Julian
Barnes – Il senso di una fine
Ho iniziato a leggere questo libro
quasi per caso o, diciamo meglio, per paura e ripiego. Sul mio comodino (la mia
lettura è prevalentemente serale, a letto) occhieggia da tempo (meglio sarebbe
a dire “incombe”) il volumone de “Il cardellino” di Donna Tartt, una lettura
che voglio fare, che ho programmato di fare. Ma mi spaventa, come ho detto.
Quasi 1000 pagine. Come può un romanzo moderno dilungarsi per 1000 pagine? E
questa paura lo lascia lì, immobile, fermo.
Di ripiego allora ho preso in mano
Julian Barnes, un autore per me sconosciuto, ma di cui mi è capitato di leggere
recensioni positive.
Il senso di una fine è un’autobiografia
(l’autore parla in prima persona) di Tom Webster in due tempi. Una giovinezza,
gli studi, le amicizie e soprattutto un’amicizia con un tipo singolare, Adrian brillante
e seducente, capace di tener testa a insegnanti un po’ strampalati. E l’amore
per Veronica, un amore vissuto e non vissuto. La ragazza è strana, gli fa
conoscere i suoi ma non si concede, anzi gli si concede quando hanno deciso di
lasciarsi. E poi quarant’anni dopo, un divorzio alle spalle (con Margherita –
diventata amica confidente) tutto ritorna a galla per una misteriosa eredità
inaspettata.
La seconda parte è come il tempo
ritrovato di Proust. La memoria riporta in vita personaggi del passato,
soprattutto Adrian (morto) e Veronica (viva)
e … tutto un mondo di fantasmi. Non svelerò più nulla per non togliere la
sorpresa a chi decidesse di leggerlo.
Il libro è scorrevole, si legge
volentieri. Molte riflessioni relative al tempo passato e alla memoria. Il
tono, piacevole è autoironico, l’autore sembra non amare prendersi troppo sul
serio. Ma la conclusione è amara.
Alcune notazioni che mi sono
scritto:
“Quel che si finisce per ricordare
non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni”.
“La storia è quella certezza che
prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le
inadeguatezza della documentazione”.
“Non so più chi ha detto che il
ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato”.
“Più impari, meno temi.”
“Certe volte penso che lo scopo
dell’esistenza sia quello di riconciliarci, per sfinimento, con la sua perdita
finale dimostrandoci che, indipendentemente dal tempo che ci vorrà, la vita non
è affatto all’altezza della propria fama.”
Beh non c’è male.
Mi dicono di leggere dello stesso
autore “Il pappagallo di Flaubert” e “Arthur e George”.
Vedremo, sì, ma dopo “Il cardellino”…
ce la devo fare!
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