domenica 28 giugno 2015

Almudena Grandes - Cuore di ghiaccio



Almudena Grandes   “Cuore di ghiaccio”

Ho iniziato questa lettura con una certa perplessità perché, come ho già detto per “Il cardellino” i romanzi monumentali mi spaventano. Un viaggio di più di 1000 pagine, una vera impresa. Ma mi è stato suggerito da una mia amica che so impegnata e intelligente, competente in campo editoriale. Infatti il tempo impiegato è molto, quasi tre settimane. 
Non solo per la monumentalità dell’opera, ma anche perché la scrittrice non aiuta il lettore, ma ingarbuglia un po’ le carte. I salti cronologici da un’epoca all’altra, dalla guerra civile spagnola, all’origine del tutto, alla guerra mondiale, ai giorni nostri con intermezzi vari sono frequenti. Il panorama cambia anche con l’introduzione di personaggi nuovi, imprevisti, ma poi fondamentali per costruire la storia.
Ma aiutiamo a capire: “Cuore di ghiaccio” è la storia intrecciata di due famiglie spagnole, sostanzialmente una ricca e vincente (legata ai falangisti e a Franco), l’altra perdente, in quanto per lungo tempo esule in Francia e legata ai repubblicani.
Le due famiglie si incontrano e si scontrano finché un amore imprevisto e imprevedibile, sbocciato tra un membro della prima, Alvaro,  e un’appartenente alla seconda, Raquel, sconvolge le carte, scopre segreti inconfessabili, apre il sipario del passato, entra come un boomerang nella vita della famiglia di Alvaro. Il tutto avviene un po’ per caso, un po’ per strategia dei protagonisti. L’acqua della vita normale che scorre quieta diventa un turbine, un uragano sconvolgente e tragico.

Il tono del libro è quello della tragedia greca, ubris e nemesis: il destino non perdona. La costruzione è barocca, estremamente ricca di dettagli, di episodi, di riflessioni introspettive profonde e, per lo più, angoscianti. Ci sono pagine bellissime e indimenticabili, soprattutto quelle dell’innamoramento di Alvaro per Raquel, del suo spaesamento, dell’ineluttabilità del sentimento quasi contro la sua volontà e la sua voglia di una vita tranquilla e ordinata. E pagine altrettanto belle sulla guerra civile spagnola, sulla guerra mondiale, i tradimenti, le scappatoie e soprattutto gli eroismi.

La scrittura della Grandes (l’autrice di “Le età di Lulù”) è di una corposità e  “grandiosità” uniche: elegante, fluida e eloquente. Però “Cuore di ghiaccio” non mi è piaciuto totalmente, un po’ per la mia innata ritrosia per le opere monumentali che mi sfiancano, un po’ per la struttura del romanzo, non semplice, non facile da seguire, talvolta costruito quasi apposta per disorientare il lettore, sorprenderlo.  Io penso sempre che più di 1000 pagine possono ridursi favorevolmente a 300/400 senza perdere nulla della storia, ma semplificando l’orgia di parole che la Grandes usa in modo strabiliante, grandioso, ma stancante. Una costruzione barocca, esagerata, dove manca il respiro al lettore che si aspetta una via d’uscita che non arriva mai. E poi i continui spostamenti cronologici dall’oggi al passato, a due tre passati diversi, a luoghi diversi, flash back e memorie… Tecnica efficace, ma un po’ disarmante. Chissà quanti hanno smesso, hanno lasciato...

Non ci sono solo pagine bellissime, ma anche figure, profili a tutto tondo di una spettacolarità monumentale: l’indiscusso coprotagonista della storia, il defunto Julio Carrion, che giganteggia con la sua amoralità ma anche con la sua dedizione totale alla famiglia, si direbbe un boss mafioso inconsapevole e crudele. La nonna di Alvaro, Teresa, pasionaria combattente “rossa” ingiustamente negata e rimossa. La bellissima Paloma, la mamma Angelica e Raquel, l’oggetto del desiderio e del “traviamento” di Alvaro, bellissima e seduttiva, a suo modo innocente e colpevole.

Ma ci sono anche pagine  e pagine di introspezione e di rimuginamento molto ripetitive, ossessive. Realismo o, appunto, involuzione psicologica? Rispetto la Grandes: penso che sia un suo stile, un suo modo di esprimersi un po’angoscioso, affannato, quasi a rappresentare dal vivo le emozioni dei protagonisti in tempo reale. Ne risulta un libro quasi senza sorriso e ironia, tutto sul filo della tragedia familiare, di due famiglie che si intrecciano per odiarsi e rovinarsi a vicenda.

Trovo poi un po’ irrealistica la figura di Raquel, non certo una mammoletta, una che pensava di fare il colpo del secolo e che cade vittima di un innamoramento imprevisto che la salva e la condanna. Più forte e drammatica la figura della voce narrante di Alvaro, più coerente, anche lui vittima di un imprevisto amore che rompe la sua vita tranquilla come l’acqua che scorre. E che lo porta a non capire più la sua famiglia, a rompere con loro, pur riconoscendo di amarli tutti.

Non mi è piaciuta la fine (le ultime duecento pagine) dove l’autrice svela tutta la trama del romanzo, copre le carenze del prima, illustra le vicende in chiaro. Questa modalità mi ha richiamato alla mente  le conclusioni delle commedie latine o delle filodrammatiche di una volta, dove il deus ex machina risolveva  tutti gli intrecci e le apparenti contraddizioni del testo.

In sintesi: un romanzo grandioso, bello ma ipertrofico, una costruzione babelica come un’altare o una scenografia seicentesca. Una scrittrice abilissima, che possiede la lingua e le sue infinite possibilità di modulazione. Se si ha il coraggio bisognerebbe rileggerlo per capirlo fino in fondo.

Ne consiglio la lettura solo a chi ha pazienza e coraggio di affrontare un viaggio impegnativo, viaggio che alla fine lascia un bilancio positivo, di arricchimento interiore e consapevolezza della drammaticità e imprevedibilità della vita.

Non è un romanzo d’evasione, non è una lettura facile.

Io preferisco scrittori più lineari, stili più semplici e diretti, toni meno retorici e ampollosi. Ma è solo il mio gusto personale.