martedì 24 marzo 2015

Elena Ferrante



Elena Ferrante: “L’amica geniale”

Ho voluto dare la precedenza a questa lettura, nonostante un lungo elenco di libri che mi aspettano, per la grancassa mediatica che ha risuonato dopo l’articolo di Roberto Saviano che ha proposto Elena Ferrante per il premio Strega con scandalo di molti (Veronesi  ha minacciato le sue dimissioni dalla giuria... ma che tipo!) e plauso di altri. Come mai tutto questo clamore?

Elena Ferrante non si sa chi sia. Scrive da molto tempo, è suo “L’amore molesto” da cui Martone ha tratto il film. Pubblica con una casa editrice piccola (e/o), ha editato molti romanzi. L’amica geniale è il primo di una trilogia che non so se avrò la forza di leggere.

Intendiamoci: Elena Ferrante è una scrittrice di tutto rispetto.  Ambientazione, profilatura dei personaggi, analisi delle situazioni e dei sentimenti: tutto perfetto. Ma con un grosso limite (secondo il mio modesto parere): la prolissità, l’eccessivo dettaglio, uno sguardo microscopico che  analizza il fondo delle pieghe.

L’amica geniale è la prima puntata di un percorso di un’amicizia che dura una vita. Come prima puntata parla dell’infanzia e dell’adolescenza (fino al matrimonio di Lila a 16 anni) delle due: la protagonista, la voce narrante, Elena Greco e la sua amica Lina, detta Lila. Più che amicizia parlerei di fascinazione, incantamento più di Lena verso Lila che il contrario, una specie di identificazione fino all’annullamento, al desiderio di essere come lei, dentro di lei. Badiamo bene che Elena è bella, bravissima a scuola per cui frequenta il liceo (nonostante la poverissima famiglia, il padre è usciere del comune), una ragazza a posto. Lila invece no. E’ una specie di selvaggia inizialmente, un anatroccolo nero che però, nel tempo si trasforma in cigno. Possiede doti misteriose per cui, senza frequentare la scuola ne sa di latino e di greco, interroga quasi la sua amica per vedere se ha studiato bene e giusto. E poi ha quella misteriosa capacità di “smarginare”, di uscire da se stessa e diventare qualcos’altro, di trasferirsi nelle persone e negli oggetti. Oggi si direbbe “una strega”.

Il tutto avviene a Napoli, in un rione poverissimo, negli anni 50/60. Credo di aver identificato il rione in quel pezzo di città che sta tra la ferrovia (piazza Garibaldi) e Poggioreale, oggi credo completamente diverso. Un rione di operai e artigiani, per cui i protagonisti sono la famiglia dello scarparo, la famiglia dell’usciere, la famiglia del falegname e così via. Il rione è una città nella città, un quartiere chiuso da cui si esce solo da “grandi”. La narrazione parla di queste famiglie, dei loro rapporti, della dominanza mafiosa di alcune, delle sopraffazioni, dei tradimenti, degli amori tra i ragazzi ancora preadolescenti, delle infatuazioni. Un quadro corale, collettivo da cui esce la città partenopea con tutte le sue virtù e soprattutto i suoi vizi. Soprattutto la violenza, la sopraffazione, il maschilismo, il potere dei soldi.

Un quadro spietato (si può così comprendere la passione di Saviano per la Ferrante) dentro il quale la dolce buona Elena sembra affogare, mentre la intemerata Lila, forte e determinata riesce a sposare il ricco figlio di Don Achille. Il camorrista della zona, ucciso dal falegname, ora in carcere, ma cui aveva sottratto il negozio e la possibilità di lavorare.

L’amica geniale è rientrata nell’ombra con i suoi inutili studi e la sua bravura a scuola.

Un quadro ambientale vivissimo, una storia a suo modo avvincente. Ma, secondo me, povera di sintesi, prolissa, estenuante per il lettore che non ama il dettaglio eccessivo, la ripetitività ossessiva.

Il seguito c’è ed è nei volumi successivi della Ferrante “Storia del nuovo cognome “ e “Storia della bambina perduta” – se non erro. Avrò il coraggio di leggerli? Forse sì, forse no. La mia impressione è che, se dedico tutto questo tempo alla Ferrante, rubo spazio di lettura ad altri autori, che ammiccano dalla mia scrivania e dal mio comodino.

Certo che Lena, Lila, Stefano Enzo, Nino e le loro famiglie sono entrate nel mio immaginario e nel mio cuore. Potenza della scrittura e della prosa della Ferrante, chiunque essa sia.

Amoproust, 22 marzo 2015

giovedì 19 marzo 2015

Paz Soldan -Rio fugitivo



Paz Soldan “Rio fugitivo”

Ho incontrato questo libro quasi per caso. Ho trovato e letto una recensione su un quotidiano, mi sono incuriosito, ho scaricato l’ebook da Internet sul mio tablet, l’ho letto.


Rio fugitivo non è un romanzo recente. Ma per l’Italia sì. Pubblicato nel 2015 da un editore non primario (Fazi). Esempio di come grandi scrittori possano essere trascurati e snobbati dalle grandi case editrici (con tutto il rispetto per Fazi che ritengo editore di qualità).


Rio fugitivo non è un libro facile. Ma intenso, profondo, in qualche modo tragico e sconvolgente.


Finge di essere un romanzo giallo: l’autore, la voce narrante Roberto, indaga a modo suo sulla morte del fratello, avvenuta in circostanze misteriose. Ma non è un romanzo giallo.


Definito anche un romanzo di formazione (non mi piace questa definizione) e un romanzo storico-politico (perché parla di una nazione e della sua gente – e questa mi piace di più). Ma è soprattutto un libro sull’immaginazione, sulla passione e sull’adolescenza e i suoi conflitti con i genitori, gli educatori, i preti. I veri protagonisti sono i ragazzi di Cochabamba (esiste davvero questa città sull'altipiano bolivano)  e tutto ciò che si muove attorno al loro mondo, il Don Bosco, la scuola dei salesiani. Sullo sfondo di una società malata, impazzita, con un’inflazione pari a quella della Germania di Weimar, i golpisti sempre dietro l’angolo e una sinistra rivoluzionaria parolaia ma velleitaria.  

Ragazzi che inseguono i loro sogni di sesso, amore, piacere, autonomia, successo con un mondo adulto che non solo non li capisce ma li deprime profondamente con le sue contraddizioni (il padre salesiano che se la fa con un’amante e che aspira alla Direzione del collegio). 

Paz Soldan è uno scrittore d’eccellenza, anche se umilmente dice di aspirare a essere il  Vargas Llosa boliviano. Il suo modello è infatti il peruviano premio Nobel. Rio fugitivo, pur nella sua diversità è una continua citazione di “La città e i cani”, ma non ne è affatto un’imitazione. E’ cosa diversa.  Soldán, come Vargas Llosa, come Gabriel Garcia Marquez, come Bolaño incarna il verbo più prezioso per la cultura letteraria sudamericana: raccontare la vita anche immaginando. Ricercare «chi siamo e anche chi siamo stati senza saperlo» come qualcuno ha scritto.


Trovo molto coinvolgente e fantastico l’epilogo, “quindici anni dopo”, dove i personaggi rivivono ormai adulti più o meno affermati, in una società diversa, rappacificata a suo modo. Nessuna soluzione al giallo. Ma una conclusione netta, definitiva: “È solo che il mondo è pieno di narratori pericolosi”.


Infatti “alcuni enigmi erano stati creati per persistere come tali, che non era salutare far venire tutto alla luce, rimanere senza segreti, la prevedibile soluzione dell’ultima pagina”.

La narrazione è la vita, la vita è l’essenza stessa della narrazione.

Amoproust, 19 marzo 2015.