lunedì 13 giugno 2016

Enzo Striano - Il resto di niente



Enzo Striano – Il resto di niente

Capita, a  volte, di iniziare un libro con un certo scetticismo, una specie di incredulità, perché te l’hanno consigliato, perché “devi” leggerlo, non puoi sottrarti a una specie di compito. Poi, con la lettura capita che, invece, l’interesse cresca fino a diventare entusiasmo, ammirazione. Ne resti ammaliato.


Questo è ciò che mi è successo con la lettura di questo libro poco conosciuto, edito nel 2005 e ora ristampato negli Oscar Mondadori. L’autore è sicuramente un genio, uno scrittore di grande talento, un outsider straordinario che trasforma quello che è stato un evento storico importante, la creazione delle repubblica napoletana alla fine del ‘700, in una grande rappresentazione epica. 

La protagonista è Eleonora Fonseca Pimentel, portoghese di nascita e di famiglia nobile, trapiantata prima  a Roma, poi a Napoli dove frequenta i circoli antiborbonici e filo francesi (erano i tempi della Rivoluzione) condividendone gli interessi e le lotte fino alla morte. Un progetto un po’ ingenuo, raffazzonato, illusorio nel clima di una Napoli beffarda e sonnolenta, che crede nel suo “tata” (il re borbonico) e vede i francesi come Giacobbi (rivoluzionari pericolosi antisistema e l’ordine costituito, contro la monarchia, la legge e la religione).


Tutto il libro è un susseguirsi di pagine mirabili, che devi scorrere con estrema attenzione perché dilaga il dialetto napoletano dell’epoca e il francese. Talvolta ti serve il dizionario per capire le citazioni dei cibi, dei vestiti e delle mode dell’epoca. Ma l’autore ha la capacità di trascinarti dentro la Napoli dei vicoli da una parte, con i lazzari e i poveri dei bassi e delle splendide dimore dei nobili, dei borghesi arricchiti dall’altra. Ti sembra di vivere dentro queste pagine, di camminare e dialogare con i protagonisti, di condividere emozioni e “deliri”. Soprattutto la figura di Lenor (La Fonseca Pimentel) è mirabilmente rappresentata, nel suo progressivo lasciarsi trascinare nella Rivoluzione ma con un sereno distacco, con momenti di lucido scetticismo che non compromettono la sua fedeltà alla causa ma la rendono critica e prudente di fronte agli eccessi di certi intellettuali incapaci di capire le ragioni del popolino e  della Napoli analfabeta e superstiziosa.


Le descrizioni sono sempre estremamente vivaci e ricche di notazioni apparentemente folcloristiche ma degne di un antropologo di grande valore. A cominciare dal mirabile viaggio in carrozza della famiglia da Roma a Napoli per le strade di quel tempo, tra le paludi pontine e i villaggi sperduti. Per proseguire poi con la folla dei vicoli, i disastri al tempo delle piogge, il luridume dei bassi e il contrasto con il colore della frutta e le verdure dei mercati, il vocio del popolo, lo splendore del sole. Non di minore impatto sono gli ingressi “furtivi” nella reggia, nei saloni degli aristocratici (nel cui seno nascono i rivoluzionari), delle feste, delle gite in barca al chiaro di luna. Estremamente realistica la rappresentazione del matrimonio combinato di Lenor con il volgarissimo Tria, la scena della prima notte di nozze che l’autore non copre pudicamente ma svela nella sua tristissima violenza e provocazione.


Tutto ciò che appartiene alla costruzione della rivoluzione, i conciliaboli dei rivoluzionari più o meno giovani con la partecipazione di personaggi storici, Pagano, Cuoco, Cirillo, Pepe, Caracciolo… sembra quasi secondario rispetto al fermento vitale della città, della sua cultura e ritualità popolaresca. Ma il tema della rivoluzione diventa centrale nel finale nel quale la figura della Pimentel, unica donna o quasi della congrega, giganteggia con il suo eroismo, la solidarietà offerta ai compagni, la serenità quasi fatalistica con cui affronta la lotta e la sconfitta.


Non so quanto di storico (al di là dello scheletro della vicenda) ci sia nelle pagine di “il resto di niente” ma non importa. Come dice bene l’autore nella postfazione lo scrittore di narrativa non è lo storico. Lo scrittore si prende quelle libertà che il romanzo, pur storico, gli consente. Come dice il Manzoni: “Lo scrittore deve profittare della storia, senza mettersi  a farle  concorrenza” (lettera al Fauriel).


Un libro da leggere, che non è entrato e non entrerà nelle classifiche, ma non importa. Le classifiche sono fatte per i Volo, le Bignardi, e, guarda un po’ anche le confezionatrici di ricette casalinghe come la Parodi. Peccato.


Amoproust, 13 giugno 2016.

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