Vassalli
Sebastiano – Terre selvagge
Non mi piacciono le commemorazioni,
quelle soprattutto dove il morto è sempre – per diritto di decesso – il
migliore, il più buono, l’eccellente. Quando capiterà a me state zitti, per favore. Meglio un buon silenzio che parole avventate e, si sa, bugiarde.
Sebastiano Vassalli era un uomo rude,
anche un po’ antipatico, alieno a socializzazioni celebrative, che, non a caso, aveva scelto di vivere in una cascina
nelle risaie novaresi (così si dice). Avrebbe potuto tranquillamente vivere nel
centro di Novara, osannato e riverito per strada, come si conviene a un grande
scrittore che ha fatto della sua opera una specie di monumento al territorio
novarese, così anonimo e poco conosciuto anche in Italia. Lui parlava di “investigazione
letteraria delle radici e dei segni di un passato che illumini l’inquietudine
del presente e ricostruisca il carattere nazionale degli italiani.”
I suoi libri sono questo e altro. “Terre
selvagge” è l’ultimo dei libri di Vassalli che ho letto (quando ne vedevo uno
in vetrina non resistevo all’acquisto) e non è, secondo me, all’altezza dei
suoi capolavori, indiscutibilmente “La chimera” e “Marco e Mattio”.
Ma “Terre
selvagge” rappresenta molto bene la ricerca delle radici del Piemonte, nello
scontro tra i romani di Mario e di Silla contro le invasioni dei Cimbri e dei
Teutoni, che venivano a minare la
faticosa convivenza ottenuta con gli asserviti Galli della pianura. “Terre
selvagge” è quasi un diario di guerra ma anche un romanzo storico di ampio
respiro che focalizza un evento quasi dimenticato – un nome sui libri di storia
– la battaglia dei campi Raudii, evento fondamentale per la salvezza di Roma
nell’epoca preimperiale. Terre selvagge sono le terre incolte, per lo più
pietraie tra la valle del Ticino e quella del Sesia fin giù alle anse del Po. E, sullo sfondo il monte di pietra, il Rosa
così chiamato non per l’omaggio a un colore ma perché ricco di ghiacciai (dal
latino rosia e da termini patois consimili come rouja), un gigante bianco, un
baluardo sulla pianura visibilissimo nelle giornate terse da ogni punto si guardi
a Nordovest. Una vera ossessione quella di Vassalli per il gigante bianco e per
la gente delle sue valli che ritroviamo frequentemente nei suoi romanzi.
Però se devo consigliare un lettore
curioso ma all’oscuro di Vassalli, gli suggerirei la lettura de “La chimera” la
storia della strega Antonia e della barbarie di tempi secenteschi. Oppure la
parabola (stavolta ben lontana dalla terre novaresi) di Marco e Mattio. Quante
scoperte mi ha fatto fare questo romanzo, in tempi altrettanto selvaggi! Un ciabattino - Mattio - condannato a una specie di
cattività forzata a causa della sua malattia, e Marco, il violento che ha nel
cuore la certezza che egli redimerà chiunque. Una trama in cui la natura e la favola stendono le loro mani in un
contesto di povertà e arretratezza (siamo nel 700) che sta per passare le
consegne ai primi venti del nuovo secolo. Sfondo e dettaglio in una alternanza
di pagine che sono anche storia, crudeltà, rivolta e dolore. E una lucidità
descrittiva che sa dosare prosa e poesia come in un duo che va da solo verso il
suo approdo riuscito. E' il Vassalli più bello, almeno per me quello dal
respiro più ampio, più soffertamente sincero. I vinti al centro della vita, i
diseredati, i pazzi, i fratelli degli angeli e dei sogni. Non avrei mosso mezzo
muso se fosse giunto il Nobel alla sua opera. (da una recensione di un
lettore Cristiano Cant – recensione bellissima).
Vassalli se ne è andato e con lui
anche la speranza del Nobel. Ma le sue opere vivono come l’antonelliana casa
Bossi, in eterna attesa di restauro, da lui definita nel suo romanzo “Cuore di
pietra”.
Amoproust 4
agosto 2015
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