Irène
Némirovsky “Suite francese”
La tragedia della scrittrice è nota e terribile. Morta nel
campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebrea. Una scrittrice molto
prolifica. Adelphi ha pubblicato molte delle sue opere.
Ho provato, in passato
a leggerne qualcuna, ma lo stile
e il ritmo del racconto non mi erano congeniali, per cui ho abbandonato
l’impresa. Ho preso ora in mano, dopo averle scaricate da IBS, le molte pagine
di Suite Francese, l’opera incompiuta della Némirovsky. Sono stato incuriosito dalla
notizia dell’uscita del film - tratto dal romanzo - del regista Saul Dibb e
nelle sale a partire da marzo con
l’interpretazione di Michelle Williams. Dicono che l’attrice sia bravissima. E’
sicuramente un ruolo difficile. Credo che la trasposizione del racconto della
N. in narrazione filmica sia stata una bella sfida.
Suite francese è un’opera incompiuta. Doveva essere, nell'intenzione dell’autrice “una grande sinfonia in cinque movimenti” di cui solo i
primi due sono stati scritti e ancora in bozza, sembra. E si nota
l’incompiutezza del testo, la sua mancata revisione: alcuni personaggi
compaiono e poi vengono del tutto abbandonati, manca un collegamento tra ciò
che succede nella parte dedicata all’esodo dei parigini dalla città all’arrivo
dei tedeschi e la seconda parte, la storia d’amore tra la tenera ma infelice
Lucille e l’ufficiale tedesco Bruno.
Lo scenario dell’esodo è grandioso, anche se frammentato
episodicamente nelle storie delle diverse famiglie e protagonisti. La storia
d’amore di Lucille è a tratti commovente, struggente la sua infelicità per un
marito al fronte che non la ama e una suocera altezzosa e anaffettiva.
Ma il
romanzo, con tutti gli alibi del caso
(la mancata revisione, la morte della scrittrice) non convince.
E’ difficile manifestare
critiche e disappunto nei confronti di un’autrice con una storia così
dolorosa. Ma è bene essere sinceri. Ed è palese che le mie sono impressioni
soggettive, proprie di un lettore, pronto a discuterne e a confrontarsi con
altri.
Il linguaggio della Némirovsky è sempre sopra le righe. Molto
enfatico, spesso gridato, con guizzi talora ironici, talora caricaturali. La
retorica è di casa. Alcune psicologie sono improbabili e scadono nel bozzetto,
nella maschera grottesca. Quello p.e. dello scrittore Corte che sembra un
invasato incosciente del tutto fuori contesto nella tragedia dell’esodo. E i
rapporti tra tedeschi occupanti e francesi nella fase del collaborazionismo voluto
da Pétain sono incredibili, contradditori, ancora una volta grotteschi e
caricaturali. I soldati tedeschi che comprano nelle botteghe francesi e vengono
ignobilmente truffati? I bambini che giocano allegramente con i soldati e
siedono sulle loro ginocchia? Gli ufficiali che, alla notizia del trasferimento
dalla Francia sul fronte russo, preparano pacchi da inviare a casa con i souvenir della Francia come
fossero turisti in gita? E lacrime che spuntano sulle gote dei cittadini quando
il reggimento schierato se ne va? Il tutto è molto strano, improbabile. La Némirovsky
sembra persona documentata, ma sicuramente la narrazione lirica e
strappalacrime le ha preso la mano. Sua è certamente l’aspirazione alla pace e
al dialogo tra i popoli, sua l’appartenenza alla buona borghesia e un distacco
benevolo e compassionevole dalle masse. Che, si vede, non ama più di tanto.
Infine la storia d’amore tra Lucille e Bruno (incompiuta come
il romanzo): non c’è un vero bacio, non un amplesso, solo passeggiate al chiaro
di luna e chiacchiere, sogni, spaesamenti. E passaggi improvvisi da slanci
affettivi a abissi d’odio. Il feroce ufficiale nazista Bruno von Frank è un
adolescente sognante che fa improbabili discorsi d’amore eterno e Lucille una
borghese paurosa e combattuta tra un nazionalismo congenito e un ardito amore
proibito. Tutto sa di falso, di rabberciato e improvvisato.
Non mancano, intendiamoci, grandi pagine. Trovo bellissime,
p.e. le pagine dedicate al delirio amoroso di Lucille, in cui riconoscendo la
sua voglia di evasione, cerca giustificazioni e alibi fantasiosi.
Insomma un romanzo che ho fatto fatica a leggere e di cui
vorrei discutere con qualcuno. La Némirovsky non sembra un'autrice di questo
secolo. Si colloca più sulle orme di Jane Austen. Dopo aver letto la Munro e la
Strout è un balzo all’indietro.
«E allora? Tedesco o francese,
amico o nemico, è prima di tutto un uomo, e io sono una donna. E con me è
affettuoso, tenero, pieno di attenzioni... È un ragazzo di città, ben curato a
differenza degli uomini di qui; ha una bella pelle, denti bianchi. Quando bacia
ha l'alito fresco, non sa di alcol come i ragazzi di paese. A me basta. Non
cerco altro. Ci complicano abbastanza la vita con le guerre..."
Questa citazione mi sembra
riassuma virtù e vizi della N. E anche una certa cultura, una mentalità.
Amoproust, 17 aprile
2015
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