Paz
Soldan “Rio fugitivo”
Ho incontrato questo libro quasi
per caso. Ho trovato e letto una recensione su un quotidiano, mi sono
incuriosito, ho scaricato l’ebook da Internet sul mio tablet, l’ho letto.
Rio fugitivo non è un romanzo
recente. Ma per l’Italia sì. Pubblicato nel 2015 da un editore non primario
(Fazi). Esempio di come grandi scrittori possano essere trascurati e snobbati
dalle grandi case editrici (con tutto il rispetto per Fazi che ritengo editore
di qualità).
Rio fugitivo non è un libro facile. Ma intenso, profondo, in
qualche modo tragico e sconvolgente.
Finge di essere un romanzo giallo:
l’autore, la voce narrante Roberto, indaga a modo suo sulla morte del fratello,
avvenuta in circostanze misteriose. Ma non è un romanzo giallo.
Definito anche un romanzo di
formazione (non mi piace questa definizione) e un romanzo storico-politico
(perché parla di una nazione e della sua gente – e questa mi piace di più). Ma
è soprattutto un libro sull’immaginazione, sulla passione e sull’adolescenza e
i suoi conflitti con i genitori, gli educatori, i preti. I veri protagonisti
sono i ragazzi di Cochabamba (esiste davvero questa città sull'altipiano bolivano) e tutto ciò che si muove attorno al loro mondo, il
Don Bosco, la scuola dei salesiani. Sullo sfondo di una società malata,
impazzita, con un’inflazione pari a quella della Germania di Weimar, i
golpisti sempre dietro l’angolo e una sinistra rivoluzionaria parolaia ma velleitaria.
Ragazzi
che inseguono i loro sogni di sesso, amore, piacere, autonomia, successo con un mondo
adulto che non solo non li capisce ma li deprime profondamente con le sue
contraddizioni (il padre salesiano che se la fa con un’amante e che aspira alla
Direzione del collegio).
Paz Soldan è uno scrittore d’eccellenza, anche se
umilmente dice di aspirare a essere il
Vargas Llosa boliviano. Il suo modello è infatti il peruviano premio
Nobel. Rio fugitivo, pur nella sua diversità è una continua citazione di “La
città e i cani”, ma non ne è affatto un’imitazione. E’ cosa diversa. Soldán, come Vargas Llosa, come Gabriel
Garcia Marquez, come Bolaño incarna
il verbo più prezioso per la cultura letteraria sudamericana: raccontare la
vita anche immaginando. Ricercare «chi siamo e anche chi siamo stati senza
saperlo» come qualcuno ha scritto.
Trovo molto coinvolgente e
fantastico l’epilogo, “quindici anni dopo”, dove i personaggi rivivono ormai
adulti più o meno affermati, in una società diversa, rappacificata a suo modo.
Nessuna soluzione al giallo. Ma una conclusione netta, definitiva: “È solo che
il mondo è pieno di narratori pericolosi”.
Infatti “alcuni enigmi erano stati
creati per persistere come tali, che non era salutare far venire tutto alla
luce, rimanere senza segreti, la prevedibile soluzione dell’ultima pagina”.
La narrazione è la vita, la vita è l’essenza stessa della narrazione.
Amoproust, 19 marzo 2015.
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