Leila
Mascano Tadino - Fammi ridere
Questo è un libro che non leggi per
caso. Non lo trovi più nelle librerie, lo trovi solo sui siti on line. Ci arrivi
se qualcuno ti guida, come è avvenuto per me, all’inizio riluttante in quanto
il titolo e la copertina non mi invitavano: sembrava un libro per adolescenti,
mi sentivo fuori target.
Ma poi ho velocemente cambiato idea.
Il libro si presenta come un diario, un diario che inizia nel 1952 e si protrae
per anni, accompagnando la crescita di Federica, la protagonista e voce
narrante dall’infanzia alla giovinezza. Lo scenario è Napoli, una Napoli ancora
poco sfiorata dalla modernità postbellica e alternativamente Capri e Anacapri.
Man mano che si procede nella
lettura l’interesse cresce. Si vedono le cose e le persone con gli occhi di Federica,
ragazzina intelligente e acuta, curiosa e esploratrice dei luoghi, ma
soprattutto dei sentimenti. Ragazzina sola, in quanto i suoi genitori sono
spesso lontani e in tutt’altre faccende affaccendati. Lei vive in un’enorme
casa patrizia a Posillipo, divisa tra la sua famiglia e quella degli zii, anch’essi
lontani. Unico compagno di vita e di giochi il cugino Pietro, più grande di lei
di dieci anni. Pietro la adora, la coccola, le fa da maestro e guida. Federica
vede in lui “l’uomo” senza aggettivi, bello, disponibile, fratello e padre. Si
innamora da fanciulla di un amore testardo e esclusivo, possessivo, granitico.
Finché Federica è bimba nulla di grave, Pietro quasi non se ne accorge, è un
gioco. Ma quando Federica arriva alla maturità sessuale il gioco si fa ibrido,
pericoloso. Federica, nella sua innocenza, invoca il vero amore, la prova vera,
la sessualità. Pietro cede, anche lui travolto dalla passione. E qui comincia
il dramma: un amore tra una quasi bambina e un giovanotto di più di vent’anni,
un amore appassionato da tenere nascosto, da occultare ai parenti, ai vicini,
alle domestiche, a tutti. Un amore legalmente
proibito, sporco, ma che i due vivono con intensità, soprattutto Federica nella
sua ingenuità innocente e spericolata.
Non
racconto più il resto del diario, che prevede – diciamolo pure – l’evoluzione
di questo amore nel suo declino forzato, provocato dalle circostanze esterne e
dal destino, dalle esigenze crudeli della vita. La disperazione è di Federica, lo strazio tutto suo, la sua anima
ingannata e ferita, l’impossibilità quasi di altri incontri, altre passioni
vere, solo surrogati.
Il libro è pregevole per chi ama la
profondità dei sentimenti e l’analisi delle relazioni umane con occhio
disincantato e privo di pregiudizi. Un libro a suo modo spietato, feroce, che non
indulge a melensaggini e false ipocrisie.
Un libro che filtra magistralmente il mondo degli adulti via via con gli occhi di
Federica, prima bambina e poi preadolescente
e poi giovinetta. E questo è il suo più importante pregio.
Poi un libro che esplora Napoli, i
suoi abitanti, i suoi riti, la sua cultura e trasforma quelli che possono sembrare
solo luoghi comuni turistici in fatti di vita: i bassi, i riti alimentari, le
tradizioni, la bellissima lingua parlata, di per sè sonora ed eloquente
Infine soprattutto un libro sulla
passione. Che recita l’impossibilità di reprimere
e soffocare la vera passione, che esplode e ti governa con tirannia.
Implacabile, feroce, sconvolgente. La passione anche come possesso sconsiderato
e sfruttamento dell’altro fino a che la ragione prende il sopravvento e non fa
che constatare le ineluttabili rovine.
Personalmente non mi è piaciuta – a
livello di considerazione morale – la figura di Pietro. Fede è una ragazzina la
cui crescita gli è stata affidata con fiducia. Quando Fede gli si abbandona e gli si offre
come una martire Pietro cede, non considera l’età ancora immatura, fa l’amore
con lei. E poi la tratta come un marito violento e possessivo, la picchia, la riduce
in schiavitù. Come figura morale quella di Pietro è una figura abbietta, priva
di qualsiasi giustificazione. E l’ultima lettera finale non lo riscatta, non lo salva.
Un libro da leggere, unico nel suo
genere. E’ profondo, è vivo. Il dramma è narrato con le parole della
protagonista senza infingimenti, crudamente.
Certo è che bisogna arrivarci a “Fammi
ridere”: il titolo, perfettamente comprensibile alla luce del finale, non
illumina il contenuto della narrazione, crea aspettative diverse e distraenti.
Brava l’autrice, so che è uno
pseudonimo. Chi sei mai? Il gioco mi richiama la Ferrante, anche lei napoletana, anche lei
alle prese con un’adolescente “geniale”. Ma ‘ste napoletane nascono con il dono
della narrazione?
Amoproust 10 luglio 2015