Enzo Striano – Il resto di niente
Capita, a volte, di iniziare un libro con un certo
scetticismo, una specie di incredulità, perché te l’hanno consigliato, perché “devi”
leggerlo, non puoi sottrarti a una specie di compito. Poi, con la lettura
capita che, invece, l’interesse cresca fino a diventare entusiasmo,
ammirazione. Ne resti ammaliato.
Questo è ciò che mi è successo con
la lettura di questo libro poco conosciuto, edito nel 2005 e ora ristampato
negli Oscar Mondadori. L’autore è sicuramente un genio, uno scrittore di grande
talento, un outsider straordinario che trasforma quello che è stato un evento
storico importante, la creazione delle repubblica napoletana alla fine del ‘700,
in una grande rappresentazione epica.
La protagonista è Eleonora Fonseca
Pimentel, portoghese di nascita e di famiglia nobile, trapiantata prima a Roma, poi a Napoli dove frequenta i circoli
antiborbonici e filo francesi (erano i tempi della Rivoluzione) condividendone
gli interessi e le lotte fino alla morte. Un progetto un po’ ingenuo, raffazzonato,
illusorio nel clima di una Napoli beffarda e sonnolenta, che crede nel suo “tata”
(il re borbonico) e vede i francesi come Giacobbi (rivoluzionari pericolosi
antisistema e l’ordine costituito, contro la monarchia, la legge e la
religione).
Tutto il libro è un susseguirsi di
pagine mirabili, che devi scorrere con estrema attenzione perché dilaga il
dialetto napoletano dell’epoca e il francese. Talvolta ti serve il dizionario
per capire le citazioni dei cibi, dei vestiti e delle mode dell’epoca. Ma l’autore
ha la capacità di trascinarti dentro la Napoli dei vicoli da una parte, con i
lazzari e i poveri dei bassi e delle splendide dimore dei nobili, dei borghesi
arricchiti dall’altra. Ti sembra di vivere dentro queste pagine, di camminare e
dialogare con i protagonisti, di condividere emozioni e “deliri”. Soprattutto
la figura di Lenor (La Fonseca Pimentel) è mirabilmente rappresentata, nel suo progressivo
lasciarsi trascinare nella Rivoluzione ma con un sereno distacco, con momenti
di lucido scetticismo che non compromettono la sua fedeltà alla causa ma la
rendono critica e prudente di fronte agli eccessi di certi intellettuali
incapaci di capire le ragioni del popolino e della Napoli analfabeta e superstiziosa.
Le descrizioni sono sempre estremamente
vivaci e ricche di notazioni apparentemente folcloristiche ma degne di un
antropologo di grande valore. A cominciare dal mirabile viaggio in carrozza
della famiglia da Roma a Napoli per le strade di quel tempo, tra le paludi
pontine e i villaggi sperduti. Per proseguire poi con la folla dei vicoli, i
disastri al tempo delle piogge, il luridume dei bassi e il contrasto con il
colore della frutta e le verdure dei mercati, il vocio del popolo, lo splendore
del sole. Non di minore impatto sono gli ingressi “furtivi” nella reggia, nei
saloni degli aristocratici (nel cui seno nascono i rivoluzionari), delle feste,
delle gite in barca al chiaro di luna. Estremamente realistica la rappresentazione
del matrimonio combinato di Lenor con il volgarissimo Tria, la scena della
prima notte di nozze che l’autore non copre pudicamente ma svela nella sua tristissima
violenza e provocazione.
Tutto ciò che appartiene alla
costruzione della rivoluzione, i conciliaboli
dei rivoluzionari più o meno giovani con la partecipazione di personaggi storici,
Pagano, Cuoco, Cirillo, Pepe, Caracciolo… sembra quasi secondario rispetto al
fermento vitale della città, della sua cultura e ritualità popolaresca. Ma il
tema della rivoluzione diventa centrale nel finale nel quale la figura della
Pimentel, unica donna o quasi della congrega, giganteggia con il suo eroismo,
la solidarietà offerta ai compagni, la serenità quasi fatalistica con cui affronta la lotta
e la sconfitta.
Non so quanto di storico (al di là
dello scheletro della vicenda) ci sia nelle pagine di “il resto di niente” ma
non importa. Come dice bene l’autore nella postfazione lo scrittore di narrativa
non è lo storico. Lo scrittore si prende quelle libertà che il romanzo, pur
storico, gli consente. Come dice il Manzoni: “Lo scrittore deve profittare della
storia, senza mettersi a farle concorrenza” (lettera al Fauriel).
Un libro da leggere, che non è
entrato e non entrerà nelle classifiche, ma non importa. Le classifiche sono
fatte per i Volo, le Bignardi, e, guarda un po’ anche le confezionatrici di
ricette casalinghe come la Parodi. Peccato.
Amoproust, 13 giugno 2016.