martedì 4 agosto 2015

Sebastiano Vassalli



Vassalli Sebastiano – Terre selvagge


Non mi piacciono le commemorazioni, quelle soprattutto dove il morto è sempre – per diritto di decesso – il migliore, il più buono, l’eccellente. Quando capiterà a me state zitti, per favore. Meglio un buon silenzio che parole avventate e, si sa, bugiarde.

Sebastiano Vassalli era un uomo rude, anche un po’ antipatico, alieno a socializzazioni celebrative, che, non a  caso, aveva scelto di vivere in una cascina nelle risaie novaresi (così si dice). Avrebbe potuto tranquillamente vivere nel centro di Novara, osannato e riverito per strada, come si conviene a un grande scrittore che ha fatto della sua opera una specie di monumento al territorio novarese, così anonimo e poco conosciuto anche in Italia. Lui parlava di “investigazione letteraria delle radici e dei segni di un passato che illumini l’inquietudine del presente e ricostruisca il carattere nazionale degli italiani.”

I suoi libri sono questo e altro. “Terre selvagge” è l’ultimo dei libri di Vassalli che ho letto (quando ne vedevo uno in vetrina non resistevo all’acquisto) e non è, secondo me, all’altezza dei suoi capolavori, indiscutibilmente “La chimera” e “Marco e Mattio”. 
Ma “Terre selvagge” rappresenta molto bene la ricerca delle radici del Piemonte, nello scontro tra i romani di Mario e di Silla contro le invasioni dei Cimbri e dei Teutoni, che venivano  a minare la faticosa convivenza ottenuta con gli asserviti Galli della pianura. “Terre selvagge” è quasi un diario di guerra ma anche un romanzo storico di ampio respiro che focalizza un evento quasi dimenticato – un nome sui libri di storia – la battaglia dei campi Raudii, evento fondamentale per la salvezza di Roma nell’epoca preimperiale. Terre selvagge sono le terre incolte, per lo più pietraie tra la valle del Ticino e quella del Sesia fin giù alle anse del Po.  E, sullo sfondo il monte di pietra, il Rosa così chiamato non per l’omaggio a un colore ma perché ricco di ghiacciai (dal latino rosia e da termini patois consimili come rouja), un gigante bianco, un baluardo sulla pianura visibilissimo nelle giornate terse da ogni punto si guardi a Nordovest. Una vera ossessione quella di Vassalli per il gigante bianco e per la gente delle sue valli che ritroviamo frequentemente nei suoi romanzi.


Però se devo consigliare un lettore curioso ma all’oscuro di Vassalli, gli suggerirei la lettura de “La chimera” la storia della strega Antonia e della barbarie di tempi secenteschi. Oppure la parabola (stavolta ben lontana dalla terre novaresi) di Marco e Mattio. Quante scoperte mi ha fatto fare questo romanzo, in tempi altrettanto selvaggi! Un ciabattino - Mattio - condannato a una specie di cattività forzata a causa della sua malattia, e Marco, il violento che ha nel cuore la certezza che egli redimerà chiunque. Una trama in cui la natura e la favola stendono le loro mani in un contesto di povertà e arretratezza (siamo nel 700) che sta per passare le consegne ai primi venti del nuovo secolo. Sfondo e dettaglio in una alternanza di pagine che sono anche storia, crudeltà, rivolta e dolore. E una lucidità descrittiva che sa dosare prosa e poesia come in un duo che va da solo verso il suo approdo riuscito. E' il Vassalli più bello, almeno per me quello dal respiro più ampio, più soffertamente sincero. I vinti al centro della vita, i diseredati, i pazzi, i fratelli degli angeli e dei sogni. Non avrei mosso mezzo muso se fosse giunto il Nobel alla sua opera. (da una recensione di un lettore Cristiano Cant – recensione bellissima).


Vassalli se ne è andato e con lui anche la speranza del Nobel. Ma le sue opere vivono come l’antonelliana casa Bossi, in eterna attesa di restauro, da lui definita nel suo romanzo “Cuore di pietra”.


Amoproust 4 agosto 2015


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