venerdì 20 maggio 2016

Alianello - L'alfiere



Carlo Alianello – L’alfiere

La letteratura sul nostro Risorgimento è ampia, sia saggistica che narrativa. Ma la retorica patriottarda e l’esigenza di rafforzare l’unità della nazione hanno a lungo evidenziato solo le letture apologetiche, mettendo in ombra quelle critiche o addirittura “capovolte”. Anche sui nostri libri di storia per le scuole, Garibaldi è un eroe indiscusso, Cavour il grande “tessitore” e Vittorio Emanuele il realizzatore dell’unità. I Borboni poi non ne parliamo: forcaioli e retrogradi, austeri conservatori dell’ordine antico, contrari ad ogni novità.

Tutto ciò almeno fino all’avvento del “Gattopardo” che, con il suo successo ha aperto la strada a un modo diverso di osservare la realtà della conquista del Regno delle due Sicilie, non mancando di suscitare ancora resistenze e reazioni scandalizzate. Ma esisteva già una letteratura che aveva operato una lettura dalla parte dei “vinti”, letteratura ombreggiata e soffocata ma con i suoi momenti di successo.

“L’alfiere” di Carlo Alianello appartiene a questa letteratura. Scritto nel 1942 in clima bellico e ancora sotto l’influsso dell’era fascista costò all’autore il confino, ma fu difeso e più volte in edizione fino alla massima notorietà per uno sceneggiato televisivo del 1956. Ripreso quindi nel dopoguerra da Vallecchi e dalla BUR con la recente edizione del 2011.

Lo stile dell’autore è retorico ed enfatico con improvvise distensioni in un linguaggio semplice e  scorrevole quando si parla di vita e di amore.

L’alfiere è Pino Lancia, ufficiale tenente borbonico dei Cacciatori che ha un unico pensiero: lui ha giurato fedeltà al Re, alla corona e alla Nazione, quella è la sua vocazione e il suo destino, sollecitazioni diverse non lo scompongono, anzi lo irritano. Il liberalismo – la libertà che molti osannavano portata da Garibaldi - era semplicemente una cosa senza senso, l’Italia unita sotto i Piemontesi una bestemmia. La sua libertà è l'uniforme gallonata, amata fino al feticismo. Pino è un  ventenne sensibile e umano soprattutto verso la sua truppa, ma questo non toglie che verso i nemici (emissari di Satana) sia impietoso. Dio è con lui, con Sua Maestà e il suo esercito.

Ferito nella battaglia di Partinico e inviato per la convalescenza a Napoli, assiste alla decadenza del Regno e al progressivo tradimento dei reggimenti che passano al nemico. La teoria di Alianello è che i borbonici hanno perso perché non ci fu vera resistenza e i generali (illusi dalla forza di Garibaldi e dalla speranza di fulgide carriere nell’esercito piemontese) hanno tradito, impedendo la battaglia.

Pino è amareggiato, viene persino quasi per burla incarcerato dai suoi a Tito (Potenza), ma liberato rientra nei ranghi e partecipa alla battaglia sul Volturno e alla resistenza di Gaeta, in mezzo a mille avventure che danno al romanzo il sapore di un Dumas.

Tuttavia le pagine più belle, dove l’autore si distende, dimentica quasi la retorica sono le pagine d’amore (per l’algida Renata e poi la sensibile Titina, il suo vero amore  e infine l'appassionata Ginevra), i dialoghi e i fremiti d’amore. E poi le pagine dedicate alla cultura del Sud, la serenata alle belle nelle strade di Tito e il ballo della tarantella. Così come indimenticabile è la scena madre dell’addio di Francesco II a Napoli alla corte e ai suoi dignitari in un clima funereo di tristezza e decadimento.

Il libro, nel suo insieme è un notevole grande affresco di quel periodo storico. La posizione politica dell’autore è discutibile ma tutto calcolato conta molto poco. Ciò che conta sono i valori di fedeltà, di lealtà e di onore che accomunano Pino allo strambo Padre Carmelo, suo compagno di viaggio e di lotte nel finale.

Finale che è un po’ patetico, con quel riconoscimento postumo di chi l’aveva detto “morto” e, mentre Gaeta crolla sotto i bombardamenti piemontesi l’affermazione che “non abbiamo capitolato” perché la vittoria dei nemici non significa l’abdicazione ai propri valori di fedeltà.

Un libro da leggere per chi è curioso delle varie interpretazioni sul nostro Risorgimento, da accostare per confronto ai “Vicerè” di De Roberto e al più moderno, lucido e disincantato “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.

Una verità emerge chiara: ci sono anche le ragioni dei vinti.        

Amoproust, 21 maggio 2016

lunedì 9 maggio 2016

Jonathan Coe



Jonathan Coe – I terribili segreti di Maxwell Sim


Finalmente un libro per tutti, nel senso della gradevolezza della lettura, del piacere di scorrere le pagine per vedere, anche che direzione prenderà la vicenda.


Maxwell Sim (stranissimo nome che richiama le schede telefoniche) è un uomo in crisi con la famiglia, con il lavoro, con il mondo intero. Ha 48 anni e il sentore di un fallimento totale. Al suo ritorno in patria dall’Australia dove è andato per reincontrare uno stranissimo padre e dove si è quasi innamorato di una donna cinese, senza aver mai parlato con lei, accetta per cambiare, per “divertirsi” uno strano lavoro: quello di rappresentante di un nuovo spazzolino da denti, ecologico, di legno. L’azienda come primo incarico ai suoi rappresentanti dà loro il compito di recarsi nei punti estremi, più isolati del Regno Unito con nuove fiammanti Prius, per pubblicizzare l’articolo. A Sim viene affidato (o lui sceglie) il percorso più difficile: al Nord, le Shetland, via Aberdeen.


Ed ecco (facciamo un salto) che in Scozia, dopo qualche giorno, nel gelo più assoluto, la polizia scopre un commesso viaggiatore nudo e in coma etilico nella sua auto, in mezzo a una bufera di neve. E’ lui, Sim. Ma come è finito lì?


Tra la partenza da Londra (mi pare) e questa strana quasi conclusione sta il libro di Coe, ricco di pagine di sottile ironia, con strani incontri e antiche memorie. Bellissimi i dialoghi tra Sim e il navigatore satellitare della cui voce, femminile, Sim, nella solitudine del suo viaggio, si innamora. E incontrando nel suo peregrinare personaggi diversi scopre la casa dove è vissuto con il padre e si rende conto della sua omosessualità (del padre), incontra la sua ex moglie, rivive la sua vita. Vivi e a tutto tondo i personaggi che incontra, le stranezze della figlia, le scoperte inaspettate.


Il romanzo finisce su una spiaggia australiana con una conclusione sorprendente: Sim incontra il suo autore.


Un romanzo diversissimo da “La famiglia Winshaw” e “La pioggia prima che cada” che mi hanno fatto conoscere Coe. Ma stupefacente.


Se volete passare qualche ora in compagnia di un autore brillante, divertente, ironico, sorprendente, leggero, anche quando tratta argomenti di grande serietà e profondità, ebbene leggete questo libro. Non ve ne pentirete.


Amoproust, 9 maggio 2016


giovedì 5 maggio 2016

De Roberto - I Viceré



De Roberto – I Viceré


Mi sono accinto a leggere questo libro con una certa cautela e sospetto. Pubblicato nel 1894 appartiene alla letteratura del secolo XIX, segue Manzoni e precede “Il Gattopardo” che tutti riteniamo per eccellenza il libro che meglio ha disegnato l’occupazione piemontese  del Regno delle Due Sicilie. Ricordo anche che, nel mio libro di letteratura italiana, al liceo, De Roberto aveva non più di una riga, un autore secondario. Quindi mi aspettavo un romanzo vecchio, datato, grondante retorica e pudori ottocenteschi.

Con sorpresa niente di tutto questo. “I Viceré” è un grandioso affresco del passaggio dal regno Borbonico al regno d’Italia, visto dalla parte dei vinti, degli sconfitti. Che tali tanto non sono, per la loro capacità “tutta gattopardesca” ante litteram di trasformismi, mimetizzazioni, capovolgimenti di fronte. Guidati solo da due bussole: il mantenimento del potere e il denaro, il possesso dei beni, dei feudi, della terra.

La storia è quella della famiglia dei principi Francalanza Uzeda di Catania, una volta Viceré dei Borboni in Sicilia. Famiglia patriarcale ricchissima di feudi e poderi. Si comincia con la morte della Principessa capostipite con la conseguente divisione dei beni per la successione tra i figli, nipoti e parenti vari. Emergono così figure a tutto tondo di grande spessore. Il figlio Raimondo prediletto che però ama vivere  a Firenze e intende sposare una non-pari. Il maggiore Giacomo destinato a essere principe ma che sente sfuggirgli il potere per l’impertinenza dei parenti, una volta morta l’autorità della principessa. Il monaco Benedettino Don Blasco, figlio cadetto destinato al convento com’era costume ma tutt’altro che dedito a opere di fede. Corrotto, prepotente, bestemmiatore, con ben tre ganze fuori dalle mura e antiliberale e reazionario per natura. E’ una figura che giganteggia dalla prime pagine del libro fino alla sua morte, emblema della corruzione dei tempi e figura chiave della lotta tra conservatori e liberali sia fuori che dentro le mura del convento. E via via altre figure eccentriche, la zia Ferdinanda, zitellona autoritaria e antiquata, le sorelle Lucrezia e Chiara, e i figli del principe Consalvo e Teresa. E le figure folli del cavaliere Eugenio e dello zio Ferdinando, rappresentanti di quel pizzico di follia presente nella casata degli Uzeda. Sullo sfondo l’impresa garibaldina, la proclamazione del regno d’Italia, la veloce conversione di alcuni membri della famiglia al nuovo regno. Tra questi il duca che eletto nel collegio di Catania, tesse le sue trame a Torino per far arrivare nell’isola progetti di modernizzazione, investimenti e mantenere così il potere della famiglia degli Uzeda.

Un romanzo caratterizzato certo da una lingua ottocentesca ma straordinariamente moderno per i contenuti e lo stile narrativo avvincente che seduce il lettore e lo tiene incollato alla pagina.

De Roberto meritava di più. Certamente nei contenuti scolastici meritava spazio se non quanto il Manzoni molto più di un Ippolito Nievo, almeno quanto Verga e  Capuana. Verista e talvolta crudo ha scritto pagine   indimenticabili. Ricordo tra queste le pagine dedicate all’epidemia di colera, all’aborto di Chiara (con la conservazione del feto mostruoso in un’ampolla), alla morte di Don Blasco e del principe, alla conversione laica di Consalvo.

“I Viceré” ha conosciuto popolarità con lo sceneggiato televisivo di qualche anno fa. Ma la visione in salsa popolare non è la lettura dell’opera. Chi non lo ha fatto lo faccia. Conoscerà un capolavoro misconosciuto.


Amoproust, 5 maggio 2016      



Chiedo scusa dei miei lettori del lungo silenzio, dovuto a motivi di salute. Altri libri ho letto durante la malattia. Vedrò di recuperarne la critica.