Emmanuel
Carrère: “Il Regno”
Mi trovo quasi imbarazzato e in
difficoltà. Ho letto questo libro con estrema attenzione per il suo grande
interesse storico, documentaristico e autobiografico. Carrère scrive come ex credente
(racconta la sua adesione alla fede e il successivo disincanto) e si addentra
nell’arduo compito di dare una versione laica e razionale delle origini del Cristianesimo,
della nascita dei Vangeli e dei rapporti tra i discepoli di Gesù dopo la sua
morte e la sua supposta resurrezione.
“Il regno” non è un romanzo, ma un
qualcosa borderline tra la narrazione della propria vita, episodi,
amicizie, rituali e il saggio storico e la riflessione filosofica-teologica.
Cos’è questo Regno di cui Gesù ha insistentemente parlato? Mi pare sia questo l’obiettivo
del libro.
E, nel tentativo di raggiungerlo, Carrère si muove nella storia romana
e giudaica consultando fonti, facendo frequenti parallelismi, confutando evidenti
“bugie” della tradizione. Soprattutto mette in luce la profonda antitesi delle
origini tra la chiesa di Gerusalemme (Pietro, Giacomo e Giovanni) – ebraica e
fortemente legata alla Legge e le chiese fondate da Paolo, un outsider, che,
dopo aver assistito alla lapidazione di Stefano, si converte a un cristianesimo
tutto suo, basato su tre pilastri, la resurrezione di Gesù, l’agape e l’imminente
fine del mondo. Paolo predica l’inutilità delle prescrizioni rituali ebraiche,a
cominciare dalla circoncisione e si rivolge prima agli ebrei e poi (somma
ingiuria per gli ortodossi) anche ai gentili. Sono le Chiese fondate da Paolo
in Asia i nuclei fondanti il futuro Cristianesimo, nel quale non c’è alcuna
traccia dei dogmi del Credo tranne che, appunto, la Resurrezione dei morti.
La seconda grande linea rossa del
libro di Carrère è l’analisi dei Vangeli, le loro contraddizioni, il loro rincorrersi
tra Marco (l’originario), Luca (l’intellettuale organico), Matteo, l’outsider
(forse mai esistito come vero autore) e Giovanni, l’antievangelista filosofo e teologo.
Non nasconde e non mitiga Carrère le ostilità tra i primi cristiani e le
diverse sette o chiese, la lunga guerra tra ortodossi ebraici e innovatori,
così come avviene in qualsiasi movimento politico terreno. Il tutto poi
innestato sulla storia romana, la guerra di Giudea, la distruzione del Tempio,
gli Imperatori.
Non mi dilungo: il libro va letto
e ciascuno ne deve trarre le sue
impressioni. Carrère è uno scrittore amabile, ironico, fluente. Non si vorrebbe
mai smettere di leggere pagina dopo pagina.
Ma soprattutto questo libro
dovrebbero leggerlo i credenti. No, non per dare ragione a Carrère ma per
compiere quel gesto che tutti, almeno una volta nella vita dovrebbero fare:
abbandonare per un attimo i sicuri binari su cui ci hanno instradato da
piccoli, il Credo, la Messa, l’Eucarestia, per mettersi in discussione e
chiedersi: “perché Credo? Perché faccio queste cose? Perché non esploro quei
panorami che, dai binari che mi conducono sicuri a una meta (che credo ma non so),
vedo costantemente scorrere dai finestrini?”
E’ un atto logico che non presuppone l’addio alla Fede ma un suo più
forte e sicuro radicamento, se ci saranno le risposte.
I credenti avranno la tentazione,
lungo la lettura, di chiudere il libro e dire a se stessi “questo è il solito
anticlericale agnostico e ateo, ce l’ha su con la Chiesa, basta!”. Sì, perché
Carrère è spesso estremamente duro, quasi acido, ironico con la credulità,
spietato nelle analisi.
Ma, vi prego, non lasciatevi tentare
di abbandonare il cammino. Arrivate fino in fondo, fino al travolgente commovente
epilogo. Lì Carrère dice cos’è per lui il vero cristianesimo, cos’è il Regno. E,
forse, papa Francesco sarebbe d’accordo.
Amoproust, 3 aprile 2015 venerdì di Passione.
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