domenica 20 novembre 2016

mario vargas llosa - crocevia

Mario Vargas Llosa – Crocevia

Un libro di Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura, merita sempre rispetto e attenzione. E’ un grande e ho sempre letto i suoi numerosi libri con piacere. Come dimenticare “La città  e i cani”  oppure “La casa verde”, “Avventure della ragazza cattiva”, “La festa del caprone” “L’eroe discreto” per citare solo quelli che ricordo a memoria? Impossibile. Una scrittura avvincente, una narrativa esaltante.

Quest’ultimo libro, invece, “Crocevia” mi ha deluso non poco. La scrittura mi è apparsa un po’ stanca, appannata (d'altronde l’autore, pur giovanile, ha ottant'anni)  e il contenuto, il racconto, articolato su piani diversi, non sempre coerenti fra di loro.

I piani sono l’erotismo, la drammatica situazione politica del Perù, una storia di corruzione e violenza.  

L’erotismo viene giocato con  passione, anche sfiorando la pornografia, data la leggerezza amorale dei protagonisti e la totale mancanza di pudore e ritrosia. Non è la descrizione cruda degli amplessi amorosi, prima solo lesbici, poi a triangolo, infine nella conclusione del libro con allusione a un quartetto, a sconcertare il lettore ma lo scenario drammatico e crudele dello sfondo sociale. I protagonisti vivono scissi in una paradossale schizofrenia personale: da una parte intenti a soddisfare le proprie pulsioni (soprattutto le donne), dall’altra minati dalla paura del terrorismo e del ricatto.

Il resto del racconto è giallo politico. Un tentativo di corruzione da parte di un giornalista viscido e ambiguo, Rolando Garro, al servizio del regime di Fujimori, dittatore del Perù negli anni ’90,  si trasforma in omicidio dello stesso da parte del regime (in quanto il giornalista ha agito contro le direttive del Doctor (il plenipotenziario della polizia politica segreta). Le indagini vengono sviate su un poveraccio semidemente, nemico acerrimo del giornalista. Ma il regime viene sconfitto in quanto la giornalista erede di Garro, la nana Retaquita, coraggiosamente si pone contro il Doctor, fingendo di assecondare le sue mire e procedendo poi a una denuncia pubblica, che mette fine alla dittatura.

Trama stupefacente. Viene il dubbio che la storia abbia un riscontro nella realtà, in quanto Vargas Llosa  è stato avversario politico di Fujimori, giapponese naturalizzato peruviano nelle elezioni del 1990. Mario Vargas Llosa fu sconfitto per pochi voti, in quanto la popolazione era atterrita dal suo programma di austerità e preferì il populista giapponese.  

Nel 1992, dice la storia, Fujimori trasformò il suo regime in sanguinosa dittatura fino al 2000. Anno in cui fu travolto da scandali e costretto a dimettersi e all’esilio in Giappone. Quindi la narrazione di “Crocevia” corrisponde cronologicamente agli eventi storici, la dittatura fu feroce e cadde per la corruzione e anche i continui assalti terroristici di Sendero Luminoso e dei Tupac Amaru. Ma la descrizione degli eventi come avviene in “Crocevia” appare debole e quasi ingenua, la giornalista nana ribelle, la denuncia su un giornale scandalistico e pornografico del regime, l’avvio alla magistratura delle registrazioni della corruzione.

Un giallo appunto, che può essere letto come tale, con divertimento anche. Ma non all’altezza dell’autore. Si sa come avviene: un autore noto  e stimato crea aspettative crescenti, il contrario delude. Se la firma non fosse quella di V.L. ma il testo fosse inserito in una collana di gialli, sarebbe più accettabile.

Voglio infine citare un particolare che mi ha colpito positivamente. A un certo punto della narrazione l’autore incrocia senza stacchi evidenti, nello stesso capitolo,  le tre narrazioni: la vicenda amorosa, il giallo politico, le sorti del poveraccio incolpato in una casa di riposo penitenziario. Si tratta di un’escamotage narrativo sconcertante ma che mi è piaciuto molto, ardito, avvincente.

La mano del grande artista colpisce sempre, anche solo per un particolare.

Grazie grande Mario. Non deludermi più.


Amoproust, 20 novembre 2016.

martedì 15 novembre 2016

Philip Roth – Pastorale Americana

Un libro di Philip Roth, il più grande scrittore americano vivente, premio Pulitzer. Il primo libro che lo ha reso famoso (1998). Confesso che lo prendo in mano solo ora per mia ignoranza, in seguito a due stimoli: una trasmissione televisiva dove Corrado Augias e Alessandro Baricco hanno lamentato che l’Accademia svedese abbia preferito assegnare il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan piuttosto che  a un grande scrittore come Roth; l’uscita recente nelle sale cinematografiche della trasposizione  filmica del romanzo a cura dell’attore  Mc Gregor, alla sua prima regia.

Non ho visto il film, ma mi dicono che sia molto bello. L’impresa era sicuramente ardua, quasi impossibile. Credo che la trasposizione filmica sia solo una “storia” non banale, ma appunto una storia che racconta il dramma dello Svedese Lou Levov  e della sua famiglia, prima e dopo (tre generazioni).

Il romanzo è talmente complesso e talmente ricco che credo appunto un’impresa quella di Mc Gregor: onesta e trasparente impresa, ma del tutto inadeguata a rendere il clima del romanzo. Perché dietro la storia dello Svedese c’è tutto il dramma dell’America e delle sue contraddizioni e del totale disfacimento e fallimento di quella società, del sogno americano così com’era stato concepito dai Padri fondatori. Dietro la storia della famiglia Levov si agitano la guerra nel Vietnam, il ribellismo giovanile e degli afroamericani, il lavoro in crisi, le delocalizzazioni, le città degradate  e distrutte dalle sommosse, lo snobismo degli intellettuali e l’inutile tentativo delle classi dominanti di far rientrare tutto questo in una normalità. Riflessione quanto mai attuale. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Philip Roth di ciò che sta succedendo in America, oggi.

Il titolo. Si riferisce al giorno del ringraziamento. Unico giorno dell’anno in cui, secondo Roth, l’America è unita attorno  a un immenso tacchino, simbolo della nazione, unico fulcro da tutti riconosciuto come un totem indiscusso.

Le parole di Roth:”…ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quanto tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana… una moratoria su ogni doglianza e risentimento. E’ la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore… in America diffidano uno dell’altro” per il rimanente dell’anno.

Un po’ come avviene forse da noi a Natale. Detto con la giusta ironia.

Per il resto dell’anno l’America è un abisso di divisioni, una babele di lingue, un arroccarsi di religioni diverse attorno ai propri simboli e alle proprie etnie, per cui i cattolici polacchi hanno la chiesa polacca e i cattolici irlandesi l’immancabile chiesa di Saint Patrick e via dicendo. Non parliamo poi delle divisioni di classe, quartieri residenziali, città intere per i ricchi con i loro riti e slum pazzeschi per i poveri. L’apartheid e la segregazione sono ancora una realtà e gli wasp anglosassoni non hanno alcuna intenzione di moderarla.

Lo Svedese è un tipico rappresentante degli ebrei americani, alto, bello, biondo, generoso (da qui il soprannome). Da giovane primeggia negli sport, ammirato da tutti, poi, vincendo le strenue assurde resistenze del padre Lou, sposa Dawn, irlandese di famiglia cattolica. L’idillio familiare dura a lungo. Lo Svedese insegue il sogno di una famiglia unita, ricca, di una vita pacifica e aliena  a drammi. Tutto sembra dargli ragione, la prosperità dell’azienda, la moglie che si dedica a un allevamento di bestiame quasi rinnegando il suo passato (miss New Jersey), la bellissima bambina nata da un’intesa sessuale perfetta. Lo Svedese eredita dal padre (che va in Florida come fanno gli americani benestanti a godersi la retraite) l’azienda di famiglia - fabbrica di guanti- che rilancia e apre succursali in altre parti del mondo. Lo Svedese cerca di rilanciarla in  tutti i modi, anche andando contro corrente.

Ma il destino è contro di lui nella figura della figlia Merry, prima incantevole bimba, poi balbuziente (quasi incurabile, sintomo della sua insoddisfazione), poi ribelle, poi aderente ai movimenti antiguerra e infine terrorista. Merry fa esplodere l’ufficio postale/emporio di Old Rimrock e si dà alla latitanza. Un morto, un terribile omicidio.

Da qui inizia la crisi dello Svedese e della famiglia. Seymour (questo il suo vero nome) con ostinazione, nella sua fede incrollabile nei valori americani, cerca di tamponarla, non vuole né rassegnarsi, né credervi. Ma Dawn impazzisce, conosce una lunga serie di ricoveri psichiatrici, poi si allontana da lui facendosi un amante. Il fratello di Seymour, Jerry, cardiochirurgo,  campione di divorzi (un’altra tipica mania americana, disgregatrice della famiglia) lo disprezza e non ne vuol sapere. I genitori anziani sono fermi sui loro sogni, nell’immagine della piccola Merry, incantevole bimba.

Lo Svedese riesce dopo lunghe traversie e subendo anche tentativi di seduzione da una folle amica di Merry, a ritrovarla: è diventata giaina, vive nella sporcizia, è ridotta  a uno scheletro, non mangia, abita in una sordida stanza nei pressi della ferrovia di Newark, stuprata e indifesa. E Seymour viene a sapere di altri tre omicidi commessi a sangue freddo dalla ragazza.

Nel suo rincorrere la verità (non diciamo tutto per non togliere il piacere di una lettura personale) lo Svedese vede frantumarsi tutto il mondo in cui aveva creduto, gli amici si rivelano falsi e ipocriti, la famiglia si sgretola, ognuno va per conto suo in cerca di un epilogo personale.

Il romanzo termina con un punto interrogativo: “ Ma cos’ha la loro vita che non ha? Cosa diavolo c’è di meno riprovevole della vita dei Levov?”

Rispondo: nulla e questa è la tragedia. Il male che cerchiamo di evitare ci rincorre e ci assedia.

La bellezza del romanzo è come Philip Roth racconta tutto questo. Non inseguendo supinamente la storia, ma rivivendola  nella testa dello Svedese in un andirivieni continuo tra passato, presente e ricordi e emozioni e nostalgie e ricostruzioni di dialoghi del passato. Pagine indimenticabili: si fa non poca fatica ad entrare nel flusso di memoria e di pensiero, ma in questo modo si vive la storia compartecipandola in una passionale convivenza che a poco a poco si fa anche storia personale.

Tutti di fronte alle calamità e alla nostra innocenza (presunta) possiamo chiederci:  “cosa ho fatto io per meritare questo tipo di vita e di sconfitta?” Non c’è risposta.

400 pagine che scorrono via e ci lasciano stupefatti e con la testa piena di interrogativi.

Non è questa infine la funzione della letteratura?

Amoproust, 13 novembre 2016