giovedì 4 agosto 2016

A proposito di libri



A proposito di libri…


Mi scusino i miei pochi ma, spero, affezionati lettori se stavolta non commento una lettura, un libro, ma parlo di libri e meglio del “libro” in sé. 
Lo spunto mi è offerto dal trasloco (forzato, voluto dalla AIE, Associazione Italiana Editori) da Torino a Milano-Fiera del Salone del libro. Trasloco squallido e impertinente (nel senso della “non pertinenza”): infatti che c’entra Milano-Fiera con il libro? Che c’azzecca? – direbbe il fu Di Pietro. Niente. La Fiera di Milano-Rho è il luogo del business, del commercio, adatto al mobile, al motociclo, al turismo ma non al libro. Perché il libro in sé non è un prodotto commerciale, o meglio lo è anche ma in seconda, terza istanza. Il libro è un prodotto culturale ed è già azzardato parlare di “prodotto”. 
Il libro è una forma espressiva dell’uomo, forse la più antica e la più longeva, dai geroglifici egiziani e dalle tavolette di argilla scoperte a Ebla e in altri siti archeologici. Il libro si identifica con la scrittura e la scrittura è l’immediata trasmissione del pensiero e della cultura di un popolo. Il libro è testimonianza, narrazione, storia, arte, vita. Come si fa a definirlo “prodotto” come se fosse un consumo qualsiasi, una scatoletta di carne o di tonno, un giocattolo, un vestito?


Ora lo scenario del Lingotto a Torino era perfetto. Lì il libro cercava di testimoniare la trasformazione del luogo industriale in luogo culturale, dal lavoro-fatica al lavoro- intelletto. Torino come città che ha saputo riciclarsi e diventare un polo culturale di eccellenza. Non è che Milano non abbia un’offerta culturale, anzi! Ma la Fiera a Rho Pero nella sua perifericità e nel suo essere luogo destinato al business, al consumo no, non è una location adeguata per il Salone del libro. Questo trasloco ha svelato la considerazione che i grandi editori hanno del loro “prodotto”, ha dichiarato che il re è nudo, che l’industria editoriale dominata dalle grandi “marche” ha un solo fine: non la qualità dello scrivere, non la trasmissione del sapere, del buon leggere, ma la vendita, la quantità di libri messi sul mercato e venduti. Per cui è buon libro quello che raggiunge questo fine, non importa il suo contenuto, ma il cedimento totale ai gusti del pubblico, agli autori di massa, a chi fa audience. La stessa logica dell’industria cosiddetta “culturale” in genere, dei film di cassetta, della TV generalista. 
Ma il libro ha una sua dignità che si ribella a questa logica. Infatti non pochi autori, intuendo ciò che si nasconde sotto questo trasloco, il “non detto” ma che contemporaneamente si palesa tanto è evidente, si sono ribellati, a cominciare da Baricco che ha affermato “Torino vincerà”. Vorrei essere ottimista come lui, ma non ci riesco, lo spero, ma non ci credo.


L’altra notte ho sognato un “Salone del libro” nuovo, originale, alternativo, non importa dove, fors’anche in una città  di provincia sperduta. Ma un Salone che sia vero incontro tra gli autori che hanno qualcosa da dire, da raccontare con i lettori che li stimano, fossero anche tre o quattro. Un Salone che magari non si chiami così, dove la grande industria editoriale sia lontana, assente con i suoi nomi roboanti, con i suoi premi letterari truccati e oggetto di spartizione, dove sia presente solo la creatività di chi scrive e il desiderio di lettura e di sapere e di partecipazione emotiva di chi legge. Un sogno? Sì, ma non irrealizzabile.


Il Salone a Milano-Fiera è solo indice della bulimia commerciale di una città ingorda, che divora tutto ciò che tocca, dove i suoi simboli non sono più i suoi spendidi gioielli culturali, ma i grattacieli delle grandi banche e assicurazioni, la finanza di piazza Affari e appunto le fiere commerciali. Milano ha avuto l’Expo come evento che doveva celebrare l’innovazione alimentare e la “terra madre”, un nuovo modo di pensare al cibo: il tutto si è trasformato in un grande luna park  visitato per la curiosità di veder i padiglioni delle varie nazioni, in una gara a chi lo aveva costruito con maggiore ingegnosità e tecnologia. Del messaggio culturale “nutrire il pianeta” non sono rimaste che le briciole. Non vorrei che anche il Salone del libro celebrasse la morte del “vero” libro, la sua definitiva archiviazione nel passato delle anticaglie.


Temo di sì, spero di no: spero che prevalga anche in Milano la sua vocazione culturale che ha reso grande la città con la biblioteca Ambrosiana, Brera e le grandi case editrici di una volta, la cui mission era non solo vendere, ma soprattutto fare cultura.


Amoproust, 4 agosto 2016