Nicola
Lagioia - la ferocia
Ricordate l’esternazione-grido di
Fantozzi, non ricordo in quale film, “La Potemkim è una cagata pazzesca!”? Oppure la
favola dell’imperatore, dove, mentre tutti omaggiano il principe e lodano il
suo abbigliamento, un bimbo, nella folla, urla “Il re è nudo!”? Tutte metafore
del “tabù” sociale, per cui qualcosa che è ritenuto intoccabile dai “guru”
della società, dai cosidetti esperti non può essere criticato. Tutti omaggiano, tutti si calano il
cappello, spendono paroloni per dire che si tratta di un “capolavoro”.
“La ferocia” ha vinto il premio
Strega. Non so come e perché: è un orrido libro. Quasi illeggibile. Io sono
arrivato all’ultima pagina esausto, per dovere, perché prima di criticare
qualcosa la devi conoscere fino in fondo. Ma la tentazione di smettere, di interrompere
la lettura l’ho avuta fin dalle prime pagine.
So ben che il mio parere conta
poco. E’ quello di un comunissimo lettore. Ma chi può e deve criticare un libro
se non il lettore?
Innanzitutto è un libro che non ti
prende, non ti coinvolge. Freddo. Anzi l’autore sembra faccia di tutto per
confonderti, per depistare la tua attenzione dal filone principale del
racconto. I personaggi li capisci solo dopo un bel po’ di lettura altrimenti
non sai chi sono. Tutto si muove attorno alla figura di una donna morta
(suicida? ammazzata? un incidente?) in una famiglia ricca ma contorta e,
soprattutto corrotta. La puzza di marcio ammorba l’aria. Attorno si muovono personaggi
loschi, amorali, quasi tutti iperdrogati, dediti alla cocaina e al sesso
selvaggio.
Ma non è il contenuto che mi ha
lasciato perplesso (anche se non condivido il tentativo di far passare quel
mondo come il nostro mondo – vedi quarta di copertina), piuttosto lo stile dell’autore.
Non solo non fa nulla per guidare il lettore a comprendere, ma lo irrita con
metafore e frasi spesso prive di alcun
senso.
Un esempio? Eccolo:
“Adesso lo osservavano come se la
remissività favorisse la trasformazione a cui tutti sperano di assistere in
casi come questi, perché dagli occhi dell’uomo di scienza emerga un Cristo in
marcia sull’acquosa superfiche della cornea” … Avete capito qualcosa?
Oppure:
“Tutti stanno per accorgersene [che ha portato una merda in classe sotto i
suoi piedi] e, lui, osservando al rallentatore l’evoluzione degli eventi,
ricostruisce lo schiaffo emotivo che sta per colpirlo poco prima che accada, un
dolore segreto che anticipa quello conclamato e lo sconfigga, lasciando una
parte di sé inviolata.” Più comprensibile, ma perché questo ghirigoro
mentale?
Ancora:
“La ragazza raccolse il bicchiere,
lo portò alle labbra, ripassate da un brutto rossetto rosa pallido, né puttanesco,
né infantile,[?!] segno di un ampio margine di scelta che lei sprecava totalmente
come se proprio quello, lo spreco, fosse la sua prigione.” Boom!
E così in cento altre occasioni. Un
modo molto cerebrale per non farsi capire.
Ma poi, l’autore, all’improvviso, in certe altre occasioni, si mette a
descrivere azioni al rallentatore, micromovimenti dopo micromovimenti, in una
successione ossessiva che trasforma la narrazione in inventario, elenco, lista.
Perché? A che serve?
Ma l’autore raggiunge il suo apice
in questa pagina:
“Ma avere di fronte la propria
sorella minore consapevoli che aveva appena finito di scopare, e per di più
sapendo che lei sapeva che tu ne eri al corrente (avendo fatto di tutto perché
potessi vederlo), questo tramutava una vaga seduzione intellettuale in un piacere
di putrefazione, un piacere di soffocamento, poiché lo stesso corpo che si
abbandonava tra le lenzuola e dopo discettava al tuo cospetto di esami
universitari e lutti da rielaborare era come se si stesse ancora dimenando,
come ti molestasse (ti obbligasse cioè a immaginare il proprio sesso fingendo
di non lasciarti immaginare niente, poiché eri tu, adesso, costretto a fare la somma tra il momento in cui aveva lasciato che
capissi cosa stava succedendo e quello
attuale), in modo che arrivassi a sentirne perfino l’odore (benché nessun odore
così potente da diventare percepibile fosse prodotto da quel corpo), ne
ritrovassi i movimenti, le contrazioni, piegato ai suoi voleri.” Nausea,
vomito, questa non è lingua italiana.
Bene. Ho detto la mia. Questo non esclude
che esistano anche pagine belle, positive, affascinanti. Ma mi domando ancora
una volta con quale criterio i giurati abbiano ritenuto questo romanzo
superiore agli altri in concorso. Romanzi che non conosco (tranne la Ferrante
di cui ho già detto) ma che mi prefiggo di leggere, almeno qualcuno, per
cercare di capire.
Il mio parere è che con questi
premi letterari e con questa impostazione stiamo distruggendo la buona narrativa a favore di stravaganti autori sperimentali destinati
all’orto e alle nicchie dei “guru”, degli editor che contano nella potenti case
editrici. Non al pubblico dei veri
lettori, quelli che cercano nel buon romanzo alimento per la propria anima,
mondi nuovi e stimoli alla riflessione critica. Dopo aver distrutto il paesaggio, cementificato le nostre coste, imbarbarito la nostra cucina, adesso stiamo distruggendo il romanzo.
Dopo di che se volete acquistare "La
ferocia", leggerlo e confrontarvi con me, fatelo pure.
Amoproust, 22 agosto 2015