mercoledì 22 aprile 2015

Alessandro Baricco: "La sposa giovane"



Alessandro Baricco “La sposa giovane”

Come lettore ho conosciuto Baricco alla fine degli anni ’90 con City, un romanzo che allora mi aveva sorpreso e un po’ smarrito. Ma la conoscenza iniziale mi ha spinto a leggere di Baricco tutto, proprio tutto. Li ho tutti i suoi libri nella mia biblioteca, da quelli che ho amato di più come “Castelli di rabbia” o “Questa storia” a “Tre volte all’alba” che mi ha lasciato freddino. Non potevo fare  a meno di leggere “La sposa giovane” alla sua uscita e ne sono rimasto folgorato.


Un libro sorprendente, non tanto per la vicenda direi quasi inesistente, ma per le atmosfere che crea e le figure dei protagonisti. Con improvvise incursioni dell’autore che passa disinvoltamente dalla terza alla prima persona, mettendosi nei panni de “la sposa giovane”. Creando un certo scompiglio o sconcerto nel lettore.


La protagonista è la Famiglia: uno strano aggregato di figure caratterizzate a tutto tondo nella loro follia condivisa e universalmente accettata come normalità. Un  Padre con un’inesattezza del cuore (una strana malattia, un cuore di vetro, pronto  a infrangersi per un nonnulla), una Madre dalla mitologica bellezza (i cui sillogismi raziocinanti sono improponibili)  una Figlia bellissima ma storpia, uno Zio (che non è tale) che dorme sempre ma è vigile più degli altri. E un Figlio lontano in una mitica Inghilterra a curare gli affari di famiglia (affari tessili) e il cui ritorno è atteso invano. 

La sposa giovane piomba in questa atmosfera fatta di rarefatte ritualità (una colazione mattutina infinita, un maggiordomo zelante e onnipresente, la villeggiatura annuale ecc.ecc.) per – appunto – sposare il Figlio che non c’è. E non tornerà mai. E su tutto implacabile la notte tenebrosa, temuta dalla Famiglia, perché tutti gli antenati, nessuno escluso, sono morti di notte.


Questa la vicenda. Ma la bellezza del libro è nella scrittura di Baricco e, secondo me, in pagine stupende. Quelle, per esempio, sul mitico seno della Madre, oggetto di desiderio e di perdimento per una moltitudine di maschi arrapati. Oppure la notte della Figlia con la Sposa giovane, oppure della Sposa giovane con la Madre, pagine di un sottile erotismo che tutto pervade e intride. E l’infinita sequenza di oggetti che dovrebbero precedere l’arrivo del Figlio e che sono nient’altro che annunci strampalati di … niente, un linguaggio criptico, fatto di “recapiti”.  E le pagine dedicate al bordello dove il Padre porta la Sposa giovane per un’inusuale rito d’iniziazione.


Non so quale significato recondito Baricco abbia voluto (o non voluto) attribuire a questa storia. Resta il fatto che il libro mi ha affascinato come un lungo viaggio onirico in un mondo irreale che ha leggi tutte sue e che non si lascia valutare secondo parametri narrativi tradizionali.


Un libro da leggere e da godere, nient’altro. Un capolavoro di creatività e sottile ironia. Un viaggio fantastico ricco di impressioni sensuali e di situazioni paradossali. 

Mi sembra che con quest’ultimo romanzo (o non  romanzo) Baricco si confermi il principe degli autori contemporanei nel panorama della narrativa italiana, una spanna sopra tutti.


Amoproust, 22 aprile 2015

venerdì 17 aprile 2015

Suite francese



Irène Némirovsky   “Suite francese”

La tragedia della scrittrice è nota e terribile. Morta nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebrea. Una scrittrice molto prolifica. Adelphi ha pubblicato molte delle sue opere.


Ho provato, in passato  a leggerne qualcuna, ma lo stile  e il ritmo del racconto non mi erano congeniali, per cui ho abbandonato l’impresa. Ho preso ora in mano, dopo averle scaricate da IBS, le molte pagine di Suite Francese, l’opera incompiuta della Némirovsky. Sono stato incuriosito dalla notizia dell’uscita del film - tratto dal romanzo - del regista Saul Dibb e nelle  sale a partire da marzo con l’interpretazione di Michelle Williams. Dicono che l’attrice sia bravissima. E’ sicuramente un ruolo difficile. Credo che la trasposizione del racconto della N. in narrazione filmica sia stata una bella sfida.


Suite francese è un’opera incompiuta. Doveva essere, nell'intenzione dell’autrice “una grande sinfonia in cinque movimenti” di cui solo i primi due sono stati scritti e ancora in bozza, sembra. E si nota l’incompiutezza del testo, la sua mancata revisione: alcuni personaggi compaiono e poi vengono del tutto abbandonati, manca un collegamento tra ciò che succede nella parte dedicata all’esodo dei parigini dalla città all’arrivo dei tedeschi e la seconda parte, la storia d’amore tra la tenera ma infelice Lucille e l’ufficiale tedesco Bruno.


Lo scenario dell’esodo è grandioso, anche se frammentato episodicamente nelle storie delle diverse famiglie e protagonisti. La storia d’amore di Lucille è a tratti commovente, struggente la sua infelicità per un marito al fronte che non la ama e una suocera altezzosa e anaffettiva. 
Ma il romanzo, con tutti gli alibi del caso  (la mancata revisione, la morte della scrittrice) non convince.

E’ difficile manifestare  critiche e disappunto nei confronti di un’autrice con una storia così dolorosa. Ma è bene essere sinceri. Ed è palese che le mie sono impressioni soggettive, proprie di un lettore, pronto a discuterne e a confrontarsi con altri.


Il linguaggio della Némirovsky è sempre sopra le righe. Molto enfatico, spesso gridato, con guizzi talora ironici, talora caricaturali. La retorica è di casa. Alcune psicologie sono improbabili e scadono nel bozzetto, nella maschera grottesca. Quello p.e. dello scrittore Corte che sembra un invasato incosciente del tutto fuori contesto nella tragedia dell’esodo. E i rapporti tra tedeschi occupanti e francesi nella fase del collaborazionismo voluto da Pétain sono incredibili, contradditori, ancora una volta grotteschi e caricaturali. I soldati tedeschi che comprano nelle botteghe francesi e vengono ignobilmente truffati? I bambini che giocano allegramente con i soldati e siedono sulle loro ginocchia? Gli ufficiali che, alla notizia del trasferimento dalla Francia sul fronte russo, preparano pacchi da inviare  a casa con i souvenir della Francia come fossero turisti in gita? E lacrime che spuntano sulle gote dei cittadini quando il reggimento schierato se ne va? Il tutto è molto strano, improbabile. La Némirovsky sembra persona documentata, ma sicuramente la narrazione lirica e strappalacrime le ha preso la mano. Sua è certamente l’aspirazione alla pace e al dialogo tra i popoli, sua l’appartenenza alla buona borghesia e un distacco benevolo e compassionevole dalle masse. Che, si vede, non ama più di tanto.


Infine la storia d’amore tra Lucille e Bruno (incompiuta come il romanzo): non c’è un vero bacio, non un amplesso, solo passeggiate al chiaro di luna e chiacchiere, sogni, spaesamenti. E passaggi improvvisi da slanci affettivi a abissi d’odio. Il feroce ufficiale nazista Bruno von Frank è un adolescente sognante che fa improbabili discorsi d’amore eterno e Lucille una borghese paurosa e combattuta tra un nazionalismo congenito e un ardito amore proibito. Tutto sa di falso, di rabberciato e improvvisato.


Non mancano, intendiamoci, grandi pagine. Trovo bellissime, p.e. le pagine dedicate al delirio amoroso di Lucille, in cui riconoscendo la sua voglia di evasione, cerca giustificazioni e alibi fantasiosi.


Insomma un romanzo che ho fatto fatica a leggere e di cui vorrei discutere con qualcuno. La Némirovsky non sembra un'autrice di questo secolo. Si colloca più sulle orme di Jane Austen. Dopo aver letto la Munro e la Strout è un balzo all’indietro.


«E allora? Tedesco o francese, amico o nemico, è prima di tutto un uomo, e io sono una donna. E con me è affettuoso, tenero, pieno di attenzioni... È un ragazzo di città, ben curato a differenza degli uomini di qui; ha una bella pelle, denti bianchi. Quando bacia ha l'alito fresco, non sa di alcol come i ragazzi di paese. A me basta. Non cerco altro. Ci complicano abbastanza la vita con le guerre..." 

Questa citazione mi sembra riassuma virtù e vizi della N. E anche una certa cultura, una mentalità.


Amoproust, 17 aprile 2015

venerdì 3 aprile 2015

Emmanuel Carrère "Il Regno"



Emmanuel Carrère: “Il Regno”

Mi trovo quasi imbarazzato e in difficoltà. Ho letto questo libro con estrema attenzione per il suo grande interesse storico, documentaristico e autobiografico. Carrère scrive come ex credente (racconta la sua adesione alla fede e il successivo disincanto) e si addentra nell’arduo compito di dare una versione laica e razionale delle origini del Cristianesimo, della nascita dei Vangeli e dei rapporti tra i discepoli di Gesù dopo la sua morte e la sua supposta resurrezione.


“Il regno” non è un romanzo, ma un qualcosa  borderline tra la narrazione della propria vita, episodi, amicizie, rituali e il saggio storico e la riflessione filosofica-teologica. Cos’è questo Regno di cui Gesù ha insistentemente parlato? Mi pare sia questo l’obiettivo del libro. 

E, nel tentativo di raggiungerlo, Carrère si muove nella storia romana e giudaica consultando fonti, facendo frequenti parallelismi, confutando evidenti “bugie” della tradizione. Soprattutto mette in luce la profonda antitesi delle origini tra la chiesa di Gerusalemme (Pietro, Giacomo e Giovanni) – ebraica e fortemente legata alla Legge e le chiese fondate da Paolo, un outsider, che, dopo aver assistito alla lapidazione di Stefano, si converte a un cristianesimo tutto suo, basato su tre pilastri, la resurrezione di Gesù, l’agape e l’imminente fine del mondo. Paolo predica l’inutilità delle prescrizioni rituali ebraiche,a cominciare dalla circoncisione e si rivolge prima agli ebrei e poi (somma ingiuria per gli ortodossi) anche ai gentili. Sono le Chiese fondate da Paolo in Asia i nuclei fondanti il futuro Cristianesimo, nel quale non c’è alcuna traccia dei dogmi del Credo tranne che, appunto, la Resurrezione dei morti.


La seconda grande linea rossa del libro di Carrère è l’analisi dei Vangeli, le loro contraddizioni, il loro rincorrersi tra Marco (l’originario), Luca (l’intellettuale organico), Matteo, l’outsider (forse mai esistito come vero autore) e Giovanni, l’antievangelista filosofo e teologo. Non nasconde e non mitiga Carrère le ostilità tra i primi cristiani e le diverse sette o chiese, la lunga guerra tra ortodossi ebraici e innovatori, così come avviene in qualsiasi movimento politico terreno. Il tutto poi innestato sulla storia romana, la guerra di Giudea, la distruzione del Tempio, gli Imperatori.


Non mi dilungo: il libro va letto e  ciascuno ne deve trarre le sue impressioni. Carrère è uno scrittore amabile, ironico, fluente. Non si vorrebbe mai smettere di leggere pagina dopo pagina.


Ma soprattutto questo libro dovrebbero leggerlo i credenti. No, non per dare ragione a Carrère ma per compiere quel gesto che tutti, almeno una volta nella vita dovrebbero fare: abbandonare per un attimo i sicuri binari su cui ci hanno instradato da piccoli, il Credo, la Messa, l’Eucarestia, per mettersi in discussione e chiedersi: “perché Credo? Perché faccio queste cose? Perché non esploro quei panorami che, dai binari che mi conducono sicuri a una meta (che credo ma non so), vedo costantemente scorrere dai finestrini?”  E’ un atto logico che non presuppone l’addio alla Fede ma un suo più forte e sicuro radicamento, se ci saranno le risposte.


I credenti avranno la tentazione, lungo la lettura, di chiudere il libro e dire a se stessi “questo è il solito anticlericale agnostico e ateo, ce l’ha su con la Chiesa, basta!”. Sì, perché Carrère è spesso estremamente duro, quasi acido, ironico con la credulità, spietato nelle analisi.


Ma, vi prego, non lasciatevi tentare di abbandonare il cammino. Arrivate fino in fondo, fino al travolgente commovente epilogo. Lì Carrère dice cos’è per lui il vero cristianesimo, cos’è il Regno. E, forse, papa Francesco sarebbe d’accordo.


Amoproust, 3 aprile 2015  venerdì di Passione.