziato da Pam, con cui mantiene un
affettuoso scambio, incapace com’è di veri rancori; Susan con un figlio ormai
adolescente Zachary, disadattato) si aggiunge quello che la stampa e tutta l’America
liberal ritiene un grave crimine commesso da Zach stesso. Il ragazzo ha
lanciato nella moschea locale, frequentata dalla comunità somala, una testa mozzata
di maiale surgelata e sanguinolenta. Una ragazzata o una lesione dei diritti
civili o, peggio ancora, un atto di odio razziale? La comunità somala è
sgomenta, le varie sigle di associazioni liberal insorgono, la giustizia si
muove. E ovviamente anche la famiglia Burgess. Bob accorre in aiuto solidale
alla sorella gemella. Jim, imprecando, si reca nel Maine per aiutare Susan e
trovarle un buon avvocato.
Alla
manifestazione per i “diritti” in cui tutta la comunità di Shirley Falls sembra
schierata con i somali e i pochi razzisti isolati (un’aperta ipocrisia in
quanto i somali sono ghettizzati e mal tollerati) Jim - molto noto per le sue
apparizioni televisive - prende la parola e invita alla tolleranza e alla
moderazione. Tutto sembra andare liscio quando Zachary - terrorizzato dalla
paura di finire in prigione - scappa e si reca nascostamente in Svezia dove
risiede suo padre…
Le cose precipitano, la famiglia sembra sfasciarsi sotto i colpi della
sorte (Jim perde la testa, Bob si isola sempre più, Susan sembra costretta alla
disperazione) quando con un colpo di reni della sorte tutto un po’ miracolosamente
si aggiusta. Il finale (le pagine della Strout sono bellissime) è di quelli
fausti, positivo e struggente. La crisi innesca un cambiamento traumatico ma
benefico. I tre protagonisti ritrovano la forza dei legami familiari
indissolubili e ciascuno si avvia verso una strada di vita rinnovata.
Una storia che qualche commentatore troppo buono ha avvicinato a quella
di “American Pastoral” di Philip Roth: ne siamo lontani mille miglia. Il
contesto è più ristretto, non corale come in AP, la storia più intimista com’è
nelle corde della Strout, non mancano stonature e pagine infelici. Soprattutto
credo che una frettolosa traduzione e un altrettanto frettoloso editing abbia
fatto passare grossi svarioni, non
imputabili credo alla Strout. Ma alla fine sono peccati veniali perdonabili di
fronte a un romanzo solido, che riesce a darci il clima di una certa America
provinciale, dimessa, rispetto al trionfalismo newyorkese.
Mi hanno soprattutto colpito le figure delle donne: la ricchissima vacua
moglie di Jim, Helen, così sicura di sé e del proprio status, da rifiutarsi di
credere al tradimento del marito (sofferto come un’offesa narcisistica intollerabile);
la dolente Susan, bisognosa in tutto e per tutto di supporto che trova rifugio
nella vecchia Drinkwater, nonnetta disprezzata ma tutta saggezza popolare; Pam,
l’ex moglie di Bob, petulante e un po’
fatua, che scompare alla fine del romanzo come fosse cosa inutile. Insomma la
Strout non è tenera con le donne, che pur difende quando mantengono dignità e
rigore, come Margaret, il nuovo approdo sentimentale del tenero generoso Bob.
Un romanzo comunque da leggere, narrazione che nutre lo spirito e l’intelligenza.
Naviganti lettori, non badate agli scogli,
evitateli soltanto e tirate avanti.
Amoproust, 23 gennaio 2017.
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