Marukami Haruki - Kafka sulla spiaggia
Non è frequente leggere un libro
giapponese, scritto da un giapponese. Ma questo testo è una lodevole eccezione.
Un libro che è pieno di saggezza e che, attraverso una scrittura semplice,
addirittura elementare, ci trasporta in un altrove irriconoscibile per noi
occidentali.
Questo è un primo punto,
essenziale. Kafka sulla spiaggia letto
come un romanzo qualsiasi, delude. Per comprenderlo e afferrarne il senso, il
significato, bisogna calarsi nella mentalità e nella cultura nipponica, senza
pregiudizi. Occorre lasciare la nostra razionalità aristotelica (causa –
effetto, responsabilità individuale e collettiva) a casa e immergersi in un
mondo altro, dove il destino la fa da padrone e dove il confine tra realtà,
sogno, fantasia, desiderio e immaginazione è assolutamente labile, tanto da
permettere continui sconfinamenti, direi quasi scorribande da una parte e dall’altra.
Kafka sulla spiaggia è un libro ponderoso (più di settecento pagine) non facili
da leggere nonostante la semplicità della scrittura: spesso induce monotonia,
spesso l’azione è così lenta e ripetitiva da disarmare. Ma occorre resistere
perché è un crescendo che corre verso un finale che non c’è, perché aperto e
imponderabile.
Due sono i filoni del libro. Il più
importante è la storia del quindicenne Tamura Kafka (nome auto scelto) che
fugge di casa, dal padre con cui vive e lo fa per cercare di togliersi di dosso
la maledizione che prevede per lui l’uccisione del padre e l’amore carnale per
la madre e la sorella, scappate di casa quando lui aveva quattro anni e quindi
del tutto sconosciute. Maledizione
edipica (di cui la psicoanalisi ha usato e abusato), che sembra
nonostante tratta da un mito occidentale, calzare molto bene con la cultura
giapponese, rituale e segnata dal destino. Tamura fugge ma sa che non potrà
sottrarsi al destino che infatti si compie suo malgrado in un modo dolcissimo e
sognante.
Il secondo filone è quello del
vecchio Nakata, vittima in gioventù di uno strano incidente che lo manda in coma,
dal quale si risveglia come una tabula
rasa, privo totalmente di memoria del prima, analfabeta e “tonto” (lui
stesso si definisce “stupido”) per cui vive di sussidio pubblico. Ma Nakata
possiede poteri paranormali: parla e si intende benissimo con i gatti, fa
piovere sardine e sanguisughe, è diretto nelle sue azioni da una “volontà”
estranea che lo guida verso obbiettivi sconosciuti, che lui persegue senza
discutere. Nakata è una persona buona ed è stupefacente vederlo compiere gesti
efferati solo perché guidato da un impulso cieco, il destino!
I due filoni sono destinati a
incrociarsi e a convivere verso una soluzione che non esclude l’avveramento
delle profezie, ma lascia spazio al recupero della responsabilità personale e all’autonomia
identitaria di Tamura.
Per noi occidentali fa specie
trovare in un romanzo che non sia una fiaba per bambini, un cartone animato,
gatti che parlano, personaggi come l’icona di Johnny Walker (sì, proprio quello
del whisky!) e del colonnello Sanders (sì, proprio quello del Kentucky Fried Chicken!)
agire come uomini veri, pietre “vive” che sono dell’entrata e dell’uscita,
mondi immaginari che convivono con la realtà
e che da cui si entra e si esce con ferree regole. E soprattutto poi il sesso
trattato senza alcuna pruderie, ma con naturalezza e profonda partecipazione
emotiva, sesso anche incestuoso (secondo i nostri canoni) ma totalmente privo
di colpa, soprattutto perché segnato dal destino. E il confine tra la vita e la
morte è un confine leggero, impalpabile. La morte è il seguito della vita, è
una porta che apre un altrove sconosciuto.
Ho amato questo libro e suoi personaggi:
Tamura Kafka, Oshima, Nakata, la signora Saeki, Hoshino, tutti portatori di una
forte identità e di una poesia personale fatta di dolcezza, sensibilità, accettazione
di se stessi e degli altri. Non c’è alcun moralismo in Kafka sulla spiaggia, moralismo che in un romanzo occidentale con
gli stessi contenuti, gronderebbe drammaticamente da ogni pagina. Lo ho amato
anche se spesso con la sua lentezza, le sue descrizioni dettagliate e ossessive
dei gesti quotidiani, mi ha stancato e
costretto a procedere con una lettura in più fasi.
Murakami Haruki è certo un grande
scrittore ed è merito suo non aver abbandonato la sua cultura per cercare
facili consensi planetari.
Amoproust, 23 marzo 2017.
Citazioni
·
Col
tempo la maggior parte delle cose finisce per essere dimenticata. Anche quella
guerra terribile, e la tragedia irreparabile di tante persone, appartengono
ormai a un passato lontano. Il vivere quotidiano occupa inesorabilmente i
nostri pensieri, e molte cose importanti si eclissano dalla nostra.
·
Le
cose che non annoiano, stancano presto, mentre quelle apparentemente noiose non
stancano mai.
·
In
tutte le cose, seguire un ordine è essenziale. Rispettare rigorosamente
l’ordine è una manifestazione di rispetto. E il rispetto è necessario,
·
Non
sono assurde la maggior parte delle scelte? Chiudere gli occhi è da rammolliti.
Evitare di guardare in faccia la realtà è da codardi. Mentre tu tieni gli occhi
chiusi e ti tappi le orecchie, il tempo avanza. Tic-toc-tic-toc.
·
Quando
uno cerca una cosa, quella cosa non arriva. Se invece uno cerca disperatamente
di evitarla, è la volta buona che ci va a sbattere contro.
·
Bene,
a me le persone strane piacciono. Anzi, penso che la gente che ha un aspetto
normale e fa una vita regolare, è quella che poi ti frega.
·
Se
anche fosse come temi, se il tuo destino vanificasse tutte le tue scelte e i
tuoi sforzi, comunque tu resteresti fermamente te stesso, non potresti mai
essere qualcosa di diverso da te. Qualunque cosa ti accada, accadrà a te. Di
questo puoi essere sicuro.
·
«Chiedi,
e ti vergognerai un attimo, non chiedere e ti vergognerai per sempre» era il
motto preferito di mio nonno.
·
«Il
puro presente è il processo impercettibile in cui il passato avanza divorando
il futuro. A dire il vero, ogni percezione è già ricordo».
·
Ci
sono tante cose di cui non hai colpa. Di cui non ho colpa neanch’io. E di cui
non ha colpa nemmeno la profezia, o maledizione che sia. Non è colpa del Dna né
dell’irrazionalità. Non è colpa dello strutturalismo né della terza rivoluzione
industriale. Se tutti moriamo o ci perdiamo è perché il meccanismo del mondo si
basa sull’estinzione e sulla perdita. Le esistenze di tutti noi non sono che
immagini riflesse di questo principio. Il vento soffia. Ci sono venti impetuosi
che spazzano via tutto, e venticelli leggeri che accarezzano. Ma ogni vento
prima o poi si disperde e scompare. Il vento non ha sostanza. È solo un modo
per definire lo spostamento dell’aria. Ascolta attentamente, e capirai questa
metafora
Il confine tra l’oggi e il domani, il domani e il
dopodomani, è labile: il tempo è come una nave senza ancora, trasportata qua e
là dalla corrente.
La guerra si nutre di guerra. Succhia il sangue
versato dalla violenza, e cresce alimentandosi con carne ferita dalla violenza.
La guerra è in sé una creatura vivente, autosufficiente.