lunedì 21 settembre 2015

John Irving - Hotel New Hampshire



John Irving – Hotel New Hampshire

Questo commento a una lettura per me recente potrà apparire agli esperti e competenti datata e anche un po’ fuori luogo. Ma per me la buona letteratura è senza tempo, evergreen soprattutto quando si tratta di lavori di spessore, di qualità. Non so bene nemmeno io perché ho iniziato a leggere Irving, il suggerimento di una cara amica sicuramente, ma anche la curiosità di conoscere un autore che mi è apparso in trasparenza in alcune riduzioni cinematografiche come “Le regole della casa del sidro”, film indimenticabile.


Irving, accademico americano, tale non pare proprio dalla lettura di Hotel New Hampshire (d’ora in poi HNH - 1981). Infatti ciò che colpisce il lettore in primo luogo è la semplicità della scrittura, la sua linearità, l’assenza di dotte citazioni e l’andamento, il flusso di una favola surreale.


Le vicende della famiglia Berry, la cui stranezza appare come il requisito fondamentale, sono raccontate senza alcuna enfasi, senza espressioni di meraviglia: una famiglia normale nella sua anormalità, numerosa come possono essere certe famiglie americane, i cui membri sono caratterizzati con assoluta precisione psicosomatica.


Una famiglia che  vive di sogni e di progetti strampalati con punte di simpatica follia e incoscienza, ma che, questo è un dato essenziale, rimane unita sempre dall’inizio alla fine. L’unione è la sua forza, le situazioni esterne che si trovano ad affrontare sono bizzarre ma non la spaventano e non la dividono. Ognuno ha il suo ruolo, come in un esercito ben organizzato. Ognuno ha i suoi tic, le sue ubbie, che però sono finalizzate all’obiettivo di costruire il progetto della famiglia. Così la piccola Lilly – che non riesce a crescere – si dedica alla scrittura e con il suo successo editoriale mantiene economicamente tutta la masnada. Frank – omosessuale – fa da agente e da consulente. La mamma  e il piccolo Egg rimangono vittime in un incidente aereo mentre la famiglia si sta trasferendo a Vienna, ma tutto sembra ancora una volta normale perché si viaggiava separati proprio prevedendo l’incidente. Il lutto è elaborato proseguendo nel progetto, non ci sono isterie, malinconie, nostalgie. L’importante è il progetto, il New Hotel Hampshire, prima nel Maine, poi  a Vienna perché il grande ispiratore di tutto è un certo Freud e dove si può trovare Freud se non a Vienna?


L’hotel New Hampshire è uno strano albergo dove vivono permanentemente, in piani diversi, un esercito di puttane e una strana setta di rivoluzionari comunisti che progettano di mettere una bomba all’Opera, progetto che la famiglia Berry riuscirà ad ostacolare perché (questa è una mia interpretazione) è una famiglia americana e come tale conservatrice, ostile alla violenza e all’anarchia.


Questo tema introduce l’ironia di Irving, che pervade tutto, si spande come una crema su una torta, si insinua ovunque, nella passione per la tassodermia di Frank, all’ossessione del protagonista per la pesistica e soprattutto nella presenza ossessiva della figura, reale o surreale, dell’orso, della sua maschera, del suo simbolismo. Ho cercato di svelarlo a me stesso ma non ci sono riuscito: forse è il piccolo mistero di Irving. Ma è poi lui stesso, alla fine, che sente il bisogno di rivelarlo: “ma questo è quanto: noi continuiamo a sognare, e i nostri sogni ci sfuggono con altrettanta vivezza e nitidezza quant’è quella con cui li immaginiamo…E siccome è così che succede ecco ciò che ci occorre: ci occorre un bravo orso intelligente. Ci sono persone dall’animo e dalla mente così in gamba che possono vivere per conto loro: per costoro, l’orso buono e intelligente è la loro stessa psiche.”  L’orso come anima o tutor della vita, quasi angelo custode che non ti permette di fare errori fatali.


Bisogna continuare a passare oltre le finestre aperte: questo il mantra un po’ oscuro di Irving, ricorrente e  con cui si conclude il libro. Interpretatelo come volete.


Non si può infine non citare il tema che percorre tutto il romanzo come un file rouge e che è l’amore fortissimo, affettivo, carnale che lega i due fratelli Franny e John – la voce narrante – che mi piace pensare, nella sua dolce ingenuità, come controfigura dell’autore. Amore evidente nell’adolescenza, poi negato e represso per esplodere nel finale come tentativo di sublimazione. I due innamorati si sfiniscono in una notte di amplessi crescenti proprio per annegare nel dolore fisico dei corpi la reciproca attrazione. Di nuovo per salvare la famiglia? Credo di sì. Sono pagine bellissime di erotismo e di passione. Ne interpreto il significato come  una specie di manifesto in cui Irving afferma l’impossibilità di negare la natura, di reprimerla anche quando richiede di infrangere i tabù più sacri e condivisi.


Irving è un grande. Come tale comprensibile ai puri di cuore e ai sognatori, come succede per le beatitudini evangeliche, incomprensibile ed ermetico per i “normali”, per coloro cioè che non riescono a sognare.


Amoproust, 21 settembre 2015.