Edoardo Albinati – La scuola cattolica
Davanti a un volume di 1300 pagine (o quasi) un
lettore si spaventa e rimane perplesso. Così è successo a me, quando ho visto il volume di Albinati
in libreria, anche se il testo in questione ha vinto il premio Strega. Poi leggendo
le recensioni sui vari siti di libri, ho notato una netta divaricazione tra
commenti entusiasti (5 stelle) e stroncature radicali (1 stella). “Qui c’è
qualcosa che non quadra” – mi sono detto. Alla fine, parlando con la mia amica
Gabriella, ho scoperto che aveva iniziato a leggerlo, anzi era a metà, impresa
già ardua. Mi invitò a fare lo stesso perché il suo giudizio era sospeso.
Allora ho scaricato il testo da Amazon in formato Kindle e per comodità di
lettura e per economia di spesa, dicendomi “se lo merita, acquisterò poi il
volume cartaceo”. Iniziando la lettura provai un grande entusiasmo e per lo
stile di scrittura (scorrevole, ampia, raffinata, ironica) e per il contenuto.
Il profilo del compagno Arbus, all’inizio del libro è un capolavoro, una scultura
come quelle di un guerriero africano, grezza ma espressiva.
Albinati mi risultò subito simpatico e, ora,
alla fine del libro, capisco anche il perché.
Albinati mi è simpatico per forti analogie
con me e la mia esperienza di vita. Siamo ambedue scrittori, lui un gigante e
io un pigmeo, ma abbiamo in comune la stessa razza. Albinati come me ha fatto
(o ancora fa) il professore di lettere, io nelle scuole pubbliche, lui nel
carcere di Rebibbia. Esperienza diversa ma accomunante nel contatto con persone
che da te si aspettano la “cultura”. E poi Albinati come me ha frequentato la
scuola dai preti, lui per dodici anni e io per tre, lui per appartenenza
borghese in un quartiere “up” di Roma,
per scelta di classe familiare. Io, di famiglia operaia, per una provvidenziale
borsa di studio vincolata al fatto che frequentassi il liceo dai preti, quei
preti. Provvidenziale perché mi salvò dall’umiliante istituto di ragioneria destinatami
dai progetti familiari. Ma in quella scuola pretesca situazione identica a
quella descritta da Albinati nel suo libro: classi solo maschili, insegnanti
preti, tonache svolazzanti, messa tutte le mattine prima delle lezioni,
comunione quasi obbligatoria, atmosfera di collegio, convitto. Poi un’altra convergenza
che non è banale, anche se lo sembra. Albinati ebbe come compagni di
scuola gli autori criminali del delitto
del Circeo (input fondamentale del libro). Nel mio liceo, due anni avanti a me, studiò quel signore che lo stesso
Albinati chiama “campione e primo esemplare” della borghesia che ha nel denaro e nel sesso i suoi idoli indiscussi e che ha
calcato il palcoscenico della politica italiana per un ventennio e tenta ancora
di presentarsi attivo e determinante. Origini cattoliche di persone borghesi, come se la classe e gli
studi in un ambiente privato e confessionale siano il brodo ideale di una
cultura di sopraffazione e dominio.
Devo
anche dire, per completamento del discorso e a onor del vero, che io a quei
preti devo la base, lo zoccolo della mia formazione culturale. Professori con
la tonaca, ma preparati, professionali, indiscutibilmente colti nella loro
materia e oltre. Non li dimenticherò mai e non sarò mai abbastanza grato nei loro
confronti.
Infine due definitive analogie.
Albinati si descrive come un uomo di sinistra o che è stato di sinistra. Così è
anche per me, anche se non so più bene cosa sia oggi la sinistra. Albinati, lo
si legge tra le righe (Freud compare dappertutto per essere confermato o
contraddetto) è uno studioso di psicanalisi, io ho una specializzazione in
psicologia e in sessuologia. Basta, no?
Ma veniamo al libro. Si definisce
romanzo ma sostanzialmente lo è solo in parte. Se sottraiamo le pagine
(moltissime) di divagazione intellettuale, il romanzo si riduce a ben poco. Non è un saggio perché non ha il
rigore e l’impostazione didattica dell’analisi o sociologica o psicologica. Non
è un’autobiografia, anche se (Albinati me lo consenta) il primo protagonista
della vicenda è lui, l’autore con la sua famiglia, la sua scuola (SLM), i suoi
compagni, i sui amori, il suo quartiere Trieste (QT). Cos’ è allora questo
libro con questo titolo “La scuola cattolica” così significativo nel bene e nel
male? I dispregiatori l’hanno definito
un vomito o una diarrea incontenibile (il che è una perfida maligna connotazione).
In realtà è una lunga “confessione”. Lo dice lo stesso Albinati in un capitolo
finale (sulla bocca del professor Cosmo: “ogni
romanzo è in realtà una confessione”). Confessione che si esprime come
un fiume in piena, ora calmo e pacifico,
ora ribollente nei suoi argini, ora stretto in un ripido canyon, ora dilagante
in golene, lanche e paludi. L’autore ne è consapevole perché spesso invita i
lettori a “saltare” certi capitoli “noiosi” per continuare la lettura della
vicenda principale. Una lunga confessione-riflessione dove l’autore si comporta
come l’anatomo patologo sul lettino dell’autopsia, usando il bisturi per
approfondire, sviscerare, tagliare, sezionare, guardare al microscopio,
ipotizzare e, alla fine, anche contraddire se stesso. Se si sta alla superficie
di questa lettura, è solo noia. Ma se la si segue con attenzione, senza la
pretesa di capire tutto subito, allora si trovano intuizioni brillanti,
approfondimenti sagaci, definizioni calzanti di cui far tesoro. Non è facile,
ma questo è la SC. (Albinati usa acronimi, lo sa solo lui il perché… va bene,
li uso anch’io).
I nuclei focali dell’autore sono,
oltre la scuola cattolica dei preti maristi, la borghesia, il maschile e il
femminile, la famiglia, la religione, la criminalità, la brutalità dello stupro
(il delitto del Circeo) il sesso e … la vita in generale. Lo stile è passionale, nel senso che la
scrittura rivela l’empito dell’autore, il suo completo coinvolgimento che lo
porta a insistere, esagerare, amplificare, fino alla iperbole per cui la
“totalizzazione” è frequente: da “molti uomini odiano le donne” a “tutti gli
uomini odiano le donne” il passo è breve. Quindi l’autore può apparire
presuntuoso e dogmatico in certi passaggi. Per esempio se il detto popolare
dice che “il matrimonio è la tomba dell’amore”, no, non è vero : “l’amore è
la tomba del matrimonio”, nel senso che per secoli e soprattutto nella società
borghese i matrimoni sono sempre stati combinati dalle famiglie, l’amore non
c’entrava. Se il matrimonio si basa sull’amore è destinato a finire,
perché l’amore finisce e spesso si
trasforma in odio. E via dicendo, il rovesciamento di ciò che si pensa abitualmente
è frequente in questo libro che, in ogni caso, porta a pensare, a riflettere.
Anche e soprattutto se non si è sempre d’accordo con l’autore.
L’Albinati è un pensatore ma
soprattutto è un grande romanziere. Quando si distende e narra, racconta, crea
pagine indimenticabili, profili geniali, episodi di rara bellezza. Le
descrizioni dei suoi compagni al SLM (San Leone Magno) sono fantastiche: Arbus
e Picchiatello e Rummo e Jervis… e così
dei suoi insegnanti: Cosmo soprattutto, ma anche Svampa, De Laurentis,
l’ineffabile preside, il patetico insegnante di religione, unico laico in una
scuola di preti! Così i profili (quasi sempre un po’ strani, un po’ borderline)
delle donne dell’autore che danno vita a situazioni sessuali al limite tra la
bizzarria e l’autocompiacimento ironico. Come a dire: “guardate com’ero strano
io, quanto sono stato al limite della devianza…!”
Il delitto del Circeo che tutti
ricorderanno avvenuto negli anni ’70 dovrebbe essere l’epicentro del volume, ma
secondo me è solo il pretesto (importante!) per l’analisi della trasformazione
sociale avvenuta con l’emancipazione della donna, il femminismo e il
contraccolpo micidiale sulla società maschile, che vede nella violenza sul
corpo femminile l’unico modo di superare la crisi, di rivendicare la
supremazia. Sta di fatto che il “femminicidio” odierno, lo stillicidio di
violenze omicide ormai quotidiano su femmine fino un minuto prima compagne,
spose, amanti dà ragione all’autore. Lo stupro è solo il primo passo
dell’assassinio, non ha niente di sessuale, è solo prevaricazione sadica.
Infine la Roma descritta
dall’autore e volontariamente limitata al QT (Quartiere Trieste) è una Roma
apparentemente pacifica, sonnolenta, pulitina. Ma ovunque cova la “sporcizia”
morale e materiale, la ricca borghesia
gronda sangue e violenza (fascista) anche se le chiese sono frequentate e le
scuole “cattoliche” prese d’assalto.
Albinati mostra anche un coté
dolce e malinconico, nostalgico e umano: il suo lavoro presso il carcere di
Rebibbia, il suo rapporto con i carcerati, la persecuzione di cui è oggetto per
un mite articolo sul carcere di massima sicurezza, le sue storie d’amore, la
sua nostalgia per la madre. E’ un uomo combattuto che razionalmente rifiuta il
“Credo” ma che sente il richiamo della fede come canto corale, come ancora di
salvezza dalla turpitudine e dalla depressione.
Insomma un libro che va letto per
comprenderlo a fondo. Una scrittura superba, mai uguale a se stessa, cangiante
e capace di adattarsi al contenuto.
I suoi difetti (quelli che vedo io, s'intende)? Inevitabilmente la
lunghezza che scoraggia i non ardimentosi (intelligenti
pauca, ma forse Albinati pensa che i lettori in generale non siano persone
intelligenti, ma solo curiose e superficiali. Forse per la massa non ha torto.
Ma il paradosso è che il suo libro non è per la massa. In quanto
all’intelligenza lo dice lui stesso: “l’intelligenza
non serve a niente. Me ne sono convinto dopo una vita passata a sentirmi dire
che sono intelligente”). E poi certe pagine ripetitive e un po’ retoriche,
i cedimenti frequenti all’iperbole, questo sentirsi diverso dagli altri (e
perché?). Infine non mi è piaciuta, nel finale, la sterminata riproduzione
degli aforismi di Cosmo. Confesso che sono veramente troppi! Non ho letto
l’ultimo capitolo. Vedremo in seguito.
Consiglio la lettura solo a chi
inizierà questo ponderoso volume con l’animo di chi intraprende un viaggio
lungo e faticoso ma che promette indimenticabili panorami e avventure
(intellettuali) uniche.
Alcune perle dal testo
Gli obiettivi sono fatti apposta per non essere raggiunti, è la natura
esclusiva del centro quella di non essere centrato.
l paradosso vuole che i luoghi più belli, presi d’assalto a causa della
loro bellezza, siano ora i più spaventosi, i più orribili.
Anche da noi il pilota automatico tiene perlopiù l’individuo alla larga
dalla trasgressione; non per bontà, o perché si sia convinti della giustezza
delle leggi che si rispettano; ma per pura autoconservazione. Trasgredire, alla
lunga o anche nel breve periodo, porta guai comunque maggiori di quelli
prodotti dall’obbedienza.
Il tipo unilateralmente convinto di avere una missione tende a farne
pagare i costi più alti a chi gli sta vicino.
Nel disporre del corpo altrui, se non vi è amore a guidare gli atti, è possibile che si
manifesti ferocia. Se non si risveglia
affetto, attrazione, desiderio verso quel corpo, è facile che sorga
l’impulso di distruggerlo, quasi per punirlo di non essere stato capace di suscitare
sentimenti positivi.
Le cose non sarebbero state più come prima... (quante
volte lo si dice! n.d.r.) Certo, è una
frase commovente e stupida che si potrebbe applicare a un punto qualsiasi della
vita.
Amoproust, 26 settembre 2016