giovedì 19 marzo 2015

Paz Soldan -Rio fugitivo



Paz Soldan “Rio fugitivo”

Ho incontrato questo libro quasi per caso. Ho trovato e letto una recensione su un quotidiano, mi sono incuriosito, ho scaricato l’ebook da Internet sul mio tablet, l’ho letto.


Rio fugitivo non è un romanzo recente. Ma per l’Italia sì. Pubblicato nel 2015 da un editore non primario (Fazi). Esempio di come grandi scrittori possano essere trascurati e snobbati dalle grandi case editrici (con tutto il rispetto per Fazi che ritengo editore di qualità).


Rio fugitivo non è un libro facile. Ma intenso, profondo, in qualche modo tragico e sconvolgente.


Finge di essere un romanzo giallo: l’autore, la voce narrante Roberto, indaga a modo suo sulla morte del fratello, avvenuta in circostanze misteriose. Ma non è un romanzo giallo.


Definito anche un romanzo di formazione (non mi piace questa definizione) e un romanzo storico-politico (perché parla di una nazione e della sua gente – e questa mi piace di più). Ma è soprattutto un libro sull’immaginazione, sulla passione e sull’adolescenza e i suoi conflitti con i genitori, gli educatori, i preti. I veri protagonisti sono i ragazzi di Cochabamba (esiste davvero questa città sull'altipiano bolivano)  e tutto ciò che si muove attorno al loro mondo, il Don Bosco, la scuola dei salesiani. Sullo sfondo di una società malata, impazzita, con un’inflazione pari a quella della Germania di Weimar, i golpisti sempre dietro l’angolo e una sinistra rivoluzionaria parolaia ma velleitaria.  

Ragazzi che inseguono i loro sogni di sesso, amore, piacere, autonomia, successo con un mondo adulto che non solo non li capisce ma li deprime profondamente con le sue contraddizioni (il padre salesiano che se la fa con un’amante e che aspira alla Direzione del collegio). 

Paz Soldan è uno scrittore d’eccellenza, anche se umilmente dice di aspirare a essere il  Vargas Llosa boliviano. Il suo modello è infatti il peruviano premio Nobel. Rio fugitivo, pur nella sua diversità è una continua citazione di “La città e i cani”, ma non ne è affatto un’imitazione. E’ cosa diversa.  Soldán, come Vargas Llosa, come Gabriel Garcia Marquez, come Bolaño incarna il verbo più prezioso per la cultura letteraria sudamericana: raccontare la vita anche immaginando. Ricercare «chi siamo e anche chi siamo stati senza saperlo» come qualcuno ha scritto.


Trovo molto coinvolgente e fantastico l’epilogo, “quindici anni dopo”, dove i personaggi rivivono ormai adulti più o meno affermati, in una società diversa, rappacificata a suo modo. Nessuna soluzione al giallo. Ma una conclusione netta, definitiva: “È solo che il mondo è pieno di narratori pericolosi”.


Infatti “alcuni enigmi erano stati creati per persistere come tali, che non era salutare far venire tutto alla luce, rimanere senza segreti, la prevedibile soluzione dell’ultima pagina”.

La narrazione è la vita, la vita è l’essenza stessa della narrazione.

Amoproust, 19 marzo 2015.



Nessun commento:

Posta un commento