giovedì 23 marzo 2017

Marukami Haruki - Kafka sulla spiaggia

Non è frequente leggere un libro giapponese, scritto da un giapponese. Ma questo testo è una lodevole eccezione. Un libro che è pieno di saggezza e che, attraverso una scrittura semplice, addirittura elementare, ci trasporta in un altrove irriconoscibile per noi occidentali.

Questo è un primo punto, essenziale. Kafka sulla spiaggia letto come un romanzo qualsiasi, delude. Per comprenderlo e afferrarne il senso, il significato, bisogna calarsi nella mentalità e nella cultura nipponica, senza pregiudizi. Occorre lasciare la nostra razionalità aristotelica (causa – effetto, responsabilità individuale e collettiva) a casa e immergersi in un mondo altro, dove il destino la fa da padrone e dove il confine tra realtà, sogno, fantasia, desiderio e immaginazione è assolutamente labile, tanto da permettere continui sconfinamenti, direi quasi scorribande da una parte e dall’altra.

Kafka sulla spiaggia è un libro ponderoso (più di settecento pagine) non facili da leggere nonostante la semplicità della scrittura: spesso induce monotonia, spesso l’azione è così lenta e ripetitiva da disarmare. Ma occorre resistere perché è un crescendo che corre verso un finale che non c’è, perché aperto e imponderabile.

Due sono i filoni del libro. Il più importante è la storia del quindicenne Tamura Kafka (nome auto scelto) che fugge di casa, dal padre con cui vive e lo fa per cercare di togliersi di dosso la maledizione che prevede per lui l’uccisione del padre e l’amore carnale per la madre e la sorella, scappate di casa quando lui aveva quattro anni e quindi del tutto sconosciute. Maledizione  edipica (di cui la psicoanalisi ha usato e abusato), che sembra nonostante tratta da un mito occidentale, calzare molto bene con la cultura giapponese, rituale e segnata dal destino. Tamura fugge ma sa che non potrà sottrarsi al destino che infatti si compie suo malgrado in un modo dolcissimo e sognante.

Il secondo filone è quello del vecchio Nakata, vittima in gioventù di uno strano incidente che lo manda in coma, dal quale si risveglia come una tabula rasa, privo totalmente di memoria del prima, analfabeta e “tonto” (lui stesso si definisce “stupido”) per cui vive di sussidio pubblico. Ma Nakata possiede poteri paranormali: parla e si intende benissimo con i gatti, fa piovere sardine e sanguisughe, è diretto nelle sue azioni da una “volontà” estranea che lo guida verso obbiettivi sconosciuti, che lui persegue senza discutere. Nakata è una persona buona ed è stupefacente vederlo compiere gesti efferati solo perché guidato da un impulso cieco, il destino!

I due filoni sono destinati a incrociarsi e a convivere verso una soluzione che non esclude l’avveramento delle profezie, ma lascia spazio al recupero della responsabilità personale e all’autonomia identitaria di Tamura.

Per noi occidentali fa specie trovare in un romanzo che non sia una fiaba per bambini, un cartone animato, gatti che parlano, personaggi come l’icona di Johnny Walker (sì, proprio quello del whisky!) e del colonnello Sanders (sì, proprio quello del Kentucky Fried Chicken!) agire come uomini veri, pietre “vive” che sono dell’entrata e dell’uscita, mondi  immaginari che convivono con la realtà e che da cui si entra e si esce con ferree regole. E soprattutto poi il sesso trattato senza alcuna pruderie, ma con naturalezza e profonda partecipazione emotiva, sesso anche incestuoso (secondo i nostri canoni) ma totalmente privo di colpa, soprattutto perché segnato dal destino. E il confine tra la vita e la morte è un confine leggero, impalpabile. La morte è il seguito della vita, è una porta che apre un altrove sconosciuto.

Ho amato questo libro e suoi personaggi: Tamura Kafka, Oshima, Nakata, la signora Saeki, Hoshino, tutti portatori di una forte identità e di una poesia personale fatta di dolcezza, sensibilità, accettazione di se stessi e degli altri. Non c’è alcun moralismo in Kafka sulla spiaggia, moralismo che in un romanzo occidentale con gli stessi contenuti, gronderebbe drammaticamente da ogni pagina. Lo ho amato anche se spesso con la sua lentezza, le sue descrizioni dettagliate e ossessive  dei gesti quotidiani, mi ha stancato e costretto a procedere con una lettura in più fasi.

Murakami Haruki è certo un grande scrittore ed è merito suo non aver abbandonato la sua cultura per cercare facili consensi planetari.

Amoproust, 23 marzo 2017.

Citazioni
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     Col tempo la maggior parte delle cose finisce per essere dimenticata. Anche quella guerra terribile, e la tragedia irreparabile di tante persone, appartengono ormai a un passato lontano. Il vivere quotidiano occupa inesorabilmente i nostri pensieri, e molte cose importanti si eclissano dalla nostra.
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     Le cose che non annoiano, stancano presto, mentre quelle apparentemente noiose non stancano mai.
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    In tutte le cose, seguire un ordine è essenziale. Rispettare rigorosamente l’ordine è una manifestazione di rispetto. E il rispetto è necessario,
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    Non sono assurde la maggior parte delle scelte? Chiudere gli occhi è da rammolliti. Evitare di guardare in faccia la realtà è da codardi. Mentre tu tieni gli occhi chiusi e ti tappi le orecchie, il tempo avanza. Tic-toc-tic-toc.
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    Quando uno cerca una cosa, quella cosa non arriva. Se invece uno cerca disperatamente di evitarla, è la volta buona che ci va a sbattere contro.
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      Bene, a me le persone strane piacciono. Anzi, penso che la gente che ha un aspetto normale e fa una vita regolare, è quella che poi ti frega.
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      Se anche fosse come temi, se il tuo destino vanificasse tutte le tue scelte e i tuoi sforzi, comunque tu resteresti fermamente te stesso, non potresti mai essere qualcosa di diverso da te. Qualunque cosa ti accada, accadrà a te. Di questo puoi essere sicuro.
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      «Chiedi, e ti vergognerai un attimo, non chiedere e ti vergognerai per sempre» era il motto preferito di mio nonno.
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      «Il puro presente è il processo impercettibile in cui il passato avanza divorando il futuro. A dire il vero, ogni percezione è già ricordo».

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      Ci sono tante cose di cui non hai colpa. Di cui non ho colpa neanch’io. E di cui non ha colpa nemmeno la profezia, o maledizione che sia. Non è colpa del Dna né dell’irrazionalità. Non è colpa dello strutturalismo né della terza rivoluzione industriale. Se tutti moriamo o ci perdiamo è perché il meccanismo del mondo si basa sull’estinzione e sulla perdita. Le esistenze di tutti noi non sono che immagini riflesse di questo principio. Il vento soffia. Ci sono venti impetuosi che spazzano via tutto, e venticelli leggeri che accarezzano. Ma ogni vento prima o poi si disperde e scompare. Il vento non ha sostanza. È solo un modo per definire lo spostamento dell’aria. Ascolta attentamente, e capirai questa metafora

     Il confine tra l’oggi e il domani, il domani e il dopodomani, è labile: il tempo è come una nave senza ancora, trasportata qua e là dalla corrente.   

     La guerra si nutre di guerra. Succhia il sangue versato dalla violenza, e cresce alimentandosi con carne ferita dalla violenza. La guerra è in sé una creatura vivente, autosufficiente.


mercoledì 15 marzo 2017

La casa dei Krull - Simenon

Simenon -  la casa dei Krull

E’ l’ultimo romanzo del grande Simenon pubblicato da Adelphi che sta curando l’edizione di una specie di “opera omnia” dell’autore francese, conosciuto ovunque per il commissario Maigret e le sue “storie” poliziesche. E’ anche noto agli appassionati che Simenon non significa solo Maigret, ma tutta una serie di “racconti” che hanno come protagonista indiscusso la Francia, soprattutto la Francia dei poveri, degli esclusi, della provincia bigotta e culturalmente arretrata come lo sono spesso le campagne e i suburbi.

Io preferisco di gran lunga il Simenon romanziere e pittore d’ambienti al Simenon giallista. Anche se ho letto tutto Maigret in lingua originale e, quando alla TV ridanno una serie con l'interpretazione di Bruno Cremer, non mi posso esentare dal vederla. Atmosfere e lessico indiscutibilmente "Simenon". Cremer sta a Maigret come Zingaretti sta a Montalbano. 

Ma la divisione è artificiosa. Già in Maigret si respira a più riprese quel clima torbido e reticente della provincia delle chiuse e delle nebbie, dei battelli che solcano i canali e fanno la spola tra la Senna e i porti dei Paesi Bassi. Clima e rapporti sociali che sono sempre uguali a se stessi, tra storie familiari popolate di segreti indicibili, osterie dove si celebra la sagra del gossip e delle maldicenze, marinai che portano da lontano riti di culture diverse e “strane” per i sospettosi abitanti dei canali.

Va da sé che letto un romanzo di Simenon e respirata l’aria e il profumo “culturale” di una storia (sapore di fumo di tabacco, di pesante vino rosso, di Calvados e di sidro, nonché della cassoulet e dello stinco di maiale, di stanze d’albergo squallide e disadorne), sembra di averli letti tutti. Ma c’è sempre un dettaglio, un movimento, una particolarità che segna quel racconto come unico e impedisce di usare la parola infamante “fotocopia”. Simenon non produce fotocopie ma ha un suo inconfondibile tratto, come tutti i grandi scrittori e i grandi artisti. Si riconosce Simenon come non si può non riconoscere un Toulouse Lautrec, un Monet o un Caravaggio.

La casa dei Krull è un racconto originale. I Krull sono emigrati tedeschi naturalizzati. Mercanti  integrati nella vita del “canale”. Ma la monotonia, il tran tran quotidiano che ha permesso la mimetizzazione, vengono spezzati quando sopraggiunge un membro della famiglia originaria dalla Germania a ricordare un’estraneità ormai quasi dimenticata. C’è un caso di omicidio e la gente del posto comincia a sospettare dei Krull e di questo nuovo arrivato che parla quasi solo tedesco. Scatta la xenofobia, comincia il sospetto che diventa accusa gratuita, calunnia  e persecuzione. Arriva la tragedia finale.

La grandezza di Simenon è nel modo in cui tratta la psicologia della folla, il dilagare della diceria, i movimenti che diventano sommossa e ostracismo. Una bravura indiscutibile che mi ha richiamato alla mente l’assalto ai forni del Manzoni e la folla arringata dal “poeta” Renzo Tramaglino. 

Una bravura che fa di questo semplice racconto un piccolo capolavoro da non perdere e alla luce del quale leggere tante tragedie contemporanee.

Amoproust 15 marzo 2017

Nota: di Simenon non capisco solo una cosa. Perché tutti quei frequentissimi puntini di sospensione? Fanno sì pensare al non detto, ma indicano anche un trascinamento del pensiero, un’ irresolutezza di fondo. Forse sarebbe bene, in un’ edizione moderna, lasciarli perdere.

domenica 12 marzo 2017

Elisabeth Strout - Mi chiamo Lucy Barton

Una camera d’ospedale la cui finestra mostra, sullo sfondo, il grattacielo Crysler a New York con le sue luci intermittenti. Una ricoverata per analisi (la cui durata sembra eterna) che riceve la visita, inaspettata, della madre, che si ferma al suo capezzale per giorni. Senza mai riposare veramente, senza mai staccarsi dalla sua “Bestiolina”. Questo l’affettuoso nomignolo usato. La cosa strana è che madre  e figlia non si vedono da anni e, dopo, si vedranno ancora di meno.

E’ un diario intimo quest’ultimo libro della Strout che ho trovato diversissimo dagli altri, dai “ragazzi Burgess” all’indimenticabile capolavoro “ Olive Kitteridge”. 

Un diario che rivela, ma senza mai calcare la mano, un retroterra familiare devastato da sentimenti contrastanti, lontananze inspiegabili, incomunicabilità e freddezza. Indubbiamente dietro la figura della protagonista Lucy, c’è l’autrice, c’è il suo dramma personale. La solitudine di chi ha abbandonato tutto per seguire la sua personale vocazione, che vale più di ogni altra cosa. Più dei genitori, dei fratelli, del marito.

E’ commovente questo diario, anche se non è facile da seguire, costruito com’è da frammenti, da flash e ricordi improvvisi, da scoperte repentine e illuminazioni. Il racconto della mamma ai piedi del letto si dipana per cinque lunghi giorni e permette all’autrice di ricostruire un passato, doloroso e amaro, popolato da figure dolenti, costellato da soprusi familiari e episodi sepolti nell’oblio.

Nel letto d’ospedale Lucy è solo una donna disperata che trova nelle cure di un medico gentile e affettuoso la forza per tirare avanti. Più tardi è una scrittrice di successo, sola ma che ora ha un mezzo per parlare della sua vita e anche degli altri: la parola scritta. Mai per condannare o giudicare ma per comprendere e amare, se possibile. La comunicazione scritta sostituisce l’afasia precedente e costruisce una storia, quella appunto di Lucy Barton.

Un libro triste e dolente ma che ha il merito di rivalutare la “parola” come mezzo per costruire ponti e valicare e superare incomprensioni epocali.

Amoproust, 12 marzo 2017


domenica 5 marzo 2017

Il grande Meaulnes

Alain-Fournier - Il grande Meaulnes

La profonda provincia francese alla fine del secolo diciannovesimo: campagna, natura, ruralità intatta e borghi isolati. Una scuola enorme in una fattoria, diretta da una coppia di cui l’autore si professa figlio e scolaro. Scuola e convitto. Si fanno lezioni, si mangia e si dorme spartanamente, nel freddo e nel buio dell’inverno.

In questo edificio-pensionato piomba, un giorno, un ragazzotto grande e grosso, di nome Augustin Meaulnes, subito definito il grande Meaulnes. E’ diverso, è un alieno che subito spezza la monotonia di quella scuola con le sue stravaganze, porta scompiglio, divide gli animi. L’autore parteggia per lui, lo trova divertente e nasce una ferrea amicizia. 

Un giorno Augustin ne inventa una “mondiale”: in concorrenza con gli addetti stabiliti dal maestro per andare a prelevare alla stazione i nonni in arrivo, Augustin si impadronisce di una cavalla e di una carretta della fattoria vicina e parte per la stazione “precedente” per fare il servizio e una beffa ai compagni. Ma gli va male: si perde e la sua carretta con la cavalla vengono ritrovati persi nella campagna.

Questo l’incipit del libro in questione. 

Ma il grande Meaulnes torna inaspettatamente e racconta al suo amico (l’autore) mesto e invidioso, la sua avventura fantastica e inimmaginabile. E’ arrivato in un castello (borgo - feudo - domaine in francese) dove si sta svolgendo una festa di nozze favolosa: danze, giocolieri, maschere, giochi… Ma la sposa fugge inspiegabilmente e tutto si spegne. Nel frattempo Augustin incontra una fanciulla bellissima, di cui si innamora e di cui perde le tracce. Ma d’ora in poi avrà un solo obbiettivo: ritrovare la misteriosa donzella e portarla via con sé.

Un secondo incipit - sembra (il primo è solo la cornice) - che dà il là a tutto il libro di Fournier: la ricerca della felicità, l’illusione di averla a portata di mano e poi la dilazione, l’imprevisto e l’irruzione della realtà che si rivela tutt'altro che una festa luminosa e frizzante. La realtà opaca, deludente, carica di ansia e “fastidi”. Meaulnes non ci sta, non si rassegna e riparte in cerca d’altro, di una nuova felicità. L’autore sembra guardarlo sconsolato e a sua volta deluso: la felicità non può racchiudersi solo nell’attesa e sbriciolarsi  tra le mani quando sembra compiuta.

Questo il significato simbolico del libro che ha senso solo se letto in questa dimensione: favola, mito, avventura eroica e metafora della vita. Non rivelo altro per non togliere all’aspirante lettore il piacere della scoperta del seguito e della fine. Non a caso Fournier (morto tragicamente in guerra a 27 anni) è ritenuto appartenente alla scuola simbolista. Non so se dirmi d’accordo con questa definizione (tutte le definizioni creano schemi imperfetti) ma posso solo testimoniare la mia impressione. 

Il libro di Fournier non regge sul piano della realtà soprattutto se considerato come libro di formazione. Meaulnes rappresenta l’immaturità dell’adolescenza che insegue il sogno e quando questo si infrange di fronte all’irruzione spietata della realtà non si rassegna, non  matura, non converte il suo atteggiamento e vuol continuare a essere un adulto-adolescente. Ce ne sono tanti nel mondo di oggi e fanno danno. A sé e agli altri.

Questo non significa affatto che il libro non sia bello. Anzi il contrasto tra la parte “sognante” e il discorso realistico è avvincente, fa riflettere come riflette l’autore. Belle sono le atmosfere, i paesaggi della natura incorrotta, la vita rurale, gli interni desolati. Il libro è quasi intriso dall’umidità della campagna e dal gelo, dalla mancanza di luce nelle ore notturne, dal carattere spigoloso dei personaggi.

Ho letto il libro in italiano e in una traduzione che valuto malfatta, frettolosa (mi perdoni il traduttore). Ho – conoscendo un poco la lingua – letto a confronto pagine originali, traendone l’impressione che la lingua francese è “sostanziale” nel libro di Fournier. Quindi, se potete, leggetelo in francese.

La mia preferenza va alla storia reale, alla seconda parte del libro. Lì c’è la vita vera, dove le passioni e le intemperanze dell’adolescenza vengono messe alla prova e si vede dove sta la vittoria e la sconfitta.

Ma, di fronte  a un libro avventuroso e favoloso come “Il grande Meaulnes”, mi pare che ciascuno sia libero di avere un approccio personale, ritenerlo un capolavoro (come si sostiene da più parti)  o semplicemente un  libro degno di stare in ogni rispettabile biblioteca. Come succede per "Il piccolo principe" o "Pinocchio" o ancora "Peter Pan"e "Alice nel paese delle meraviglie".


Amoproust, 5 marzo 2017