Simonetta Agnello Hornby – Caffè amaro
Simonetta
Agnello è una scrittrice di origine siciliana e di famiglia aristocratica i cui
romanzi ho sempre apprezzato. “La mennulara” “La zia marchesa” “La monaca” mi
hanno fatto conoscere il volto e la pancia della Sicilia profonda, della sua
cultura antropologica, così come “XX settembre” mi ha fatto conoscere l’autrice
nella sua autobiografia giovanile e “Vento scomposto” il suo lavoro in
Inghilterra come Presidente dello Special educational Needs and disability nelle
cause minorili. Un’autrice ricca di conoscenze e di vita, animata dal desiderio
di mostrare l’amore per la sua terra e il disagio per i molteplici problemi che
l’affliggono.
Il romanzo “Caffè
amaro” cui si riferisce questa nota è una delle sue ultime opere.
Il nucleo fondamentale
narrativo è la storia complessa e tribolata di un matrimonio tra la giovanissima
Maria Marra, quindicenne figlia del socialista Ignazio e Pietro, rampollo della
famiglia Sala, potente e di fama e di patrimonio.
La famiglia Sala possiede
terre e palazzi, nonché miniere di zolfo da cui il minerale veniva esportato in
tutto il mondo, con sacrificio disumano dei minatori e dei “carusi”. Maria è
concupita un giorno da Pietro che la osserva in giardino mentre lavora a un
ricamo e la chiede immediatamente in sposa. Non è possibile dire di no a un “potente”
del genere e Ignazio Marra acconsente come acconsente Maria, docile e aliena a
colpi di testa. Il matrimonio inizialmente sembra andare nel migliore dei modi.
Pietro è dolcissimo e innamorato, riempie la sposa di regali, la conduce nel “mondo”
e in giro per l’Europa. Ma Pietro è in realtà un gaudente, vizioso, giocatore e
frequentatore di bordelli, per cui sperpera fortune. Il suocero di Maria, padre
di Pietro, conscio del pericolo, affida l’amministrazione del patrimonio alla
nuora che viene istruita in tal senso dai vari professionisti che frequentano
la casa, nella gelosia generale delle sorelle
e dei nipoti di Pietro. Maria è conscia di tutto questo e alleva i due
figli, Anna e Vito, nel migliore dei modi. Ma nel suo intimo è infelice e
presto cede alla corte di Giosuè, una specie di fratellastro cresciuto nella
casa paterna e con il quale esisteva da tempo una corrispondenza e un’intimità
represse, mascherate, destinate ad esplodere nella maturità dei due, quando
Maria rimane sempre più sola e Giosuè diventa un militare e poi un politico di
grande rilievo.
Questo lo
scheletro della trama che riassumo così e non mi dilungo oltre per non togliere
al lettore il piacere della scoperta. Il
romanzo ha i suoi pregi, ma, purtroppo, in questo caso, il mio parere è che non
sia all’altezza narrativa ed evocativa dei romanzi primigeni
di Simonetta.
Lo stile
anzitutto. La complessità delle famiglie e dei personaggi e dello sfondo
storico (che va dall’unità d’Italia fino alla fine della seconda guerra
mondiale) porta l’autrice all’adozione di un ritmo proprio della cronaca e del diario, o, se vogliamo, del report giornalistico, nello sforzo di tutto illustrare e tutto esplicitare. I personaggi sono un’infinità
e l’autrice segue le traversie di tutti, spesso passando da uno all’altro per
non perdere il filo delle diverse storie.
A questo
stile un po’ pedantesco e alla fine noioso (il lettore non si sente sempre
coinvolto, ma solo “istruito”, messo al corrente, come uno scolaro dalla
maestra) si aggiunge una debole costruzione
psicologica dei personaggi principali, la dolce e tenera Maria e il suo amante
Giosuè. Quest’ultimo soprattutto, di nascita ebrea, prima entusiasta frequentatore dell’Accademia
militare di Modena, poi carrierista politico fino a diventare gerarca fascista,
infine ricercato politico che si nasconde nei conventi e nei monasteri sotto
abiti talari diversi per incontrare segretamente la sua amante che gli si concede
e poi si sottrae, in un’altalena infinita fino al lieto fine, non so quanto scontato,
ma certamente sdolcinato e un po’ melenso.
Il rapporto
erotico tra i due è curioso e dà vita a travolgenti scene di sesso, che, secondo
il mio parere, stonano con lo scenario del libro e calano nel grottesco quando,
per esempio, Giosuè aspetta nudo Maria nel retropalco della Scala in occasione
della rappresentazione del Mefistofele, sfuggendo al suo ruolo nel palco reale,
spinto da una passione morbosa e incontenibile. Anche se le scene di amore sono le uniche, quasi, in cui emergono e si tramettono emozioni.
Infine il
quadro storico, del tutto corretto, ma invadente e pervasivo come una
scenografia prevalente sulla narrazione, dalla presa di Porta Pia, all’impresa
di Libia, alle guerre mondiali, alla tragedia del fascismo, ai bombardamenti su
Palermo, alla persecuzione delle leggi razziali. Maria attraversa tutto questo
quadro in punta di piedi, non ne risente se non minimamente, ciò che conta per
lei è il suo amante e le sue lettere che arrivano col contagocce. L’episodio
della visita di Maria alla zolfatara principale dei Sala è significativo. Maria
vede tutto l’orrore dello sfruttamento e della deformazione dei corpi dei
minatori e dei carusi, inorridisce scandalizzata, ma non fa nulla, non chiede
nulla, si piega alla logica dei padroni di cui lei rappresenta l’amministrazione. Non c'è la ribellione, non c'è l'urlo del raccapriccio e della colpevole accettazione.
Così è
Maria: succube, docile, schiava, remissiva, sempre in attesa, sempre attenta alle “cose” familiari, centrata unicamente
sui “suoi” sentimenti. Una figura di
donna esile e sconcertante, d’altri tempi.
Tutto ciò
non toglie al romanzo una sua forza evocativa. E’ la visione del mondo dalla
parte dei privilegiati, dei potenti cui Maria appartiene (possiamo dire “suo
malgrado”?) e che la storia sfiora soltanto, non intacca con il vero dolore e
la vera sofferenza.
Amoproust, 3
giugno 2016
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