Claudio
Magris – Non luogo a procedere
Un ipotetico e immaginario museo
della guerra dove, in ogni sala è esposta un’arma, piccola o enorme che sia,
gladio, fucile o cannone da 400 tonnellate o tank possente e blindato. E quest’arma
da sola parla, racconta di morti e di stragi per lo più inutili, di odi tra
popoli, di combattimenti atroci e violenti. Questo l’ultimo libro di Magris,
più di 400 pagine appassionate, che non lasciano tregua, che incalzano il
lettore con la loro voluta atrocità. Non c’è spazio per il sorriso e nemmeno
per l’ironia. Spazio e tempo sono volutamente confusi e se l’ascia
bipenne richiama la selva caraibica e la lotta primaria così il tank possente e
con potenza di fuoco micidiale ricorda la selvaggia furia distruttiva della
seconda guerra mondiale. L’autore passa da un’epoca all’altra con disinvoltura
e ci lascia l’impressione di un’umanità ossessionata dalla guerra, preda del
demone della guerra, senza pietà.
Un libro che è poco definire
delirante nel senso della febbre visionaria che guida l’autore e lo trasporta dai
campi di battaglia delle guerre napoleoniche alla tragica grottesca avventura
di Massimiliano d’Asburgo e della sua donna, fasullo imperatore del Messico, di
fatto burattino delle potenze mondiali.
Ma su tutto domina l’orrore dei
lager e delle foibe, rappresentate da una mazza, quella mazza che fracassava il
cranio del predestinato alla tragica caduta nella fossa dei morti. Ultima
tragica rappresentazione della crudeltà dell’uomo, della sua inguaribile sete
di sangue e di distruzione.
Un libro scritto – sembra – di getto
ma documentatissimo. In esso sono presenti anni di storia umana, di carneficine
e efferate torture. Lo scrittore non si ferma di fronte all’orrore, entra con
ferocia nell’inferno spietato della crudeltà umana, in cerca forse di una
purificazione di una rigenerazione.
Non è per tutti questo capolavoro
di Magris. È per lettori che hanno lo stesso suo impulso a ripercorrere la
tragedia per superarla definitivamente. E che sono in grado di affrontare uno
stile narrativo di rara bellezza ma che possiede la durezza dell’acciaio.
Amoproust, 18 febbraio 2016.