sabato 5 marzo 2016

Elisabeth Strout



Elisabeth Strout – Amy e Isabelle


Ho conosciuto questa stupenda interprete e descrittrice della società americana, non la società  brillante ed evoluta di New York o Boston, ma della profonda provincia anonima con tutti i suoi vizi e poche virtù, leggendo Olive Kitteridge. E sono arrivato a Olive Kitteridge vedendo in TV la trasposizione del romanzo in due bellissime puntate nella meravigliosa interpretazione della McDormand.


Quasi sconosciuta in Italia, pubblicata da un editore minore, non tra i primari, Fazi, la Strout può essere messa a confronto con la Munroe, vincitrice del premio Nobel.


In Isabelle e Amy quello della Strout è un mondo tutto al femminile, donne per lo più umili, frustrate  e vinte (si direbbe con Verga) ma ricche di vita e di sentimenti che si portano dentro e riflettono all’esterno con una insolita vigoria. Donne – maschi perché su di loro si regge la vita e la fatica di tutto. I personaggi maschili sono figure secondarie, per lo più modeste e talvolta miserabili se non abbiette nella loro viltà. Irresponsabili delle loro azioni, vili e subdole fino alla vigliaccheria. Seduttori e sfruttatori, si servono di queste donne come di vittime sacrificali e non se ne pentono.


Isabelle è giunta nel paese dove vive, Shirley Falls dalla città, quasi cercando un rifugio perché “bastarda” e madre di una figlia generata fuori dal matrimonio. Le due donne vivono in una profonda simbiosi in questa cittadina dove una fabbrica dà lavoro a tutti. Il racconto descrive Shirley Falls come un inferno desolato in un’estate rovente senza respiro. Un fiume sporco e maleodorante la attraversa, l’afa opprime uomini e animali senza tregua e questa atmosfera rende molto bene il clima relazionale fatto di scontri, odi, invidie  e gelosie. Nella fabbrica e anche nella scuola dove Amy si inserisce.


L’episodio centrale è la seduzione con cui un supplente, Robertson, circuisce la giovane  Amy non ancora maggiorenne e la illude di un eterno amore impossibile e del tutto illusorio. Intanto approfitta di lei e  del suo corpo adolescenziale. Amy cade nella rete e non smette di illudersi anche quando Robertson abbandona la cittadina e non risponde alle sue lettere. Intanto la tresca è scoperta proprio dal principale di Isabelle (di cui la stessa è innamorata) e nasce lo scandalo nonostante che la cittadina sia una vera discarica di passioni indebite e di relazioni illegittime.


L’andamento altalenante delle passioni e dei sentimenti tra le diverse figure del romanzo è la trama su cui la Strout costruisce la storia, in un grigiore assoluto, in un’alternarsi di formalismi e piccole realtà provinciali: è il trionfo dello squallore assoluto.


Solo che da questa palude le donne si salvano in una rete di solidarietà e di riconoscimento della loro diversità, nell’accettazione del dolore che le perseguita e nell’adesione al compito di amare, comunque e sempre, soprattutto i bambini, frutto del loro ventre e del loro desiderio.


Un mondo di sole donne, che potrebbe vivere felice se non ci fossero di mezzo quei maledetti fuchi di cui si prendono, nonostante tutto, cura e che, (meraviglia!) continuano a desiderare.


Donne il cui carattere e la cui personalità la Strout descrive  a tinte forti con un linguaggio diretto, immediato, avvincente. Un libro che mi ha rapito dalla prima all’ultima pagina, certamente non allegro, non divertente, una striglia diretta  svegliare le coscienze, a infrangere tabù, a dissipare ipocrisie tenaci a morire.


Con Olive Kitteridge e Amy e Isabelle la Strout giganteggia a livello di Nobel.


Amoproust, 5 marzo 2016


Della Strout sono consigliabili anche I ragazzi Burgess, Resta con me, oltre il già citato Olive Kitteridge.