John Irving – Hotel New Hampshire
Questo
commento a una lettura per me recente potrà apparire agli esperti e competenti datata
e anche un po’ fuori luogo. Ma per me la buona letteratura è senza tempo, evergreen soprattutto quando si tratta
di lavori di spessore, di qualità. Non so bene nemmeno io perché ho iniziato a
leggere Irving, il suggerimento di una cara amica sicuramente, ma anche la
curiosità di conoscere un autore che mi è apparso in trasparenza in alcune
riduzioni cinematografiche come “Le regole della casa del sidro”, film indimenticabile.
Irving,
accademico americano, tale non pare proprio dalla lettura di Hotel New
Hampshire (d’ora in poi HNH - 1981). Infatti ciò che colpisce il lettore in
primo luogo è la semplicità della scrittura, la sua linearità, l’assenza di
dotte citazioni e l’andamento, il flusso di una favola surreale.
Le
vicende della famiglia Berry, la cui stranezza appare come il requisito fondamentale,
sono raccontate senza alcuna enfasi, senza espressioni di meraviglia: una famiglia
normale nella sua anormalità, numerosa come possono essere certe famiglie
americane, i cui membri sono caratterizzati con assoluta precisione
psicosomatica.
Una
famiglia che vive di sogni e di progetti
strampalati con punte di simpatica follia e incoscienza, ma che, questo è un
dato essenziale, rimane unita sempre dall’inizio alla fine. L’unione è la sua
forza, le situazioni esterne che si trovano ad affrontare sono bizzarre ma non
la spaventano e non la dividono. Ognuno ha il suo ruolo, come in un esercito
ben organizzato. Ognuno ha i suoi tic, le sue ubbie, che però sono finalizzate
all’obiettivo di costruire il progetto della famiglia. Così la piccola Lilly –
che non riesce a crescere – si dedica alla scrittura e con il suo successo
editoriale mantiene economicamente tutta la masnada. Frank – omosessuale – fa
da agente e da consulente. La mamma e il
piccolo Egg rimangono vittime in un incidente aereo mentre la famiglia si sta
trasferendo a Vienna, ma tutto sembra ancora una volta normale perché si
viaggiava separati proprio prevedendo l’incidente. Il lutto è elaborato
proseguendo nel progetto, non ci sono isterie, malinconie, nostalgie.
L’importante è il progetto, il New Hotel Hampshire, prima nel Maine, poi a Vienna perché il grande ispiratore di tutto
è un certo Freud e dove si può trovare Freud se non a Vienna?
L’hotel
New Hampshire è uno strano albergo dove vivono permanentemente, in piani
diversi, un esercito di puttane e una strana setta di rivoluzionari comunisti
che progettano di mettere una bomba all’Opera, progetto che la famiglia Berry
riuscirà ad ostacolare perché (questa è una mia interpretazione) è una famiglia
americana e come tale conservatrice, ostile alla violenza e all’anarchia.
Questo
tema introduce l’ironia di Irving, che pervade tutto, si spande come una crema
su una torta, si insinua ovunque, nella passione per la tassodermia di Frank,
all’ossessione del protagonista per la pesistica e soprattutto nella presenza
ossessiva della figura, reale o surreale, dell’orso, della sua maschera, del
suo simbolismo. Ho cercato di svelarlo a me stesso ma non ci sono riuscito: forse
è il piccolo mistero di Irving. Ma è poi lui stesso, alla fine, che sente il
bisogno di rivelarlo: “ma questo è
quanto: noi continuiamo a sognare, e i nostri sogni ci sfuggono con altrettanta
vivezza e nitidezza quant’è quella con cui li immaginiamo…E siccome è così che
succede ecco ciò che ci occorre: ci occorre un bravo orso intelligente. Ci sono
persone dall’animo e dalla mente così in gamba che possono vivere per conto
loro: per costoro, l’orso buono e intelligente è la loro stessa psiche.” L’orso come anima o tutor della vita,
quasi angelo custode che non ti permette di fare errori fatali.
Bisogna continuare a passare oltre le
finestre aperte: questo il mantra
un po’ oscuro di Irving, ricorrente e
con cui si conclude il libro. Interpretatelo come volete.
Non
si può infine non citare il tema che percorre tutto il romanzo come un file
rouge e che è l’amore fortissimo, affettivo, carnale che lega i due fratelli
Franny e John – la voce narrante – che mi piace pensare, nella sua dolce
ingenuità, come controfigura dell’autore. Amore evidente nell’adolescenza, poi
negato e represso per esplodere nel finale come tentativo di sublimazione. I due
innamorati si sfiniscono in una notte di amplessi crescenti proprio per
annegare nel dolore fisico dei corpi la reciproca attrazione. Di nuovo per salvare
la famiglia? Credo di sì. Sono pagine bellissime di erotismo e di passione. Ne
interpreto il significato come una
specie di manifesto in cui Irving afferma l’impossibilità di negare la natura,
di reprimerla anche quando richiede di infrangere i tabù più sacri e condivisi.
Irving
è un grande. Come tale comprensibile ai puri di cuore e ai sognatori, come succede
per le beatitudini evangeliche, incomprensibile ed ermetico per i “normali”, per
coloro cioè che non riescono a sognare.
Amoproust, 21 settembre 2015.
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