Almudena
Grandes “Cuore di ghiaccio”
Ho iniziato questa lettura con una
certa perplessità perché, come ho già detto per “Il cardellino” i romanzi
monumentali mi spaventano. Un viaggio di più di 1000 pagine, una vera impresa. Ma
mi è stato suggerito da una mia amica che so impegnata e intelligente, competente
in campo editoriale. Infatti il tempo impiegato è molto, quasi tre settimane.
Non solo per la monumentalità dell’opera, ma anche perché la scrittrice non
aiuta il lettore, ma ingarbuglia un po’ le carte. I salti cronologici da un’epoca
all’altra, dalla guerra civile spagnola, all’origine del tutto, alla guerra
mondiale, ai giorni nostri con intermezzi vari sono frequenti. Il panorama
cambia anche con l’introduzione di personaggi nuovi, imprevisti, ma poi fondamentali
per costruire la storia.
Ma aiutiamo a capire: “Cuore di
ghiaccio” è la storia intrecciata di due famiglie spagnole, sostanzialmente una
ricca e vincente (legata ai falangisti e a Franco), l’altra perdente, in quanto
per lungo tempo esule in Francia e legata ai repubblicani.
Le due famiglie si incontrano e si
scontrano finché un amore imprevisto e imprevedibile, sbocciato tra un membro
della prima, Alvaro, e un’appartenente
alla seconda, Raquel, sconvolge le carte, scopre segreti inconfessabili, apre
il sipario del passato, entra come un boomerang nella vita della famiglia di
Alvaro. Il tutto avviene un po’ per caso, un po’ per strategia dei protagonisti.
L’acqua della vita normale che scorre quieta diventa un turbine, un uragano
sconvolgente e tragico.
Il tono del libro è quello della tragedia
greca, ubris e nemesis: il destino non perdona. La costruzione è barocca,
estremamente ricca di dettagli, di episodi, di riflessioni introspettive
profonde e, per lo più, angoscianti. Ci sono pagine bellissime e indimenticabili,
soprattutto quelle dell’innamoramento di Alvaro per Raquel, del suo
spaesamento, dell’ineluttabilità del sentimento quasi contro la sua volontà e
la sua voglia di una vita tranquilla e ordinata. E pagine altrettanto belle
sulla guerra civile spagnola, sulla guerra mondiale, i tradimenti, le scappatoie
e soprattutto gli eroismi.
La scrittura della Grandes (l’autrice
di “Le età di Lulù”) è di una corposità e “grandiosità” uniche: elegante, fluida e
eloquente. Però “Cuore di ghiaccio” non mi è piaciuto totalmente, un po’ per la
mia innata ritrosia per le opere monumentali che mi sfiancano, un po’ per la
struttura del romanzo, non semplice, non facile da seguire, talvolta costruito quasi
apposta per disorientare il lettore, sorprenderlo. Io penso sempre che
più di 1000 pagine possono ridursi favorevolmente a 300/400 senza perdere nulla della
storia, ma semplificando l’orgia di parole che la Grandes usa in modo
strabiliante, grandioso, ma stancante. Una costruzione barocca, esagerata, dove
manca il respiro al lettore che si aspetta una via d’uscita che non arriva mai.
E poi i continui spostamenti cronologici dall’oggi al passato, a due tre
passati diversi, a luoghi diversi, flash back e memorie… Tecnica efficace, ma
un po’ disarmante. Chissà quanti hanno smesso, hanno lasciato...
Non ci sono solo pagine bellissime,
ma anche figure, profili a tutto tondo di una spettacolarità monumentale: l’indiscusso
coprotagonista della storia, il defunto Julio Carrion, che giganteggia con la
sua amoralità ma anche con la sua dedizione totale alla famiglia, si direbbe un
boss mafioso inconsapevole e crudele. La nonna di Alvaro, Teresa, pasionaria combattente
“rossa” ingiustamente negata e rimossa. La bellissima Paloma, la mamma Angelica
e Raquel, l’oggetto del desiderio e del “traviamento” di Alvaro, bellissima e
seduttiva, a suo modo innocente e colpevole.
Ma ci sono anche pagine e
pagine di introspezione e di rimuginamento molto ripetitive, ossessive.
Realismo o, appunto, involuzione psicologica? Rispetto la Grandes: penso che
sia un suo stile, un suo modo di esprimersi un po’angoscioso, affannato, quasi
a rappresentare dal vivo le emozioni dei protagonisti in tempo reale. Ne
risulta un libro quasi senza sorriso e ironia, tutto sul filo della tragedia
familiare, di due famiglie che si intrecciano per odiarsi e rovinarsi a
vicenda.
Trovo poi un po’ irrealistica la
figura di Raquel, non certo una mammoletta, una che pensava di fare il colpo
del secolo e che cade vittima di un innamoramento imprevisto che la salva e la
condanna. Più forte e drammatica la figura della voce narrante di Alvaro, più
coerente, anche lui vittima di un imprevisto amore che rompe la sua vita
tranquilla come l’acqua che scorre. E che lo porta a non capire più la sua
famiglia, a rompere con loro, pur riconoscendo di amarli tutti.
Non mi è piaciuta la fine (le
ultime duecento pagine) dove l’autrice svela tutta la trama del romanzo, copre
le carenze del prima, illustra le vicende in chiaro. Questa modalità mi ha
richiamato alla mente le conclusioni delle commedie latine o delle
filodrammatiche di una volta, dove il deus ex machina risolveva tutti gli
intrecci e le apparenti contraddizioni del testo.
In sintesi: un romanzo grandioso,
bello ma ipertrofico, una costruzione babelica come un’altare o una scenografia
seicentesca. Una scrittrice abilissima, che possiede la lingua e le sue
infinite possibilità di modulazione. Se si ha il coraggio bisognerebbe
rileggerlo per capirlo fino in fondo.
Ne consiglio la lettura solo a chi
ha pazienza e coraggio di affrontare un viaggio impegnativo, viaggio che alla fine
lascia un bilancio positivo, di arricchimento interiore e consapevolezza della drammaticità
e imprevedibilità della vita.
Non è un romanzo d’evasione, non è
una lettura facile.
Io preferisco scrittori più
lineari, stili più semplici e diretti, toni meno retorici e ampollosi. Ma è
solo il mio gusto personale.
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