venerdì 17 aprile 2015

Suite francese



Irène Némirovsky   “Suite francese”

La tragedia della scrittrice è nota e terribile. Morta nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebrea. Una scrittrice molto prolifica. Adelphi ha pubblicato molte delle sue opere.


Ho provato, in passato  a leggerne qualcuna, ma lo stile  e il ritmo del racconto non mi erano congeniali, per cui ho abbandonato l’impresa. Ho preso ora in mano, dopo averle scaricate da IBS, le molte pagine di Suite Francese, l’opera incompiuta della Némirovsky. Sono stato incuriosito dalla notizia dell’uscita del film - tratto dal romanzo - del regista Saul Dibb e nelle  sale a partire da marzo con l’interpretazione di Michelle Williams. Dicono che l’attrice sia bravissima. E’ sicuramente un ruolo difficile. Credo che la trasposizione del racconto della N. in narrazione filmica sia stata una bella sfida.


Suite francese è un’opera incompiuta. Doveva essere, nell'intenzione dell’autrice “una grande sinfonia in cinque movimenti” di cui solo i primi due sono stati scritti e ancora in bozza, sembra. E si nota l’incompiutezza del testo, la sua mancata revisione: alcuni personaggi compaiono e poi vengono del tutto abbandonati, manca un collegamento tra ciò che succede nella parte dedicata all’esodo dei parigini dalla città all’arrivo dei tedeschi e la seconda parte, la storia d’amore tra la tenera ma infelice Lucille e l’ufficiale tedesco Bruno.


Lo scenario dell’esodo è grandioso, anche se frammentato episodicamente nelle storie delle diverse famiglie e protagonisti. La storia d’amore di Lucille è a tratti commovente, struggente la sua infelicità per un marito al fronte che non la ama e una suocera altezzosa e anaffettiva. 
Ma il romanzo, con tutti gli alibi del caso  (la mancata revisione, la morte della scrittrice) non convince.

E’ difficile manifestare  critiche e disappunto nei confronti di un’autrice con una storia così dolorosa. Ma è bene essere sinceri. Ed è palese che le mie sono impressioni soggettive, proprie di un lettore, pronto a discuterne e a confrontarsi con altri.


Il linguaggio della Némirovsky è sempre sopra le righe. Molto enfatico, spesso gridato, con guizzi talora ironici, talora caricaturali. La retorica è di casa. Alcune psicologie sono improbabili e scadono nel bozzetto, nella maschera grottesca. Quello p.e. dello scrittore Corte che sembra un invasato incosciente del tutto fuori contesto nella tragedia dell’esodo. E i rapporti tra tedeschi occupanti e francesi nella fase del collaborazionismo voluto da Pétain sono incredibili, contradditori, ancora una volta grotteschi e caricaturali. I soldati tedeschi che comprano nelle botteghe francesi e vengono ignobilmente truffati? I bambini che giocano allegramente con i soldati e siedono sulle loro ginocchia? Gli ufficiali che, alla notizia del trasferimento dalla Francia sul fronte russo, preparano pacchi da inviare  a casa con i souvenir della Francia come fossero turisti in gita? E lacrime che spuntano sulle gote dei cittadini quando il reggimento schierato se ne va? Il tutto è molto strano, improbabile. La Némirovsky sembra persona documentata, ma sicuramente la narrazione lirica e strappalacrime le ha preso la mano. Sua è certamente l’aspirazione alla pace e al dialogo tra i popoli, sua l’appartenenza alla buona borghesia e un distacco benevolo e compassionevole dalle masse. Che, si vede, non ama più di tanto.


Infine la storia d’amore tra Lucille e Bruno (incompiuta come il romanzo): non c’è un vero bacio, non un amplesso, solo passeggiate al chiaro di luna e chiacchiere, sogni, spaesamenti. E passaggi improvvisi da slanci affettivi a abissi d’odio. Il feroce ufficiale nazista Bruno von Frank è un adolescente sognante che fa improbabili discorsi d’amore eterno e Lucille una borghese paurosa e combattuta tra un nazionalismo congenito e un ardito amore proibito. Tutto sa di falso, di rabberciato e improvvisato.


Non mancano, intendiamoci, grandi pagine. Trovo bellissime, p.e. le pagine dedicate al delirio amoroso di Lucille, in cui riconoscendo la sua voglia di evasione, cerca giustificazioni e alibi fantasiosi.


Insomma un romanzo che ho fatto fatica a leggere e di cui vorrei discutere con qualcuno. La Némirovsky non sembra un'autrice di questo secolo. Si colloca più sulle orme di Jane Austen. Dopo aver letto la Munro e la Strout è un balzo all’indietro.


«E allora? Tedesco o francese, amico o nemico, è prima di tutto un uomo, e io sono una donna. E con me è affettuoso, tenero, pieno di attenzioni... È un ragazzo di città, ben curato a differenza degli uomini di qui; ha una bella pelle, denti bianchi. Quando bacia ha l'alito fresco, non sa di alcol come i ragazzi di paese. A me basta. Non cerco altro. Ci complicano abbastanza la vita con le guerre..." 

Questa citazione mi sembra riassuma virtù e vizi della N. E anche una certa cultura, una mentalità.


Amoproust, 17 aprile 2015

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