sabato 22 agosto 2015

Nicola Lagioia - La ferocia



Nicola Lagioia   -  la ferocia

Ricordate l’esternazione-grido di Fantozzi, non ricordo in  quale film, “La Potemkim è una cagata pazzesca!”? Oppure la favola dell’imperatore, dove, mentre tutti omaggiano il principe e lodano il suo abbigliamento, un bimbo, nella folla, urla “Il re è nudo!”? Tutte metafore del “tabù” sociale, per cui qualcosa che è ritenuto intoccabile dai “guru” della società, dai cosidetti esperti non può essere criticato. Tutti omaggiano, tutti si calano il cappello, spendono paroloni per dire che si tratta di un “capolavoro”.

“La ferocia” ha vinto il premio Strega. Non so come e perché: è un orrido libro. Quasi illeggibile. Io sono arrivato all’ultima pagina esausto, per dovere, perché prima di criticare qualcosa la devi conoscere fino in fondo. Ma la tentazione di smettere, di interrompere la lettura l’ho avuta fin dalle prime pagine.

So ben che il mio parere conta poco. E’ quello di un comunissimo lettore. Ma chi può e deve criticare un libro se non il lettore?

Innanzitutto è un libro che non ti prende, non ti coinvolge. Freddo. Anzi l’autore sembra faccia di tutto per confonderti, per depistare la tua attenzione dal filone principale del racconto. I personaggi li capisci solo dopo un bel po’ di lettura altrimenti non sai chi sono. Tutto si muove attorno alla figura di una donna morta (suicida? ammazzata? un incidente?) in una famiglia ricca ma contorta e, soprattutto corrotta. La puzza di marcio ammorba l’aria. Attorno si muovono personaggi loschi, amorali, quasi tutti iperdrogati, dediti alla cocaina e al sesso selvaggio.

Ma non è il contenuto che mi ha lasciato perplesso (anche se non condivido il tentativo di far passare quel mondo come il nostro mondo – vedi quarta di copertina), piuttosto lo stile dell’autore. Non solo non fa nulla per guidare il lettore a comprendere, ma lo irrita con metafore e frasi spesso prive di alcun  senso.

Un esempio? Eccolo:
“Adesso lo osservavano come se la remissività favorisse la trasformazione a cui tutti sperano di assistere in casi come questi, perché dagli occhi dell’uomo di scienza emerga un Cristo in marcia sull’acquosa superfiche della cornea” … Avete capito qualcosa?

Oppure:
“Tutti stanno per accorgersene [che ha portato una merda in classe sotto i suoi piedi] e, lui, osservando al rallentatore l’evoluzione degli eventi, ricostruisce lo schiaffo emotivo che sta per colpirlo poco prima che accada, un dolore segreto che anticipa quello conclamato e lo sconfigga, lasciando una parte di sé inviolata.”  Più comprensibile, ma perché questo ghirigoro mentale?

Ancora:
“La ragazza raccolse il bicchiere, lo portò alle labbra, ripassate da un brutto rossetto rosa pallido, né puttanesco, né infantile,[?!] segno di un ampio margine di scelta che lei sprecava totalmente come se proprio quello, lo spreco, fosse la sua prigione.”   Boom!

E così in cento altre occasioni. Un modo molto cerebrale per non farsi capire.  Ma poi, l’autore, all’improvviso, in certe altre occasioni, si mette a descrivere azioni al rallentatore, micromovimenti dopo micromovimenti, in una successione  ossessiva che trasforma  la narrazione in inventario, elenco, lista. Perché? A che serve?

Ma l’autore raggiunge il suo apice in questa pagina:
“Ma avere di fronte la propria sorella minore consapevoli che aveva appena finito di scopare, e per di più sapendo che lei sapeva che tu ne eri al corrente (avendo fatto di tutto perché potessi vederlo), questo tramutava una vaga seduzione intellettuale in un piacere di putrefazione, un piacere di soffocamento, poiché lo stesso corpo che si abbandonava tra le lenzuola e dopo discettava al tuo cospetto di esami universitari e lutti da rielaborare era come se si stesse ancora dimenando, come ti molestasse (ti obbligasse cioè a immaginare il proprio sesso fingendo di non lasciarti immaginare niente, poiché eri tu, adesso, costretto a fare la somma  tra il momento in cui aveva lasciato che capissi cosa stava succedendo  e quello attuale), in modo che arrivassi a sentirne perfino l’odore (benché nessun odore così potente da diventare percepibile fosse prodotto da quel corpo), ne ritrovassi i movimenti, le contrazioni, piegato ai suoi voleri.”  Nausea, vomito, questa non è lingua italiana.

Bene. Ho detto la mia. Questo non esclude che esistano anche pagine belle, positive, affascinanti. Ma mi domando ancora una volta con quale criterio i giurati abbiano ritenuto questo romanzo superiore agli altri in concorso. Romanzi che non conosco (tranne la Ferrante di cui ho già detto) ma che mi prefiggo di leggere, almeno qualcuno, per cercare di capire.

Il mio parere è che con questi premi letterari e con questa impostazione stiamo distruggendo la buona narrativa  a favore di stravaganti autori sperimentali destinati all’orto e alle nicchie dei “guru”, degli editor che contano nella potenti case editrici. Non al pubblico dei veri lettori, quelli che cercano nel buon romanzo alimento per la propria anima, mondi nuovi e stimoli alla riflessione critica. Dopo aver distrutto il paesaggio, cementificato le nostre coste, imbarbarito la nostra cucina, adesso stiamo distruggendo il romanzo.  

Dopo di che se volete acquistare "La ferocia", leggerlo e confrontarvi con me, fatelo pure.

Amoproust, 22 agosto 2015

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