Donna
Tartt – Il cardellino
Lo so che, con il mio giudizio farò
arrabbiare molti lettori, che so entusiasti per questo librone uscito dalla
penna di Donna Tartt e vincitore del premio Pulitzer.
Il mio giudizio è sostanzialmente
negativo e si può riassumere così: un grande
“polpettone” ben fatto e ben confezionato, ma polpettone rimane. Il polpettone
è un piatto che può essere cucinato con carne scadente (tanto non la si vede
perché è tritata), condimenti grossolani e mal cotto, ma può essere anche fatto
con carne di prima scelta, aromi ben armonizzati, condimenti di primo livello.
Rimane sempre però un piatto popolare, niente di raffinato, nato gastronomicamente
per riciclare avanzi.
Comincio quindi dai meriti del
romanzo: ben scritto. Donna Tartt è una vera funambola della parola e dello
stile. Sa gestire con padronanza il periodo, lo adatta al climax del momento,
usa espressioni appropriate. I suoi personaggi sono ben profilati, rimangono impressi
nella mente. La voce narrante del protagonista è suadente e lineare, non ci sono
sfasamenti temporali, tutto scorre liscio, episodio dopo episodio.
Il contenuto
del romanzo è noto: il protagonista, Theo, perde la mamma durante la vista a un
museo di New York per un attentato terroristico e ne esce miracolosamente vivo
con un anello e una tela. Un raffinato quadretto del pittore Fabritius del 1600,
un’incantevole rappresentazione di un cardellino in cattività. E lo svolgimento
della narrazione gira attorno a questo quadro “sottratto” al pubblico,
custodito dal protagonista come un nostalgico ricordo della mamma scomparsa e oggetto di paure e di
incubi: la prigione, la giusta sanzione. Finché… beh non racconto il seguito
per non privare il potenziale lettore del piacere personale di leggere il
romanzo.
Perché quindi un giudizio negativo?
Perché è un romanzo prolisso, inutilmente
prolisso. Come dice la parola “dilaga”, si spande in avanti con un diluvio di
parole, manca di una dote che amo moltissimo: l’essenzialità, la concisione
narrativa. E questo fatto produce, a seconda dei momenti, noia, stanchezza,
voglia di smettere e non riprendere più in mano l’opera. Fatto significativo per
il lettore, mortale per l’autore: la dismissione.
La prolissità è come un
viaggio in treno verso una meta agognata, un obiettivo ed è come se, durante
questo viaggio, il conducente ti costringesse
a fermarti ad ogni stazioncina e a scendere per visitare ogni minuscolo
paesino, a vedere qualsiasi cosa, una chiesa, un castello, una rovina. Può essere interessante ma alla fine
ti domandi qual è il fine del viaggio e pesti i piedi per l’impazienza. Ma il
conduttore o la guida ti invita a guardare il paesaggio dai finestrini, ti elenca
gli alberi che scorrono, fa il saputone su tutto ciò che si vede.
Infatti un
altro grossolano difetto del libro è lo sfoggio di competenza: se si parla di
antiquariato l’autrice elenca tutti gli stili, i modelli di restauro, gli attrezzi
del mestiere; se si parla di droga Donna Tartt ti istruisce su ogni forma possibile
di sballo, elenca i farmaci, le pillole e le modalità di “farsi”; se si tratta
di arte lo sfoggio di conoscenze è universale, e così via. Cosa di per sé
istruttiva, ma allunga il brodo della narrazione, la trasforma in trattato
talvolta un po’ noiosino. Leggendo il romanzo si ha a volte l’impressione di trovarsi
di fronte a quelle persone che, in una riunione di società, mostrano o vogliono
mostrare di sapere tutto, essere informati su tutto, avere sempre una parola in
più da dire.
Ci sono anche pagine incantevoli,
intendiamoci. Per esempio l’analisi che il protagonista fa del suo amore per
Pippa (ma che orribile nome, donna Tartt!) oppure il delirio “drogato” e
alcolico nell’albergo di Amsterdam, oppure ancora la descrizione del negozio e
del laboratorio del restauratore Hobie. Sono solo alcuni esempi. E Hobie rimane
in assoluto il personaggio meglio riuscito tra quelli del romanzo, il profilo
di un vecchio saggio mite e laborioso, comprensivo e incapace di malizia. L’unico
uomo (come un po’ la signora Barbour è l’unica donna vera) in un mondo di
alienati, pazzi, delinquenti e avvezzi alla droga e all’alcol.
Rispecchierà la
società americana. Però io (forse ingenuamente) mi sono chiesto come sia
possibile per degli adolescenti (poi uomini) portarsi a livello dello sballo
più assoluto con ogni genere di droghe e alcol (bevuto alla nausea) e, il giorno
dopo, recarsi tranquillamente a scuola o al lavoro. Superuomini? Nel romanzo
questi abusi si sprecano, come si sprecano gli episodi di crisi, di vomito e di
perdita di coscienza e non se ne vede proprio la ragione: concessione a una
falsa modernità? E come tutto ciò può coesistere con il proclamato amore per l’arte,
la cultura e la riflessione intellettuale?
Il libro è leggibile almeno fino
alla partenza del protagonista con l’amico Boris per l’Europa e le vicende
delittuose di Amsterdam. Poi si trasforma nella sceneggiatura violenta di un
action movie scatenato, con una moltitudine di personaggi oscuri, pistole e di
nuovo sballi agogo. Ho retto a fatica la lettura come non reggo la visione di
quei film di gangster popolati di esplosioni, sparatorie, inseguimenti e sangue.
Il romanzo infine vuole concludersi
con una tirata filosofica (lunghissima e un po’, a dire il vero, scombinata)
sul significato della vita, della morte, dell’arte e così via. Per dire, se ho
ben capito, che la nostra vita è breve ed effimera ma che solo l’arte è
immortale. Appunto “il cardellino” di Fabritius. Un diluvio di parole e di
pensieri.
Cito solo quella che vorrebbe
essere la sintesi della filosofia della Tartt: “Per me (è sempre Theo che
parla) e continuerò a ripeterlo ostinatamente finché vivrò, finché cadrò sulla
mia nichilistica e ingrata faccia e sarò troppo debole per ripeterlo un’ultima volta: meglio non nascere che nascere
in questa fogna.”
Non c’è male. Peccato
che questa stessa cosa l’abbia già detta Leopardi, in modo molto più poetico ed
elegante: “E’ funesto a chi nasce il dì natale” (Cantico di un pastore errante
dell’Asia).
In sintesi: un romanzo che insegue
i gusti del pubblico, vuol presuntuosamente essere narrazione, filosofia di vita, celebrazione
dell’arte, dramma e tragedia.
Secondo il mio giudizio Donna Tartt farebbe bene
a ridurlo, ad asciugarlo, a renderlo più conciso ed essenziale. Ne guadagnerebbe
sia la narrazione che il godimento del pubblico dei lettori. E meriterebbe
forse anche un premio vero.
Ovviamente, val la pena ripeterlo,
è una mia opinione che non coincide con quella dei giurati del Pulitzer. Ma
come fidarsi dei premi letterari?
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