lunedì 25 maggio 2015

Donna Tartt - Il cardellino



Donna Tartt – Il cardellino

Lo so che, con il mio giudizio farò arrabbiare molti lettori, che so entusiasti per questo librone uscito dalla penna di Donna Tartt e vincitore del premio Pulitzer. 

Il mio giudizio è sostanzialmente negativo  e si può riassumere così: un grande “polpettone” ben fatto e ben confezionato, ma polpettone rimane. Il polpettone è un piatto che può essere cucinato con carne scadente (tanto non la si vede perché è tritata), condimenti grossolani e mal cotto, ma può essere anche fatto con carne di prima scelta, aromi ben armonizzati, condimenti di primo livello. Rimane sempre però un piatto popolare, niente di raffinato, nato gastronomicamente per riciclare avanzi.


Comincio quindi dai meriti del romanzo: ben scritto. Donna Tartt è una vera funambola della parola e dello stile. Sa gestire con padronanza il periodo, lo adatta al climax del momento, usa espressioni appropriate. I suoi personaggi sono ben profilati, rimangono impressi nella mente. La voce narrante del protagonista è suadente e lineare, non ci sono sfasamenti temporali, tutto scorre liscio, episodio dopo episodio. 
Il contenuto del romanzo è noto: il protagonista, Theo, perde la mamma durante la vista a un museo di New York per un attentato terroristico e ne esce miracolosamente vivo con un anello e una tela. Un raffinato quadretto del pittore Fabritius del 1600, un’incantevole rappresentazione di un cardellino in cattività. E lo svolgimento della narrazione gira attorno a questo quadro “sottratto” al pubblico, custodito dal protagonista come un nostalgico ricordo della mamma scomparsa e oggetto di paure e di incubi: la prigione, la giusta sanzione. Finché… beh non racconto il seguito per non privare il potenziale lettore del piacere personale di leggere il romanzo.


Perché quindi un giudizio negativo?  Perché è un romanzo prolisso, inutilmente prolisso. Come dice la parola “dilaga”, si spande in avanti con un diluvio di parole, manca di una dote che amo moltissimo: l’essenzialità, la concisione narrativa. E questo fatto produce, a seconda dei momenti, noia, stanchezza, voglia di smettere e non riprendere più in mano l’opera. Fatto significativo per il lettore, mortale per l’autore: la dismissione. 
La prolissità è come un viaggio in treno verso una meta agognata, un obiettivo ed è come se, durante questo viaggio, il conducente ti costringesse  a fermarti ad ogni stazioncina e a scendere per visitare ogni minuscolo paesino, a vedere qualsiasi cosa, una chiesa, un castello, una  rovina. Può essere interessante ma alla fine ti domandi qual è il fine del viaggio e pesti i piedi per l’impazienza. Ma il conduttore o la guida ti invita a guardare il paesaggio dai finestrini, ti elenca gli alberi che scorrono, fa il saputone su tutto ciò che si vede. 
Infatti un altro grossolano difetto del libro è lo sfoggio di competenza: se si parla di antiquariato l’autrice elenca tutti gli stili, i modelli di restauro, gli attrezzi del mestiere; se si parla di droga Donna Tartt ti istruisce su ogni forma possibile di sballo, elenca i farmaci, le pillole e le modalità di “farsi”; se si tratta di arte lo sfoggio di conoscenze è universale, e così via. Cosa di per sé istruttiva, ma allunga il brodo della narrazione, la trasforma in trattato talvolta un po’ noiosino. Leggendo il romanzo si ha a volte l’impressione di trovarsi di fronte a quelle persone che, in una riunione di società, mostrano o vogliono mostrare di sapere tutto, essere informati su tutto, avere sempre una parola in più da dire.


Ci sono anche pagine incantevoli, intendiamoci. Per esempio l’analisi che il protagonista fa del suo amore per Pippa (ma che orribile nome, donna Tartt!) oppure il delirio “drogato” e alcolico nell’albergo di Amsterdam, oppure ancora la descrizione del negozio e del laboratorio del restauratore Hobie. Sono solo alcuni esempi. E Hobie rimane in assoluto il personaggio meglio riuscito tra quelli del romanzo, il profilo di un vecchio saggio mite e laborioso, comprensivo e incapace di malizia. L’unico uomo (come un po’ la signora Barbour è l’unica donna vera) in un mondo di alienati, pazzi, delinquenti e avvezzi alla droga e all’alcol. 
Rispecchierà la società americana. Però io (forse ingenuamente) mi sono chiesto come sia possibile per degli adolescenti (poi uomini) portarsi a livello dello sballo più assoluto con ogni genere di droghe e alcol (bevuto alla nausea) e, il giorno dopo, recarsi tranquillamente a scuola o al lavoro. Superuomini? Nel romanzo questi abusi si sprecano, come si sprecano gli episodi di crisi, di vomito e di perdita di coscienza e non se ne vede proprio la ragione: concessione a una falsa modernità? E come tutto ciò può coesistere con il proclamato amore per l’arte, la cultura e la riflessione intellettuale?


Il libro è leggibile almeno fino alla partenza del protagonista con l’amico Boris per l’Europa e le vicende delittuose di Amsterdam. Poi si trasforma nella sceneggiatura violenta di un action movie scatenato, con una moltitudine di personaggi oscuri, pistole e di nuovo sballi agogo. Ho retto a fatica la lettura come non reggo la visione di quei film di gangster popolati di esplosioni, sparatorie, inseguimenti e sangue.


Il romanzo infine vuole concludersi con una tirata filosofica (lunghissima e un po’, a dire il vero, scombinata) sul significato della vita, della morte, dell’arte e così via. Per dire, se ho ben capito, che la nostra vita è breve ed effimera ma che solo l’arte è immortale. Appunto “il cardellino” di Fabritius. Un diluvio di parole e di pensieri.


Cito solo quella che vorrebbe essere la sintesi della filosofia della Tartt: “Per me (è sempre Theo che parla) e continuerò a ripeterlo ostinatamente finché vivrò, finché cadrò sulla mia nichilistica e ingrata faccia e sarò troppo debole per ripeterlo  un’ultima volta: meglio non nascere che nascere in questa fogna.”   

Non c’è male. Peccato che questa stessa cosa l’abbia già detta Leopardi, in modo molto più poetico ed elegante: “E’ funesto a chi nasce il dì natale” (Cantico di un pastore errante dell’Asia).


In sintesi: un romanzo che insegue i gusti del pubblico, vuol presuntuosamente essere  narrazione, filosofia di vita, celebrazione dell’arte, dramma e tragedia. 

Secondo il mio giudizio Donna Tartt farebbe bene a ridurlo, ad asciugarlo, a renderlo più conciso ed essenziale. Ne guadagnerebbe sia la narrazione che il godimento del pubblico dei lettori. E meriterebbe forse anche un premio vero.


Ovviamente, val la pena ripeterlo, è una mia opinione che non coincide con quella dei giurati del Pulitzer. Ma come fidarsi dei premi letterari?




domenica 17 maggio 2015

Olive Kitteridge



Elisabeth Strout – Olive Kitteridge

L’America minore, l’America della provincia. Spesso luoghi sconosciuti, ai margini della notorietà e della fama. Anche se sulla costa orientale. Non New York, Boston o Filadelfia. Come Crosby nel Maryland dove avvengono le vicende narrate da Elisabeth Strout.  Un piccolo villaggio sulle rive dell’Oceano, una coppia blindata più per convenienza, sembra, ma alla fine stretta nei vincoli di una relazione tenace, veramente indissolubile. E una folla di interpreti minori, legati a Olive da parentela o amicizia o semplicemente vicinanza.


E’ straordinario questo libro della Strout, che si conferma una delle più grandi scrittrici americane contemporanee, poco nota in Italia e pubblicata da un editore “minore” come Fazi. Forse, anche per me, sarebbe rimasta una sconosciuta se non avessi incrociato su una rete Sky, nelle mie scorribande televisive alla ricerca di qualcosa di avvincente, meno demenziale dei soliti film o sceneggiati d’oltreoceano, un titolo incuriosente: Olive Kitteridge. La versione cinematografica (un serial in cinque puntate, ridotte a due nella versione europea) di Olive Kitteridge mi ha fortemente impressionato, sia per la regia sia per l’interpretazione suggestiva della McDormand e di Richard Jenkins, attori forse meno celebri di una Nicole Kidman o di un AlPacino ma di una bravura impressionante.


Le due puntate filmiche (le ho riviste almeno tre volte) sono avvincenti. Le segui con il fiato sospeso, ti immedesimi, vorresti sapere qualcosa di più di questo piccolo mondo provinciale dove si succedono vicende e drammi familiari, storie scolastiche e anche qualche pagina di eroismo.

Questo qualcosa di più lo dà la lettura del romanzo originale. Le pagine della Strout, la sua scrittura, la bravura narrativa, la capacità di illustrare sentimenti, emozioni che si rivelano universali, propri della condizione umana, non solo di quel microcosmo di Crosby. Soprattutto toccante è la dinamica dell’invecchiamento dei due coniugi, fino alla malattia di lui, al suo ricovero, alla non rinuncia di Olive alla vita.


Un libro da leggere e due film da vedere. Come poche volte avviene la versione cinematografica riesce perfettamente a rendere l’atmosfera e il clima del romanzo, a non deturparne l’anima.


Il mio rammarico è di non avere incontrato prima questa grande scrittrice, che la logica editoriale (portata solo alla valorizzazione di ciò che fa profitto, vende migliaia di copie e non certo attenta alla qualità) ha ombreggiato a lungo. Non mancherò di leggere altro della Strout.  I ragazzi Burgess, Resta con me, Amy e Isabell. Forse ne varrà la fatica.

mercoledì 13 maggio 2015

Jiulian Barnes - Il senso di una fine



Julian Barnes – Il senso di una fine

Ho iniziato a leggere questo libro quasi per caso o, diciamo meglio, per paura e ripiego. Sul mio comodino (la mia lettura è prevalentemente serale, a letto) occhieggia da tempo (meglio sarebbe a dire “incombe”) il volumone de “Il cardellino” di Donna Tartt, una lettura che voglio fare, che ho programmato di fare. Ma mi spaventa, come ho detto. Quasi 1000 pagine. Come può un romanzo moderno dilungarsi per 1000 pagine? E questa paura lo lascia lì, immobile, fermo.


Di ripiego allora ho preso in mano Julian Barnes, un autore per me sconosciuto, ma di cui mi è capitato di leggere recensioni positive.


Il senso di una fine è un’autobiografia (l’autore parla in prima persona) di Tom Webster in due tempi. Una giovinezza, gli studi, le amicizie e soprattutto un’amicizia con un tipo singolare, Adrian brillante e seducente, capace di tener testa a insegnanti un po’ strampalati. E l’amore per Veronica, un amore vissuto e non vissuto. La ragazza è strana, gli fa conoscere i suoi ma non si concede, anzi gli si concede quando hanno deciso di lasciarsi. E poi quarant’anni dopo, un divorzio alle spalle (con Margherita – diventata amica confidente) tutto ritorna a galla per una misteriosa eredità inaspettata.


La seconda parte è come il tempo ritrovato di Proust. La memoria riporta in vita personaggi del passato, soprattutto Adrian (morto)  e Veronica (viva) e … tutto un mondo di fantasmi. Non svelerò più nulla per non togliere la sorpresa a chi decidesse di leggerlo.


Il libro è scorrevole, si legge volentieri. Molte riflessioni relative al tempo passato e alla memoria. Il tono, piacevole è autoironico, l’autore sembra non amare prendersi troppo sul serio. Ma la conclusione è amara.


Alcune notazioni che mi sono scritto:

“Quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni”.

“La storia è quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezza della documentazione”.

“Non so più chi ha detto che il ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato”.

“Più impari, meno temi.”

“Certe volte penso che lo scopo dell’esistenza sia quello di riconciliarci, per sfinimento, con la sua perdita finale dimostrandoci che, indipendentemente dal tempo che ci vorrà, la vita non è affatto all’altezza della propria fama.”


Beh non c’è male.


Mi dicono di leggere dello stesso autore “Il pappagallo di Flaubert” e “Arthur e George”.


Vedremo, sì, ma dopo “Il cardellino”… ce la devo fare!