A proposito di libri…
Mi scusino i miei pochi ma, spero,
affezionati lettori se stavolta non commento una lettura, un libro, ma parlo di
libri e meglio del “libro” in sé.
Lo spunto mi è offerto dal trasloco (forzato,
voluto dalla AIE, Associazione Italiana Editori) da Torino a Milano-Fiera del
Salone del libro. Trasloco squallido e impertinente (nel senso della “non
pertinenza”): infatti che c’entra Milano-Fiera con il libro? Che c’azzecca? –
direbbe il fu Di Pietro. Niente. La Fiera di Milano-Rho è il luogo del
business, del commercio, adatto al mobile, al motociclo, al turismo ma non al
libro. Perché il libro in sé non è un prodotto commerciale, o meglio lo è anche
ma in seconda, terza istanza. Il libro è un prodotto culturale ed è già
azzardato parlare di “prodotto”.
Il libro è una forma espressiva dell’uomo,
forse la più antica e la più longeva, dai geroglifici egiziani e dalle
tavolette di argilla scoperte a Ebla e in altri siti archeologici. Il libro si
identifica con la scrittura e la scrittura è l’immediata trasmissione del
pensiero e della cultura di un popolo. Il libro è testimonianza, narrazione,
storia, arte, vita. Come si fa a definirlo “prodotto” come se fosse un consumo
qualsiasi, una scatoletta di carne o di tonno, un giocattolo, un vestito?
Ora lo scenario del Lingotto a
Torino era perfetto. Lì il libro cercava di testimoniare la trasformazione del
luogo industriale in luogo culturale, dal lavoro-fatica al lavoro- intelletto.
Torino come città che ha saputo riciclarsi e diventare un polo culturale di
eccellenza. Non è che Milano non abbia un’offerta culturale, anzi! Ma la Fiera
a Rho Pero nella sua perifericità e nel suo essere luogo destinato al business,
al consumo no, non è una location adeguata per il Salone del libro. Questo
trasloco ha svelato la considerazione che i grandi editori hanno del loro “prodotto”,
ha dichiarato che il re è nudo, che l’industria editoriale dominata dalle
grandi “marche” ha un solo fine: non la qualità dello scrivere, non la trasmissione
del sapere, del buon leggere, ma la vendita, la quantità di libri messi sul mercato
e venduti. Per cui è buon libro quello che raggiunge questo fine, non importa
il suo contenuto, ma il cedimento totale ai gusti del pubblico, agli autori di
massa, a chi fa audience. La stessa logica dell’industria cosiddetta “culturale”
in genere, dei film di cassetta, della TV generalista.
Ma il libro ha una sua
dignità che si ribella a questa logica. Infatti non pochi autori, intuendo ciò
che si nasconde sotto questo trasloco, il “non detto” ma che contemporaneamente
si palesa tanto è evidente, si sono ribellati, a cominciare da Baricco che ha
affermato “Torino vincerà”. Vorrei essere ottimista come lui, ma non ci riesco,
lo spero, ma non ci credo.
L’altra notte ho sognato un “Salone
del libro” nuovo, originale, alternativo, non importa dove, fors’anche in una
città di provincia sperduta. Ma un
Salone che sia vero incontro tra gli autori che hanno qualcosa da dire, da
raccontare con i lettori che li stimano, fossero anche tre o quattro. Un Salone
che magari non si chiami così, dove la grande industria editoriale sia lontana,
assente con i suoi nomi roboanti, con i suoi premi letterari truccati e oggetto
di spartizione, dove sia presente solo la creatività di chi scrive e il
desiderio di lettura e di sapere e di partecipazione emotiva di chi legge. Un
sogno? Sì, ma non irrealizzabile.
Il Salone a Milano-Fiera è solo
indice della bulimia commerciale di una città ingorda, che divora tutto ciò che
tocca, dove i suoi simboli non sono più i suoi spendidi gioielli culturali, ma
i grattacieli delle grandi banche e assicurazioni, la finanza di piazza Affari
e appunto le fiere commerciali. Milano ha avuto l’Expo come evento che doveva
celebrare l’innovazione alimentare e la “terra madre”, un nuovo modo di pensare
al cibo: il tutto si è trasformato in un grande luna park visitato per la curiosità di veder i
padiglioni delle varie nazioni, in una gara a chi lo aveva costruito con
maggiore ingegnosità e tecnologia. Del messaggio culturale “nutrire il pianeta”
non sono rimaste che le briciole. Non vorrei che anche il Salone del libro celebrasse
la morte del “vero” libro, la sua definitiva archiviazione nel passato delle
anticaglie.
Temo di sì, spero di no: spero che
prevalga anche in Milano la sua vocazione culturale che ha reso grande la città
con la biblioteca Ambrosiana, Brera e le grandi case editrici di una volta, la
cui mission era non solo vendere, ma soprattutto fare cultura.
Amoproust, 4 agosto 2016