lunedì 26 settembre 2016

Edoardo Albinati – La scuola cattolica

Davanti  a un volume di 1300 pagine (o quasi) un lettore si spaventa e rimane perplesso. Così è successo  a me, quando ho visto il volume di Albinati in libreria, anche se il testo in questione ha vinto il premio Strega. Poi leggendo le recensioni sui vari siti di libri, ho notato una netta divaricazione tra commenti entusiasti (5 stelle) e stroncature radicali (1 stella). “Qui c’è qualcosa che non quadra” – mi sono detto. Alla fine, parlando con la mia amica Gabriella, ho scoperto che aveva iniziato a leggerlo, anzi era a metà, impresa già ardua. Mi invitò a fare lo stesso perché il suo giudizio era sospeso. Allora ho scaricato il testo da Amazon in formato Kindle e per comodità di lettura e per economia di spesa, dicendomi “se lo merita, acquisterò poi il volume cartaceo”. Iniziando la lettura provai un grande entusiasmo e per lo stile di scrittura (scorrevole, ampia, raffinata, ironica) e per il contenuto. Il profilo del compagno Arbus, all’inizio del libro è un capolavoro, una scultura come quelle di un guerriero africano, grezza ma espressiva.  
Albinati mi risultò subito simpatico e, ora, alla fine del libro, capisco anche il perché.

Albinati mi è simpatico per forti analogie con me e la mia esperienza di vita. Siamo ambedue scrittori, lui un gigante e io un pigmeo, ma abbiamo in comune la stessa razza. Albinati come me ha fatto (o ancora fa) il professore di lettere, io nelle scuole pubbliche, lui nel carcere di Rebibbia. Esperienza diversa ma accomunante nel contatto con persone che da te si aspettano la “cultura”. E poi Albinati come me ha frequentato la scuola dai preti, lui per dodici anni e io per tre, lui per appartenenza borghese in  un quartiere “up” di Roma, per scelta di classe familiare. Io, di famiglia operaia, per una provvidenziale borsa di studio vincolata al fatto che frequentassi il liceo dai preti, quei preti. Provvidenziale perché mi salvò dall’umiliante istituto di ragioneria destinatami dai progetti familiari. Ma in quella scuola pretesca situazione identica a quella descritta da Albinati nel suo libro: classi solo maschili, insegnanti preti, tonache svolazzanti, messa tutte le mattine prima delle lezioni, comunione quasi obbligatoria, atmosfera di collegio, convitto. Poi un’altra convergenza che non è banale, anche se lo sembra. Albinati ebbe come compagni di scuola  gli autori criminali del delitto del Circeo (input fondamentale del libro). Nel mio liceo, due anni avanti  a me, studiò quel signore che lo stesso Albinati chiama “campione e primo esemplare” della borghesia che ha nel denaro  e nel sesso i suoi idoli indiscussi e che ha calcato il palcoscenico della politica italiana per un ventennio e tenta ancora di presentarsi attivo e determinante. Origini cattoliche di persone borghesi, come se la classe e gli studi in un ambiente privato e confessionale siano il brodo ideale di una cultura di sopraffazione e  dominio. 
Devo anche dire, per completamento del discorso e a onor del vero, che io a quei preti devo la base, lo zoccolo della mia formazione culturale. Professori con la tonaca, ma preparati, professionali, indiscutibilmente colti nella loro materia e oltre. Non li dimenticherò mai e non sarò mai abbastanza grato nei loro confronti.
Infine due definitive analogie. Albinati si descrive come un uomo di sinistra o che è stato di sinistra. Così è anche per me, anche se non so più bene cosa sia oggi la sinistra. Albinati, lo si legge tra le righe (Freud compare dappertutto per essere confermato o contraddetto) è uno studioso di psicanalisi, io ho una specializzazione in psicologia e in sessuologia. Basta, no?

Ma veniamo al libro. Si definisce romanzo ma sostanzialmente lo è solo in parte. Se sottraiamo le pagine (moltissime) di divagazione intellettuale, il romanzo si riduce  a ben poco. Non è un saggio perché non ha il rigore e l’impostazione didattica dell’analisi o sociologica o psicologica. Non è un’autobiografia, anche se (Albinati me lo consenta) il primo protagonista della vicenda è lui, l’autore con la sua famiglia, la sua scuola (SLM), i suoi compagni, i sui amori, il suo quartiere Trieste (QT). Cos’ è allora questo libro con questo titolo “La scuola cattolica” così significativo nel bene e nel male?  I dispregiatori l’hanno definito un vomito o una diarrea incontenibile (il che è una perfida maligna connotazione). In realtà è una lunga “confessione”. Lo dice lo stesso Albinati in un capitolo finale (sulla bocca del professor Cosmo: “ogni romanzo è in realtà una confessione”). Confessione che si esprime come un  fiume in piena, ora calmo e pacifico, ora ribollente nei suoi argini, ora stretto in un ripido canyon, ora dilagante in golene, lanche e paludi. L’autore ne è consapevole perché spesso invita i lettori a “saltare” certi capitoli “noiosi” per continuare la lettura della vicenda principale. Una lunga confessione-riflessione dove l’autore si comporta come l’anatomo patologo sul lettino dell’autopsia, usando il bisturi per approfondire, sviscerare, tagliare, sezionare, guardare al microscopio, ipotizzare e, alla fine, anche contraddire se stesso. Se si sta alla superficie di questa lettura, è solo noia. Ma se la si segue con attenzione, senza la pretesa di capire tutto subito, allora si trovano intuizioni brillanti, approfondimenti sagaci, definizioni calzanti di cui far tesoro. Non è facile, ma questo è la SC. (Albinati usa acronimi, lo sa solo lui il perché… va bene, li uso anch’io).
I nuclei focali dell’autore sono, oltre la scuola cattolica dei preti maristi, la borghesia, il maschile e il femminile, la famiglia, la religione, la criminalità, la brutalità dello stupro (il delitto del Circeo) il sesso e … la vita in generale.  Lo stile è passionale, nel senso che la scrittura rivela l’empito dell’autore, il suo completo coinvolgimento che lo porta a insistere, esagerare, amplificare, fino alla iperbole per cui la “totalizzazione” è frequente: da “molti uomini odiano le donne” a “tutti gli uomini odiano le donne” il passo è breve. Quindi l’autore può apparire presuntuoso e dogmatico in certi passaggi. Per esempio se il detto popolare dice che “il matrimonio è la tomba dell’amore”, no, non è vero : “l’amore è la tomba del matrimonio”, nel senso che per secoli e soprattutto nella società borghese i matrimoni sono sempre stati combinati dalle famiglie, l’amore non c’entrava. Se il matrimonio si basa sull’amore è destinato a finire, perché  l’amore finisce e spesso si trasforma in odio. E via dicendo, il rovesciamento di ciò che si pensa abitualmente è frequente in questo libro che, in ogni caso, porta a pensare, a riflettere. Anche e soprattutto se non si è sempre d’accordo con l’autore.
L’Albinati è un pensatore ma soprattutto è un grande romanziere. Quando si distende e narra, racconta, crea pagine indimenticabili, profili geniali, episodi di rara bellezza. Le descrizioni dei suoi compagni al SLM (San Leone Magno) sono fantastiche: Arbus e Picchiatello e Rummo e Jervis…  e così dei suoi insegnanti: Cosmo soprattutto, ma anche Svampa, De Laurentis, l’ineffabile preside, il patetico insegnante di religione, unico laico in una scuola di preti! Così i profili (quasi sempre un po’ strani, un po’ borderline) delle donne dell’autore che danno vita a situazioni sessuali al limite tra la bizzarria e l’autocompiacimento ironico. Come a dire: “guardate com’ero strano io, quanto sono stato al limite della devianza…!”
Il delitto del Circeo che tutti ricorderanno avvenuto negli anni ’70 dovrebbe essere l’epicentro del volume, ma secondo me è solo il pretesto (importante!) per l’analisi della trasformazione sociale avvenuta con l’emancipazione della donna, il femminismo e il contraccolpo micidiale sulla società maschile, che vede nella violenza sul corpo femminile l’unico modo di superare la crisi, di rivendicare la supremazia. Sta di fatto che il “femminicidio” odierno, lo stillicidio di violenze omicide ormai quotidiano su femmine fino un minuto prima compagne, spose, amanti dà ragione all’autore. Lo stupro è solo il primo passo dell’assassinio, non ha niente di sessuale, è solo prevaricazione sadica.

Infine la Roma descritta dall’autore e volontariamente limitata al QT (Quartiere Trieste) è una Roma apparentemente pacifica, sonnolenta, pulitina. Ma ovunque cova la “sporcizia” morale  e materiale, la ricca borghesia gronda sangue e violenza (fascista) anche se le chiese sono frequentate e le scuole “cattoliche” prese d’assalto.

Albinati mostra anche un coté dolce e malinconico, nostalgico e umano: il suo lavoro presso il carcere di Rebibbia, il suo rapporto con i carcerati, la persecuzione di cui è oggetto per un mite articolo sul carcere di massima sicurezza, le sue storie d’amore, la sua nostalgia per la madre. E’ un uomo combattuto che razionalmente rifiuta il “Credo” ma che sente il richiamo della fede come canto corale, come ancora di salvezza dalla turpitudine e dalla depressione.

Insomma un libro che va letto per comprenderlo a fondo. Una scrittura superba, mai uguale a se stessa, cangiante e capace di adattarsi al contenuto.

I suoi difetti (quelli che vedo io, s'intende)? Inevitabilmente la lunghezza che scoraggia i non ardimentosi (intelligenti pauca, ma forse Albinati pensa che i lettori in generale non siano persone intelligenti, ma solo curiose e superficiali. Forse per la massa non ha torto. Ma il paradosso è che il suo libro non è per la massa. In quanto all’intelligenza lo dice lui stesso: “l’intelligenza non serve a niente. Me ne sono convinto dopo una vita passata a sentirmi dire che sono intelligente”). E poi certe pagine ripetitive e un po’ retoriche, i cedimenti frequenti all’iperbole, questo sentirsi diverso dagli altri (e perché?). Infine non mi è piaciuta, nel finale, la sterminata riproduzione degli aforismi di Cosmo. Confesso che sono veramente troppi! Non ho letto l’ultimo capitolo. Vedremo in seguito.

Consiglio la lettura solo a chi inizierà questo ponderoso volume con l’animo di chi intraprende un viaggio lungo e faticoso ma che promette indimenticabili panorami e avventure (intellettuali) uniche.

Alcune perle dal testo

Gli obiettivi sono fatti apposta per non essere raggiunti, è la natura esclusiva del centro quella di non essere centrato.

l paradosso vuole che i luoghi più belli, presi d’assalto a causa della loro bellezza, siano ora i più spaventosi, i più orribili.

Anche da noi il pilota automatico tiene perlopiù l’individuo alla larga dalla trasgressione; non per bontà, o perché si sia convinti della giustezza delle leggi che si rispettano; ma per pura autoconservazione. Trasgredire, alla lunga o anche nel breve periodo, porta guai comunque maggiori di quelli prodotti dall’obbedienza.

Il tipo unilateralmente convinto di avere una missione tende a farne pagare i costi più alti a chi gli sta vicino.

Nel disporre del corpo altrui, se non vi è amore  a guidare gli atti, è possibile che si manifesti ferocia. Se non si risveglia  affetto, attrazione, desiderio verso quel corpo, è facile che sorga l’impulso di distruggerlo, quasi per punirlo di non essere stato capace di suscitare sentimenti positivi.

Le cose non sarebbero state più come prima... (quante volte lo si dice! n.d.r.) Certo, è una frase commovente e stupida che si potrebbe applicare a un punto qualsiasi della vita.

Amoproust, 26 settembre 2016


mercoledì 21 settembre 2016

Orhan Pamuk - Neve

Orhan Pamuk – Neve

Non è un libro recente  (2007) né uno dei più celebri dello scrittore turco, premio Nobel per la letteratura. L’occasione per rileggerlo mi è stata offerta dal colpo “burletta” di Stato contro il dittatore Erdogan (che tale è anche se mascherato da un’apparenza democratica). Mi ricordavo vagamente di un colpo di Stato descritto in questo libro e infatti così è, anche se in tempi più remoti. 

Romanzo noioso ma interessante. E’ la storia di un giornalista scrittore – di nome Ka  (che nasconde credo l’autore che lo finge suo amico) che si reca in una perduta città ai confini con l’Armenia in territorio curdo e per indagare su un’epidemia di suicidi femminili - ufficialmente per protesta contro il divieto di portare il velo (divieto del governo kemalista). La realtà è che Ka insegue la sua amata, Ipek, conosciuta a Istanbul e rifugiatasi a Kars.

Kars è una città dove nevica notte e giorno, le strade sono bloccate e si devono tenere le elezioni per il sindaco. Ka si  muove in questo inferno di gelo e buio incontrando diversi personaggi delle varie fazioni politiche. Intanto nel teatro della piccola cittadina avviene un colpo di Stato – anche questo burletta – da parte dell’esercito lealista contro i fanatici musulmani, le fazioni curde e  semplicemente contro la gente, per lo più arroccata nelle sue tradizioni. Ka incontra anche Ipek, fa l’amore con lei più volte e scopre maneggi di vario tipo che coinvolgono la sorella di Ipek, un certo Blu, capo dei radicalisti musulmani, che alla fine viene scoperto e ucciso. Ipek si rifiuta di seguire Ka a Francoforte, nonostante le promesse d’amore pregresse.  Ka se ne torna in patria e viene ucciso in un attentato dai contorni misteriosi. 

Una sintesi veloce  incompleta la mia, me ne rendo conto che non fa giustizia della complessità  del libro.

E’ una lettura utile per capire la Turchia di oggi, praticamente identica a quella di anni fa, divisa tra tendenze occidentali (proprie di Istanbul) ma nel suo cuore vero, anatolico, retrograda e ferma alle sue tradizioni storiche. La riforma kemalista di Ataturk non ha che scalfito la superficie del paese, anzi lo ha immerso in contraddizioni che di volta in volta hanno provocato conflitti, repressioni, violenze.

Ma le parti migliori del romanzo di Pamuk non sono le diatribe ideologiche (numerose) ma le storie di amore e le loro contraddizioni, dove  esplode l’umanità profonda propria di tutte le culture e inoltre le descrizioni dei luoghi, della città con le sue architetture delle varie epoche, sovrapposte come in uno scavo archeologico, la neve che scende implacabile, le fumose sale da tè, i bambini che giocano a pallone nonostante il clima gelido, le ragazze di Kars pudiche e pronte però a darsi quando l’amore lo richiede. 

Insomma la società della profonda Turchia immobile e impenetrabile.

Amoproust, 21 settembre 2016