martedì 15 novembre 2016

Philip Roth – Pastorale Americana

Un libro di Philip Roth, il più grande scrittore americano vivente, premio Pulitzer. Il primo libro che lo ha reso famoso (1998). Confesso che lo prendo in mano solo ora per mia ignoranza, in seguito a due stimoli: una trasmissione televisiva dove Corrado Augias e Alessandro Baricco hanno lamentato che l’Accademia svedese abbia preferito assegnare il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan piuttosto che  a un grande scrittore come Roth; l’uscita recente nelle sale cinematografiche della trasposizione  filmica del romanzo a cura dell’attore  Mc Gregor, alla sua prima regia.

Non ho visto il film, ma mi dicono che sia molto bello. L’impresa era sicuramente ardua, quasi impossibile. Credo che la trasposizione filmica sia solo una “storia” non banale, ma appunto una storia che racconta il dramma dello Svedese Lou Levov  e della sua famiglia, prima e dopo (tre generazioni).

Il romanzo è talmente complesso e talmente ricco che credo appunto un’impresa quella di Mc Gregor: onesta e trasparente impresa, ma del tutto inadeguata a rendere il clima del romanzo. Perché dietro la storia dello Svedese c’è tutto il dramma dell’America e delle sue contraddizioni e del totale disfacimento e fallimento di quella società, del sogno americano così com’era stato concepito dai Padri fondatori. Dietro la storia della famiglia Levov si agitano la guerra nel Vietnam, il ribellismo giovanile e degli afroamericani, il lavoro in crisi, le delocalizzazioni, le città degradate  e distrutte dalle sommosse, lo snobismo degli intellettuali e l’inutile tentativo delle classi dominanti di far rientrare tutto questo in una normalità. Riflessione quanto mai attuale. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Philip Roth di ciò che sta succedendo in America, oggi.

Il titolo. Si riferisce al giorno del ringraziamento. Unico giorno dell’anno in cui, secondo Roth, l’America è unita attorno  a un immenso tacchino, simbolo della nazione, unico fulcro da tutti riconosciuto come un totem indiscusso.

Le parole di Roth:”…ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quanto tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana… una moratoria su ogni doglianza e risentimento. E’ la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore… in America diffidano uno dell’altro” per il rimanente dell’anno.

Un po’ come avviene forse da noi a Natale. Detto con la giusta ironia.

Per il resto dell’anno l’America è un abisso di divisioni, una babele di lingue, un arroccarsi di religioni diverse attorno ai propri simboli e alle proprie etnie, per cui i cattolici polacchi hanno la chiesa polacca e i cattolici irlandesi l’immancabile chiesa di Saint Patrick e via dicendo. Non parliamo poi delle divisioni di classe, quartieri residenziali, città intere per i ricchi con i loro riti e slum pazzeschi per i poveri. L’apartheid e la segregazione sono ancora una realtà e gli wasp anglosassoni non hanno alcuna intenzione di moderarla.

Lo Svedese è un tipico rappresentante degli ebrei americani, alto, bello, biondo, generoso (da qui il soprannome). Da giovane primeggia negli sport, ammirato da tutti, poi, vincendo le strenue assurde resistenze del padre Lou, sposa Dawn, irlandese di famiglia cattolica. L’idillio familiare dura a lungo. Lo Svedese insegue il sogno di una famiglia unita, ricca, di una vita pacifica e aliena  a drammi. Tutto sembra dargli ragione, la prosperità dell’azienda, la moglie che si dedica a un allevamento di bestiame quasi rinnegando il suo passato (miss New Jersey), la bellissima bambina nata da un’intesa sessuale perfetta. Lo Svedese eredita dal padre (che va in Florida come fanno gli americani benestanti a godersi la retraite) l’azienda di famiglia - fabbrica di guanti- che rilancia e apre succursali in altre parti del mondo. Lo Svedese cerca di rilanciarla in  tutti i modi, anche andando contro corrente.

Ma il destino è contro di lui nella figura della figlia Merry, prima incantevole bimba, poi balbuziente (quasi incurabile, sintomo della sua insoddisfazione), poi ribelle, poi aderente ai movimenti antiguerra e infine terrorista. Merry fa esplodere l’ufficio postale/emporio di Old Rimrock e si dà alla latitanza. Un morto, un terribile omicidio.

Da qui inizia la crisi dello Svedese e della famiglia. Seymour (questo il suo vero nome) con ostinazione, nella sua fede incrollabile nei valori americani, cerca di tamponarla, non vuole né rassegnarsi, né credervi. Ma Dawn impazzisce, conosce una lunga serie di ricoveri psichiatrici, poi si allontana da lui facendosi un amante. Il fratello di Seymour, Jerry, cardiochirurgo,  campione di divorzi (un’altra tipica mania americana, disgregatrice della famiglia) lo disprezza e non ne vuol sapere. I genitori anziani sono fermi sui loro sogni, nell’immagine della piccola Merry, incantevole bimba.

Lo Svedese riesce dopo lunghe traversie e subendo anche tentativi di seduzione da una folle amica di Merry, a ritrovarla: è diventata giaina, vive nella sporcizia, è ridotta  a uno scheletro, non mangia, abita in una sordida stanza nei pressi della ferrovia di Newark, stuprata e indifesa. E Seymour viene a sapere di altri tre omicidi commessi a sangue freddo dalla ragazza.

Nel suo rincorrere la verità (non diciamo tutto per non togliere il piacere di una lettura personale) lo Svedese vede frantumarsi tutto il mondo in cui aveva creduto, gli amici si rivelano falsi e ipocriti, la famiglia si sgretola, ognuno va per conto suo in cerca di un epilogo personale.

Il romanzo termina con un punto interrogativo: “ Ma cos’ha la loro vita che non ha? Cosa diavolo c’è di meno riprovevole della vita dei Levov?”

Rispondo: nulla e questa è la tragedia. Il male che cerchiamo di evitare ci rincorre e ci assedia.

La bellezza del romanzo è come Philip Roth racconta tutto questo. Non inseguendo supinamente la storia, ma rivivendola  nella testa dello Svedese in un andirivieni continuo tra passato, presente e ricordi e emozioni e nostalgie e ricostruzioni di dialoghi del passato. Pagine indimenticabili: si fa non poca fatica ad entrare nel flusso di memoria e di pensiero, ma in questo modo si vive la storia compartecipandola in una passionale convivenza che a poco a poco si fa anche storia personale.

Tutti di fronte alle calamità e alla nostra innocenza (presunta) possiamo chiederci:  “cosa ho fatto io per meritare questo tipo di vita e di sconfitta?” Non c’è risposta.

400 pagine che scorrono via e ci lasciano stupefatti e con la testa piena di interrogativi.

Non è questa infine la funzione della letteratura?

Amoproust, 13 novembre 2016





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