venerdì 9 dicembre 2016

Patrik Modiano

Patrik Modiano – L’erba delle notti

Strana vicenda quella di Modiano (o Modianò come dicono i francesi). Praticamente sconosciuto in Italia (il paese origine della famiglia e del cognome) è diventato celebre dopo il premio Nobel ricevuto nel 2014.
Einaudi si è buttato pubblicare i suoi libri (l’editoria non si smuove se non ci sono speranze di buoni profitti). Vicenda che è segno inequivocabile di uno scrittore difficile, un  po’ astruso.

Di Modiano ho letto tre romanzi (brevi, un suo pregio). “Rue des boutiques oscures” (letto in lingua originale - premio Goncourt 1978), Sconosciute (2004) e “L’erba delle notti” (2014).

I libri di Modiano sono un insieme coerente di riferimenti e rimandi. La memoria e il sogno segnano la sua struttura letteraria, particolarmente nel volume in oggetto. 
Un taccuino nero, fitto di appunti, date, appuntamenti guida il protagonista (la voce narrante, lo scrittore) nella ricostruzione di un passato quasi dimenticato, ma presente in un inconscio demolito. Riemerge la figura di una donna dalle mille identità che è stata sua amica/amante e un gruppo di personaggi borderline per non dire equivoci. Percorrendo le vie di Parigi e i luoghi citati  nel libretto nero (hotel, caffè, appartamenti) l’autore ricostruisce episodi che sono certamente legati fra di loro ma che l’atmosfera onirica, nebulosa, appannata fa apparire solo come tali.

Una cifra stilistica di Modiano, che può apparite stucchevole è la toponomastica. La citazione di vie con il loro nome (rue de Rennes, rue de Montaparnasse ecc.) e di luoghi più o meno storici di Parigi (le Luxembourg, l’Unic hotel, il caffè 66) è un’ossessione. E’ la realtà che fa da sfondo al carattere onirico della ricostruzione sempre precisa nei dettagli, ma sfuggente nel suo significato biografico e storico. La presenza nel libro di un ispettore di polizia e di un rapporto misteriosamente giunto nelle mani dell’autore, colora la vicenda di giallo/noir collocato forse nel dramma della guerra d’Algeria. Che fine ha fatto la misteriosa Dannie dai mille nomi? Che cosa è successo, che delitto è stato compiuto?

Nessuna risposta a questi interrogativi che rimangono sospesi nell’aria tremolante del ricordo imperfetto.

Così è un po’ sempre nei romanzi di Modiano. 

In “Sconosciute” la storia di tre donne misteriose che si aggirano nelle strade di Francia/Svizzera (non solo Parigi ma Ginevra e Annecy) guidate e forse perseguitate da un destino crudele.

In "Rue des boutique obscures" che ho quasi dimenticato, solo perché letto alcuni anni fa, l'atmosfera è la stessa. 

Tutti i romanzi e i racconti di Modiano costituiscono un percorso nel passato, rievocato e rivissuto partendo da un particolare, un dettaglio. Una modalità proustiana?

Non è un autore facile, può apparire noioso a chi ricerca la trama, l’avvenimento, la conclusione che non c’è mai. Per gustare Modiano bisogna afferrare e godere un clima, un’atmosfera, respirare con il protagonista, immedesimarsi e vivere le sue emozioni. 

Una lettura non adatta agli iperrazionalisti, in cerca di logica e spiegazioni. Una lettura per chi ama le costruzioni del passato alla ricerca di un’identità perduta, affidandosi al sogno e all’immaginazione.

"...questi esseri le cui orme si perdono, nascono un bel giorno dal nulla e alnulla ritornano dopo un fugace brillio. La maggior parte,anche da vivi, non avevano più consistenza di un vapore destinato a non condensarsi mai." (da "Via delle Botteghe oscure")

Amoproust, 9 dicembre 2016



domenica 20 novembre 2016

mario vargas llosa - crocevia

Mario Vargas Llosa – Crocevia

Un libro di Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura, merita sempre rispetto e attenzione. E’ un grande e ho sempre letto i suoi numerosi libri con piacere. Come dimenticare “La città  e i cani”  oppure “La casa verde”, “Avventure della ragazza cattiva”, “La festa del caprone” “L’eroe discreto” per citare solo quelli che ricordo a memoria? Impossibile. Una scrittura avvincente, una narrativa esaltante.

Quest’ultimo libro, invece, “Crocevia” mi ha deluso non poco. La scrittura mi è apparsa un po’ stanca, appannata (d'altronde l’autore, pur giovanile, ha ottant'anni)  e il contenuto, il racconto, articolato su piani diversi, non sempre coerenti fra di loro.

I piani sono l’erotismo, la drammatica situazione politica del Perù, una storia di corruzione e violenza.  

L’erotismo viene giocato con  passione, anche sfiorando la pornografia, data la leggerezza amorale dei protagonisti e la totale mancanza di pudore e ritrosia. Non è la descrizione cruda degli amplessi amorosi, prima solo lesbici, poi a triangolo, infine nella conclusione del libro con allusione a un quartetto, a sconcertare il lettore ma lo scenario drammatico e crudele dello sfondo sociale. I protagonisti vivono scissi in una paradossale schizofrenia personale: da una parte intenti a soddisfare le proprie pulsioni (soprattutto le donne), dall’altra minati dalla paura del terrorismo e del ricatto.

Il resto del racconto è giallo politico. Un tentativo di corruzione da parte di un giornalista viscido e ambiguo, Rolando Garro, al servizio del regime di Fujimori, dittatore del Perù negli anni ’90,  si trasforma in omicidio dello stesso da parte del regime (in quanto il giornalista ha agito contro le direttive del Doctor (il plenipotenziario della polizia politica segreta). Le indagini vengono sviate su un poveraccio semidemente, nemico acerrimo del giornalista. Ma il regime viene sconfitto in quanto la giornalista erede di Garro, la nana Retaquita, coraggiosamente si pone contro il Doctor, fingendo di assecondare le sue mire e procedendo poi a una denuncia pubblica, che mette fine alla dittatura.

Trama stupefacente. Viene il dubbio che la storia abbia un riscontro nella realtà, in quanto Vargas Llosa  è stato avversario politico di Fujimori, giapponese naturalizzato peruviano nelle elezioni del 1990. Mario Vargas Llosa fu sconfitto per pochi voti, in quanto la popolazione era atterrita dal suo programma di austerità e preferì il populista giapponese.  

Nel 1992, dice la storia, Fujimori trasformò il suo regime in sanguinosa dittatura fino al 2000. Anno in cui fu travolto da scandali e costretto a dimettersi e all’esilio in Giappone. Quindi la narrazione di “Crocevia” corrisponde cronologicamente agli eventi storici, la dittatura fu feroce e cadde per la corruzione e anche i continui assalti terroristici di Sendero Luminoso e dei Tupac Amaru. Ma la descrizione degli eventi come avviene in “Crocevia” appare debole e quasi ingenua, la giornalista nana ribelle, la denuncia su un giornale scandalistico e pornografico del regime, l’avvio alla magistratura delle registrazioni della corruzione.

Un giallo appunto, che può essere letto come tale, con divertimento anche. Ma non all’altezza dell’autore. Si sa come avviene: un autore noto  e stimato crea aspettative crescenti, il contrario delude. Se la firma non fosse quella di V.L. ma il testo fosse inserito in una collana di gialli, sarebbe più accettabile.

Voglio infine citare un particolare che mi ha colpito positivamente. A un certo punto della narrazione l’autore incrocia senza stacchi evidenti, nello stesso capitolo,  le tre narrazioni: la vicenda amorosa, il giallo politico, le sorti del poveraccio incolpato in una casa di riposo penitenziario. Si tratta di un’escamotage narrativo sconcertante ma che mi è piaciuto molto, ardito, avvincente.

La mano del grande artista colpisce sempre, anche solo per un particolare.

Grazie grande Mario. Non deludermi più.


Amoproust, 20 novembre 2016.

martedì 15 novembre 2016

Philip Roth – Pastorale Americana

Un libro di Philip Roth, il più grande scrittore americano vivente, premio Pulitzer. Il primo libro che lo ha reso famoso (1998). Confesso che lo prendo in mano solo ora per mia ignoranza, in seguito a due stimoli: una trasmissione televisiva dove Corrado Augias e Alessandro Baricco hanno lamentato che l’Accademia svedese abbia preferito assegnare il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan piuttosto che  a un grande scrittore come Roth; l’uscita recente nelle sale cinematografiche della trasposizione  filmica del romanzo a cura dell’attore  Mc Gregor, alla sua prima regia.

Non ho visto il film, ma mi dicono che sia molto bello. L’impresa era sicuramente ardua, quasi impossibile. Credo che la trasposizione filmica sia solo una “storia” non banale, ma appunto una storia che racconta il dramma dello Svedese Lou Levov  e della sua famiglia, prima e dopo (tre generazioni).

Il romanzo è talmente complesso e talmente ricco che credo appunto un’impresa quella di Mc Gregor: onesta e trasparente impresa, ma del tutto inadeguata a rendere il clima del romanzo. Perché dietro la storia dello Svedese c’è tutto il dramma dell’America e delle sue contraddizioni e del totale disfacimento e fallimento di quella società, del sogno americano così com’era stato concepito dai Padri fondatori. Dietro la storia della famiglia Levov si agitano la guerra nel Vietnam, il ribellismo giovanile e degli afroamericani, il lavoro in crisi, le delocalizzazioni, le città degradate  e distrutte dalle sommosse, lo snobismo degli intellettuali e l’inutile tentativo delle classi dominanti di far rientrare tutto questo in una normalità. Riflessione quanto mai attuale. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Philip Roth di ciò che sta succedendo in America, oggi.

Il titolo. Si riferisce al giorno del ringraziamento. Unico giorno dell’anno in cui, secondo Roth, l’America è unita attorno  a un immenso tacchino, simbolo della nazione, unico fulcro da tutti riconosciuto come un totem indiscusso.

Le parole di Roth:”…ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quanto tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana… una moratoria su ogni doglianza e risentimento. E’ la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore… in America diffidano uno dell’altro” per il rimanente dell’anno.

Un po’ come avviene forse da noi a Natale. Detto con la giusta ironia.

Per il resto dell’anno l’America è un abisso di divisioni, una babele di lingue, un arroccarsi di religioni diverse attorno ai propri simboli e alle proprie etnie, per cui i cattolici polacchi hanno la chiesa polacca e i cattolici irlandesi l’immancabile chiesa di Saint Patrick e via dicendo. Non parliamo poi delle divisioni di classe, quartieri residenziali, città intere per i ricchi con i loro riti e slum pazzeschi per i poveri. L’apartheid e la segregazione sono ancora una realtà e gli wasp anglosassoni non hanno alcuna intenzione di moderarla.

Lo Svedese è un tipico rappresentante degli ebrei americani, alto, bello, biondo, generoso (da qui il soprannome). Da giovane primeggia negli sport, ammirato da tutti, poi, vincendo le strenue assurde resistenze del padre Lou, sposa Dawn, irlandese di famiglia cattolica. L’idillio familiare dura a lungo. Lo Svedese insegue il sogno di una famiglia unita, ricca, di una vita pacifica e aliena  a drammi. Tutto sembra dargli ragione, la prosperità dell’azienda, la moglie che si dedica a un allevamento di bestiame quasi rinnegando il suo passato (miss New Jersey), la bellissima bambina nata da un’intesa sessuale perfetta. Lo Svedese eredita dal padre (che va in Florida come fanno gli americani benestanti a godersi la retraite) l’azienda di famiglia - fabbrica di guanti- che rilancia e apre succursali in altre parti del mondo. Lo Svedese cerca di rilanciarla in  tutti i modi, anche andando contro corrente.

Ma il destino è contro di lui nella figura della figlia Merry, prima incantevole bimba, poi balbuziente (quasi incurabile, sintomo della sua insoddisfazione), poi ribelle, poi aderente ai movimenti antiguerra e infine terrorista. Merry fa esplodere l’ufficio postale/emporio di Old Rimrock e si dà alla latitanza. Un morto, un terribile omicidio.

Da qui inizia la crisi dello Svedese e della famiglia. Seymour (questo il suo vero nome) con ostinazione, nella sua fede incrollabile nei valori americani, cerca di tamponarla, non vuole né rassegnarsi, né credervi. Ma Dawn impazzisce, conosce una lunga serie di ricoveri psichiatrici, poi si allontana da lui facendosi un amante. Il fratello di Seymour, Jerry, cardiochirurgo,  campione di divorzi (un’altra tipica mania americana, disgregatrice della famiglia) lo disprezza e non ne vuol sapere. I genitori anziani sono fermi sui loro sogni, nell’immagine della piccola Merry, incantevole bimba.

Lo Svedese riesce dopo lunghe traversie e subendo anche tentativi di seduzione da una folle amica di Merry, a ritrovarla: è diventata giaina, vive nella sporcizia, è ridotta  a uno scheletro, non mangia, abita in una sordida stanza nei pressi della ferrovia di Newark, stuprata e indifesa. E Seymour viene a sapere di altri tre omicidi commessi a sangue freddo dalla ragazza.

Nel suo rincorrere la verità (non diciamo tutto per non togliere il piacere di una lettura personale) lo Svedese vede frantumarsi tutto il mondo in cui aveva creduto, gli amici si rivelano falsi e ipocriti, la famiglia si sgretola, ognuno va per conto suo in cerca di un epilogo personale.

Il romanzo termina con un punto interrogativo: “ Ma cos’ha la loro vita che non ha? Cosa diavolo c’è di meno riprovevole della vita dei Levov?”

Rispondo: nulla e questa è la tragedia. Il male che cerchiamo di evitare ci rincorre e ci assedia.

La bellezza del romanzo è come Philip Roth racconta tutto questo. Non inseguendo supinamente la storia, ma rivivendola  nella testa dello Svedese in un andirivieni continuo tra passato, presente e ricordi e emozioni e nostalgie e ricostruzioni di dialoghi del passato. Pagine indimenticabili: si fa non poca fatica ad entrare nel flusso di memoria e di pensiero, ma in questo modo si vive la storia compartecipandola in una passionale convivenza che a poco a poco si fa anche storia personale.

Tutti di fronte alle calamità e alla nostra innocenza (presunta) possiamo chiederci:  “cosa ho fatto io per meritare questo tipo di vita e di sconfitta?” Non c’è risposta.

400 pagine che scorrono via e ci lasciano stupefatti e con la testa piena di interrogativi.

Non è questa infine la funzione della letteratura?

Amoproust, 13 novembre 2016





lunedì 31 ottobre 2016

Corrado Augias – I segreti di Istanbul

Il rischio, affrontando un tema come questo, è quello di dar vita a una guida turistica o di perdersi in dettagli – diciamo così – piccanti. 

Ma Augias è un autore multiforme che ha già dato prova di sé con Londra, Parigi e, soprattutto, Roma. E se l’è cavata egregiamente. Libri interessanti e colti, che hanno saputo trovare  e interpretare l’anima delle città, capirne a fondo l’identità culturale e storica.

Così è anche per questo volume su Istanbul, città a metà europea e a metà asiatica, dove Augias ha soggiornato – se ho ben capito – solo al fine di scrivere questo libro, ma ben corredato di fonti storiche e di una conoscenza approfondita dell’evoluzione nelle varie epoche e contesti. Ne è nato un piccolo condensato ritratto storico- culturale in sé unico, di grande interesse sia ai fini della pura conoscenza (oggi in sé tanto criticata, perché non finalizzata  a un utile immediato) sia pensando  a una visita della città, guidata non dagli stereotipi frettolosi luoghi comuni turistici, ma da un vero viaggio nelle intimità della metropoli.

Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul: tre tappe storiche. L’antica città “greca”, la città “cristiana” voluta da Costantino, la moderna metropoli d’impronta ottomana, turca fin nel midollo, quasi reattiva a qualsiasi tentativo di vera occidentalizzazione.

Molte le curiosità (i segreti) che emergono da queste pagine: Costantino e la madre Elena, praticamente fondatori della Chiesa ufficiale, Giustiniano e la bella misteriosa Teodora, Maometto II e la conquista sanguinosa della città, la città ebraica e le tracce del passato giudaico. E tutto ha lasciato una traccia, nelle chiese  e nelle moschee, nei palazzi superbi, nelle viuzze anguste, nei quartieri storici come quello di Pera. E nel libro molte le lezioni da imparare e di cui far tesoro.

Un volume da leggere e da cui difficilmente vi staccherete dopo le prime pagine, un po’ propedeutiche e apparentemente noiose, ma necessarie a condurre il lettore nel cuore del problema. Consiglio, come ho fatto io, di seguire il libro con una mappa aggiornata della città, magari con Google Heart. 

Sarà molto più arrapante, un vero viaggio culturale.


Amoproust, 31 ottobre 2016

lunedì 26 settembre 2016

Edoardo Albinati – La scuola cattolica

Davanti  a un volume di 1300 pagine (o quasi) un lettore si spaventa e rimane perplesso. Così è successo  a me, quando ho visto il volume di Albinati in libreria, anche se il testo in questione ha vinto il premio Strega. Poi leggendo le recensioni sui vari siti di libri, ho notato una netta divaricazione tra commenti entusiasti (5 stelle) e stroncature radicali (1 stella). “Qui c’è qualcosa che non quadra” – mi sono detto. Alla fine, parlando con la mia amica Gabriella, ho scoperto che aveva iniziato a leggerlo, anzi era a metà, impresa già ardua. Mi invitò a fare lo stesso perché il suo giudizio era sospeso. Allora ho scaricato il testo da Amazon in formato Kindle e per comodità di lettura e per economia di spesa, dicendomi “se lo merita, acquisterò poi il volume cartaceo”. Iniziando la lettura provai un grande entusiasmo e per lo stile di scrittura (scorrevole, ampia, raffinata, ironica) e per il contenuto. Il profilo del compagno Arbus, all’inizio del libro è un capolavoro, una scultura come quelle di un guerriero africano, grezza ma espressiva.  
Albinati mi risultò subito simpatico e, ora, alla fine del libro, capisco anche il perché.

Albinati mi è simpatico per forti analogie con me e la mia esperienza di vita. Siamo ambedue scrittori, lui un gigante e io un pigmeo, ma abbiamo in comune la stessa razza. Albinati come me ha fatto (o ancora fa) il professore di lettere, io nelle scuole pubbliche, lui nel carcere di Rebibbia. Esperienza diversa ma accomunante nel contatto con persone che da te si aspettano la “cultura”. E poi Albinati come me ha frequentato la scuola dai preti, lui per dodici anni e io per tre, lui per appartenenza borghese in  un quartiere “up” di Roma, per scelta di classe familiare. Io, di famiglia operaia, per una provvidenziale borsa di studio vincolata al fatto che frequentassi il liceo dai preti, quei preti. Provvidenziale perché mi salvò dall’umiliante istituto di ragioneria destinatami dai progetti familiari. Ma in quella scuola pretesca situazione identica a quella descritta da Albinati nel suo libro: classi solo maschili, insegnanti preti, tonache svolazzanti, messa tutte le mattine prima delle lezioni, comunione quasi obbligatoria, atmosfera di collegio, convitto. Poi un’altra convergenza che non è banale, anche se lo sembra. Albinati ebbe come compagni di scuola  gli autori criminali del delitto del Circeo (input fondamentale del libro). Nel mio liceo, due anni avanti  a me, studiò quel signore che lo stesso Albinati chiama “campione e primo esemplare” della borghesia che ha nel denaro  e nel sesso i suoi idoli indiscussi e che ha calcato il palcoscenico della politica italiana per un ventennio e tenta ancora di presentarsi attivo e determinante. Origini cattoliche di persone borghesi, come se la classe e gli studi in un ambiente privato e confessionale siano il brodo ideale di una cultura di sopraffazione e  dominio. 
Devo anche dire, per completamento del discorso e a onor del vero, che io a quei preti devo la base, lo zoccolo della mia formazione culturale. Professori con la tonaca, ma preparati, professionali, indiscutibilmente colti nella loro materia e oltre. Non li dimenticherò mai e non sarò mai abbastanza grato nei loro confronti.
Infine due definitive analogie. Albinati si descrive come un uomo di sinistra o che è stato di sinistra. Così è anche per me, anche se non so più bene cosa sia oggi la sinistra. Albinati, lo si legge tra le righe (Freud compare dappertutto per essere confermato o contraddetto) è uno studioso di psicanalisi, io ho una specializzazione in psicologia e in sessuologia. Basta, no?

Ma veniamo al libro. Si definisce romanzo ma sostanzialmente lo è solo in parte. Se sottraiamo le pagine (moltissime) di divagazione intellettuale, il romanzo si riduce  a ben poco. Non è un saggio perché non ha il rigore e l’impostazione didattica dell’analisi o sociologica o psicologica. Non è un’autobiografia, anche se (Albinati me lo consenta) il primo protagonista della vicenda è lui, l’autore con la sua famiglia, la sua scuola (SLM), i suoi compagni, i sui amori, il suo quartiere Trieste (QT). Cos’ è allora questo libro con questo titolo “La scuola cattolica” così significativo nel bene e nel male?  I dispregiatori l’hanno definito un vomito o una diarrea incontenibile (il che è una perfida maligna connotazione). In realtà è una lunga “confessione”. Lo dice lo stesso Albinati in un capitolo finale (sulla bocca del professor Cosmo: “ogni romanzo è in realtà una confessione”). Confessione che si esprime come un  fiume in piena, ora calmo e pacifico, ora ribollente nei suoi argini, ora stretto in un ripido canyon, ora dilagante in golene, lanche e paludi. L’autore ne è consapevole perché spesso invita i lettori a “saltare” certi capitoli “noiosi” per continuare la lettura della vicenda principale. Una lunga confessione-riflessione dove l’autore si comporta come l’anatomo patologo sul lettino dell’autopsia, usando il bisturi per approfondire, sviscerare, tagliare, sezionare, guardare al microscopio, ipotizzare e, alla fine, anche contraddire se stesso. Se si sta alla superficie di questa lettura, è solo noia. Ma se la si segue con attenzione, senza la pretesa di capire tutto subito, allora si trovano intuizioni brillanti, approfondimenti sagaci, definizioni calzanti di cui far tesoro. Non è facile, ma questo è la SC. (Albinati usa acronimi, lo sa solo lui il perché… va bene, li uso anch’io).
I nuclei focali dell’autore sono, oltre la scuola cattolica dei preti maristi, la borghesia, il maschile e il femminile, la famiglia, la religione, la criminalità, la brutalità dello stupro (il delitto del Circeo) il sesso e … la vita in generale.  Lo stile è passionale, nel senso che la scrittura rivela l’empito dell’autore, il suo completo coinvolgimento che lo porta a insistere, esagerare, amplificare, fino alla iperbole per cui la “totalizzazione” è frequente: da “molti uomini odiano le donne” a “tutti gli uomini odiano le donne” il passo è breve. Quindi l’autore può apparire presuntuoso e dogmatico in certi passaggi. Per esempio se il detto popolare dice che “il matrimonio è la tomba dell’amore”, no, non è vero : “l’amore è la tomba del matrimonio”, nel senso che per secoli e soprattutto nella società borghese i matrimoni sono sempre stati combinati dalle famiglie, l’amore non c’entrava. Se il matrimonio si basa sull’amore è destinato a finire, perché  l’amore finisce e spesso si trasforma in odio. E via dicendo, il rovesciamento di ciò che si pensa abitualmente è frequente in questo libro che, in ogni caso, porta a pensare, a riflettere. Anche e soprattutto se non si è sempre d’accordo con l’autore.
L’Albinati è un pensatore ma soprattutto è un grande romanziere. Quando si distende e narra, racconta, crea pagine indimenticabili, profili geniali, episodi di rara bellezza. Le descrizioni dei suoi compagni al SLM (San Leone Magno) sono fantastiche: Arbus e Picchiatello e Rummo e Jervis…  e così dei suoi insegnanti: Cosmo soprattutto, ma anche Svampa, De Laurentis, l’ineffabile preside, il patetico insegnante di religione, unico laico in una scuola di preti! Così i profili (quasi sempre un po’ strani, un po’ borderline) delle donne dell’autore che danno vita a situazioni sessuali al limite tra la bizzarria e l’autocompiacimento ironico. Come a dire: “guardate com’ero strano io, quanto sono stato al limite della devianza…!”
Il delitto del Circeo che tutti ricorderanno avvenuto negli anni ’70 dovrebbe essere l’epicentro del volume, ma secondo me è solo il pretesto (importante!) per l’analisi della trasformazione sociale avvenuta con l’emancipazione della donna, il femminismo e il contraccolpo micidiale sulla società maschile, che vede nella violenza sul corpo femminile l’unico modo di superare la crisi, di rivendicare la supremazia. Sta di fatto che il “femminicidio” odierno, lo stillicidio di violenze omicide ormai quotidiano su femmine fino un minuto prima compagne, spose, amanti dà ragione all’autore. Lo stupro è solo il primo passo dell’assassinio, non ha niente di sessuale, è solo prevaricazione sadica.

Infine la Roma descritta dall’autore e volontariamente limitata al QT (Quartiere Trieste) è una Roma apparentemente pacifica, sonnolenta, pulitina. Ma ovunque cova la “sporcizia” morale  e materiale, la ricca borghesia gronda sangue e violenza (fascista) anche se le chiese sono frequentate e le scuole “cattoliche” prese d’assalto.

Albinati mostra anche un coté dolce e malinconico, nostalgico e umano: il suo lavoro presso il carcere di Rebibbia, il suo rapporto con i carcerati, la persecuzione di cui è oggetto per un mite articolo sul carcere di massima sicurezza, le sue storie d’amore, la sua nostalgia per la madre. E’ un uomo combattuto che razionalmente rifiuta il “Credo” ma che sente il richiamo della fede come canto corale, come ancora di salvezza dalla turpitudine e dalla depressione.

Insomma un libro che va letto per comprenderlo a fondo. Una scrittura superba, mai uguale a se stessa, cangiante e capace di adattarsi al contenuto.

I suoi difetti (quelli che vedo io, s'intende)? Inevitabilmente la lunghezza che scoraggia i non ardimentosi (intelligenti pauca, ma forse Albinati pensa che i lettori in generale non siano persone intelligenti, ma solo curiose e superficiali. Forse per la massa non ha torto. Ma il paradosso è che il suo libro non è per la massa. In quanto all’intelligenza lo dice lui stesso: “l’intelligenza non serve a niente. Me ne sono convinto dopo una vita passata a sentirmi dire che sono intelligente”). E poi certe pagine ripetitive e un po’ retoriche, i cedimenti frequenti all’iperbole, questo sentirsi diverso dagli altri (e perché?). Infine non mi è piaciuta, nel finale, la sterminata riproduzione degli aforismi di Cosmo. Confesso che sono veramente troppi! Non ho letto l’ultimo capitolo. Vedremo in seguito.

Consiglio la lettura solo a chi inizierà questo ponderoso volume con l’animo di chi intraprende un viaggio lungo e faticoso ma che promette indimenticabili panorami e avventure (intellettuali) uniche.

Alcune perle dal testo

Gli obiettivi sono fatti apposta per non essere raggiunti, è la natura esclusiva del centro quella di non essere centrato.

l paradosso vuole che i luoghi più belli, presi d’assalto a causa della loro bellezza, siano ora i più spaventosi, i più orribili.

Anche da noi il pilota automatico tiene perlopiù l’individuo alla larga dalla trasgressione; non per bontà, o perché si sia convinti della giustezza delle leggi che si rispettano; ma per pura autoconservazione. Trasgredire, alla lunga o anche nel breve periodo, porta guai comunque maggiori di quelli prodotti dall’obbedienza.

Il tipo unilateralmente convinto di avere una missione tende a farne pagare i costi più alti a chi gli sta vicino.

Nel disporre del corpo altrui, se non vi è amore  a guidare gli atti, è possibile che si manifesti ferocia. Se non si risveglia  affetto, attrazione, desiderio verso quel corpo, è facile che sorga l’impulso di distruggerlo, quasi per punirlo di non essere stato capace di suscitare sentimenti positivi.

Le cose non sarebbero state più come prima... (quante volte lo si dice! n.d.r.) Certo, è una frase commovente e stupida che si potrebbe applicare a un punto qualsiasi della vita.

Amoproust, 26 settembre 2016


mercoledì 21 settembre 2016

Orhan Pamuk - Neve

Orhan Pamuk – Neve

Non è un libro recente  (2007) né uno dei più celebri dello scrittore turco, premio Nobel per la letteratura. L’occasione per rileggerlo mi è stata offerta dal colpo “burletta” di Stato contro il dittatore Erdogan (che tale è anche se mascherato da un’apparenza democratica). Mi ricordavo vagamente di un colpo di Stato descritto in questo libro e infatti così è, anche se in tempi più remoti. 

Romanzo noioso ma interessante. E’ la storia di un giornalista scrittore – di nome Ka  (che nasconde credo l’autore che lo finge suo amico) che si reca in una perduta città ai confini con l’Armenia in territorio curdo e per indagare su un’epidemia di suicidi femminili - ufficialmente per protesta contro il divieto di portare il velo (divieto del governo kemalista). La realtà è che Ka insegue la sua amata, Ipek, conosciuta a Istanbul e rifugiatasi a Kars.

Kars è una città dove nevica notte e giorno, le strade sono bloccate e si devono tenere le elezioni per il sindaco. Ka si  muove in questo inferno di gelo e buio incontrando diversi personaggi delle varie fazioni politiche. Intanto nel teatro della piccola cittadina avviene un colpo di Stato – anche questo burletta – da parte dell’esercito lealista contro i fanatici musulmani, le fazioni curde e  semplicemente contro la gente, per lo più arroccata nelle sue tradizioni. Ka incontra anche Ipek, fa l’amore con lei più volte e scopre maneggi di vario tipo che coinvolgono la sorella di Ipek, un certo Blu, capo dei radicalisti musulmani, che alla fine viene scoperto e ucciso. Ipek si rifiuta di seguire Ka a Francoforte, nonostante le promesse d’amore pregresse.  Ka se ne torna in patria e viene ucciso in un attentato dai contorni misteriosi. 

Una sintesi veloce  incompleta la mia, me ne rendo conto che non fa giustizia della complessità  del libro.

E’ una lettura utile per capire la Turchia di oggi, praticamente identica a quella di anni fa, divisa tra tendenze occidentali (proprie di Istanbul) ma nel suo cuore vero, anatolico, retrograda e ferma alle sue tradizioni storiche. La riforma kemalista di Ataturk non ha che scalfito la superficie del paese, anzi lo ha immerso in contraddizioni che di volta in volta hanno provocato conflitti, repressioni, violenze.

Ma le parti migliori del romanzo di Pamuk non sono le diatribe ideologiche (numerose) ma le storie di amore e le loro contraddizioni, dove  esplode l’umanità profonda propria di tutte le culture e inoltre le descrizioni dei luoghi, della città con le sue architetture delle varie epoche, sovrapposte come in uno scavo archeologico, la neve che scende implacabile, le fumose sale da tè, i bambini che giocano a pallone nonostante il clima gelido, le ragazze di Kars pudiche e pronte però a darsi quando l’amore lo richiede. 

Insomma la società della profonda Turchia immobile e impenetrabile.

Amoproust, 21 settembre 2016


giovedì 4 agosto 2016

A proposito di libri



A proposito di libri…


Mi scusino i miei pochi ma, spero, affezionati lettori se stavolta non commento una lettura, un libro, ma parlo di libri e meglio del “libro” in sé. 
Lo spunto mi è offerto dal trasloco (forzato, voluto dalla AIE, Associazione Italiana Editori) da Torino a Milano-Fiera del Salone del libro. Trasloco squallido e impertinente (nel senso della “non pertinenza”): infatti che c’entra Milano-Fiera con il libro? Che c’azzecca? – direbbe il fu Di Pietro. Niente. La Fiera di Milano-Rho è il luogo del business, del commercio, adatto al mobile, al motociclo, al turismo ma non al libro. Perché il libro in sé non è un prodotto commerciale, o meglio lo è anche ma in seconda, terza istanza. Il libro è un prodotto culturale ed è già azzardato parlare di “prodotto”. 
Il libro è una forma espressiva dell’uomo, forse la più antica e la più longeva, dai geroglifici egiziani e dalle tavolette di argilla scoperte a Ebla e in altri siti archeologici. Il libro si identifica con la scrittura e la scrittura è l’immediata trasmissione del pensiero e della cultura di un popolo. Il libro è testimonianza, narrazione, storia, arte, vita. Come si fa a definirlo “prodotto” come se fosse un consumo qualsiasi, una scatoletta di carne o di tonno, un giocattolo, un vestito?


Ora lo scenario del Lingotto a Torino era perfetto. Lì il libro cercava di testimoniare la trasformazione del luogo industriale in luogo culturale, dal lavoro-fatica al lavoro- intelletto. Torino come città che ha saputo riciclarsi e diventare un polo culturale di eccellenza. Non è che Milano non abbia un’offerta culturale, anzi! Ma la Fiera a Rho Pero nella sua perifericità e nel suo essere luogo destinato al business, al consumo no, non è una location adeguata per il Salone del libro. Questo trasloco ha svelato la considerazione che i grandi editori hanno del loro “prodotto”, ha dichiarato che il re è nudo, che l’industria editoriale dominata dalle grandi “marche” ha un solo fine: non la qualità dello scrivere, non la trasmissione del sapere, del buon leggere, ma la vendita, la quantità di libri messi sul mercato e venduti. Per cui è buon libro quello che raggiunge questo fine, non importa il suo contenuto, ma il cedimento totale ai gusti del pubblico, agli autori di massa, a chi fa audience. La stessa logica dell’industria cosiddetta “culturale” in genere, dei film di cassetta, della TV generalista. 
Ma il libro ha una sua dignità che si ribella a questa logica. Infatti non pochi autori, intuendo ciò che si nasconde sotto questo trasloco, il “non detto” ma che contemporaneamente si palesa tanto è evidente, si sono ribellati, a cominciare da Baricco che ha affermato “Torino vincerà”. Vorrei essere ottimista come lui, ma non ci riesco, lo spero, ma non ci credo.


L’altra notte ho sognato un “Salone del libro” nuovo, originale, alternativo, non importa dove, fors’anche in una città  di provincia sperduta. Ma un Salone che sia vero incontro tra gli autori che hanno qualcosa da dire, da raccontare con i lettori che li stimano, fossero anche tre o quattro. Un Salone che magari non si chiami così, dove la grande industria editoriale sia lontana, assente con i suoi nomi roboanti, con i suoi premi letterari truccati e oggetto di spartizione, dove sia presente solo la creatività di chi scrive e il desiderio di lettura e di sapere e di partecipazione emotiva di chi legge. Un sogno? Sì, ma non irrealizzabile.


Il Salone a Milano-Fiera è solo indice della bulimia commerciale di una città ingorda, che divora tutto ciò che tocca, dove i suoi simboli non sono più i suoi spendidi gioielli culturali, ma i grattacieli delle grandi banche e assicurazioni, la finanza di piazza Affari e appunto le fiere commerciali. Milano ha avuto l’Expo come evento che doveva celebrare l’innovazione alimentare e la “terra madre”, un nuovo modo di pensare al cibo: il tutto si è trasformato in un grande luna park  visitato per la curiosità di veder i padiglioni delle varie nazioni, in una gara a chi lo aveva costruito con maggiore ingegnosità e tecnologia. Del messaggio culturale “nutrire il pianeta” non sono rimaste che le briciole. Non vorrei che anche il Salone del libro celebrasse la morte del “vero” libro, la sua definitiva archiviazione nel passato delle anticaglie.


Temo di sì, spero di no: spero che prevalga anche in Milano la sua vocazione culturale che ha reso grande la città con la biblioteca Ambrosiana, Brera e le grandi case editrici di una volta, la cui mission era non solo vendere, ma soprattutto fare cultura.


Amoproust, 4 agosto 2016

martedì 5 luglio 2016

John Fante



John Fante – Chiedi alla polvere,  Full of life

Molti si chiederanno: chi è costui? John Fante è uno di quegli autori cui si arriva attraverso un percorso guidato, altrimenti rimane per i più uno sconosciuto. Dopo un colpevole silenzio di vent’anni oggi è riscoperto e ripubblicato. Colpa e demerito anche della nostra educazione scolastica letteraria, che è poco definir provinciale, tanto è gretta e ristretta ai confini dell’Italietta nostrana. Ho conseguito la maturità classica con ottimi voti, ho frequentato una facoltà di lettere e filosofia da cui sono uscito laureato con 110 e lode. Ma l’ho veramente meritato questo titolo? Come gli studenti liceali e universitari ai miei tempi (e non credo che oggi le cose stiano molto meglio) sapevo quasi tutto di Manzoni, Leopardi, Pascoli, Carducci… e del Rinascimento italiano e di Machiavelli, Ariosto, Tasso… Ma ho accostato quel gigante che è Proust solo un decennio fa, per mia volontà e curiosità di ricerca, non guidato da nessuno. E così è stato per l’universo sconfinato degli autori stranieri che gli studi ci hanno fatto credere poveri e inferiori ai nostri. Nonostante gli studi di Calvino, nonostante il mondo ormai in via di globalizzazione. Vorrei poter tornare indietro per recuperare il tempo perduto (Proust) ma non è possibile. Come ho potuto ignorare, da studente, Borges e Stendhal, Hemingway e Steinbeck, Musil e Mann? Bah! Forse è colpa dei miei insegnanti, triti ripetitori dei loro insegnanti, forse è colpa di un programma scolastico parafascista in cui il nome "italiano" ricorreva come un mantra, forse più banalmente è colpa  mia, pago del giardinetto di casa nostra oltre il cui muro si estendeva l’enorme prateria della vita narrativa. Inutile piangere sul latte versato (dice un vecchio ma saggio proverbio), inutile. Spero solo che questo mio povero blog riesca a innescare nei miei lettori la voglia di conoscere, sulle orme dell’Ulisse dantesco.
Fante - riprendo il discorso - è un italo americano, figlio di poveri emigranti abruzzesi, nato e vissuto in America. Ma non ha dimenticato le sue origini italiane che ricorrono nei suoi libri (che spero di leggere tutti dopo questi due primi assaggi) nel personaggio di Arturo Bandini, alter ego dell’autore   e nelle numerose citazioni autobiografiche. “Chiedi alla polvere” è una storia di iniziazione sentimentale. I protagonisti sono Arturo, scrittore alle prime armi e Camilla Lopez, cameriera messicana di un locale di Los Angeles. Il contesto in cui si svolge l’azione è una California polverosa e assetata, abitata da personaggi stralunati e cervellotici, popolata di alberghetti più simili a tane di topi che ad abitazioni di uomini. L’ironia e la comicità di Fante sono travolgenti, ma in un clima di malinconia e una persistente pervasione di colpa. Fante è cattolico, Fante è erede di una tradizione secolare dove l’educazione religiosa è tenebrosa, dove il destino si accompagna al crocifisso. Occorre leggere l’introduzione di Baricco al libro di Fante e si capiranno molte cose.

“Full of life “ è un testo breve autobiografico dove Fante racconta (inventa?) la gravidanza stralunata della sua compagna Joyce, in un susseguirsi di colpi di scena e l’irruzione nel romanzo del padre di John, rude muratore abruzzese in pensione. Irruzione avvenuta per volontà di un ingenuo John  in seguito  a un tragico evento: il crollo del pavimento della cucina per colpa delle termiti della casa dei due sposini. Il personaggio del papà giganteggia nel romanzo con il suo autoritarismo da padre padrone, il ricorso a trame superstiziose e un caratteraccio duro che lo porta ad allearsi con le stravaganze di Joyce, in crisi mistica per la gravidanza, contro il mite figlio John che subisce e patisce in nome della famiglia. La comicità e l’umorismo di Fante sono irresistibili, le situazioni proprie di un film di Charlie Chaplin, il finale degno di una commedia dell’arte. Ma non manca nel romanzo una lieve nostalgia per un mondo perduto e una nota malinconica per la brutalità e l’imprevedibilità della vita.

Non resta che augurare a tutti una buona lettura: cominciate da un qualsiasi libro di Fante. Se siete amanti della buona narrativa vi stregherà e ammalierà come e forse di più del suo omologo Bukowsky.

Amoproust, 5 luglio 2016