De
Roberto – I Viceré
Mi sono
accinto a leggere questo libro con una certa cautela e sospetto. Pubblicato nel
1894 appartiene alla letteratura del secolo XIX, segue Manzoni e precede “Il
Gattopardo” che tutti riteniamo per eccellenza il libro che meglio ha disegnato
l’occupazione piemontese del Regno delle
Due Sicilie. Ricordo anche che, nel mio libro di letteratura italiana, al
liceo, De Roberto aveva non più di una riga, un autore secondario. Quindi mi
aspettavo un romanzo vecchio, datato, grondante retorica e pudori
ottocenteschi.
Con
sorpresa niente di tutto questo. “I Viceré” è un grandioso affresco del
passaggio dal regno Borbonico al regno d’Italia, visto dalla parte dei vinti,
degli sconfitti. Che tali tanto non sono, per la loro capacità “tutta
gattopardesca” ante litteram di trasformismi, mimetizzazioni, capovolgimenti di
fronte. Guidati solo da due bussole: il mantenimento del potere e il denaro, il
possesso dei beni, dei feudi, della terra.
La storia è
quella della famiglia dei principi Francalanza Uzeda di Catania, una volta
Viceré dei Borboni in Sicilia. Famiglia patriarcale ricchissima di feudi e
poderi. Si comincia con la morte della Principessa capostipite con la conseguente
divisione dei beni per la successione tra i figli, nipoti e parenti vari.
Emergono così figure a tutto tondo di grande spessore. Il figlio Raimondo
prediletto che però ama vivere a Firenze
e intende sposare una non-pari. Il maggiore Giacomo destinato a essere principe
ma che sente sfuggirgli il potere per l’impertinenza dei parenti, una volta
morta l’autorità della principessa. Il monaco Benedettino Don Blasco, figlio
cadetto destinato al convento com’era costume ma tutt’altro che dedito a opere
di fede. Corrotto, prepotente, bestemmiatore, con ben tre ganze fuori dalle
mura e antiliberale e reazionario per natura. E’ una figura che giganteggia dalla
prime pagine del libro fino alla sua morte, emblema della corruzione dei tempi
e figura chiave della lotta tra conservatori e liberali sia fuori che dentro le
mura del convento. E via via altre figure eccentriche, la zia Ferdinanda,
zitellona autoritaria e antiquata, le sorelle Lucrezia e Chiara, e i figli del
principe Consalvo e Teresa. E le figure folli del cavaliere Eugenio e dello zio
Ferdinando, rappresentanti di quel pizzico di follia presente nella casata
degli Uzeda. Sullo sfondo l’impresa garibaldina, la proclamazione del regno d’Italia,
la veloce conversione di alcuni membri della famiglia al nuovo regno. Tra
questi il duca che eletto nel collegio di Catania, tesse le sue trame a Torino
per far arrivare nell’isola progetti di modernizzazione, investimenti e
mantenere così il potere della famiglia degli Uzeda.
Un romanzo
caratterizzato certo da una lingua ottocentesca ma straordinariamente moderno
per i contenuti e lo stile narrativo avvincente che seduce il lettore e lo
tiene incollato alla pagina.
De Roberto
meritava di più. Certamente nei contenuti scolastici meritava spazio se non
quanto il Manzoni molto più di un Ippolito Nievo, almeno quanto Verga e Capuana. Verista e talvolta crudo ha scritto
pagine indimenticabili. Ricordo tra
queste le pagine dedicate all’epidemia di colera, all’aborto di Chiara (con la
conservazione del feto mostruoso in un’ampolla), alla morte di Don Blasco e del
principe, alla conversione laica di Consalvo.
“I Viceré”
ha conosciuto popolarità con lo sceneggiato televisivo di qualche anno fa. Ma
la visione in salsa popolare non è la lettura dell’opera. Chi non lo ha fatto
lo faccia. Conoscerà un capolavoro misconosciuto.
Amoproust,
5 maggio 2016
Chiedo scusa dei miei lettori del lungo silenzio,
dovuto a motivi di salute. Altri libri ho letto durante la malattia. Vedrò di
recuperarne la critica.
Nessun commento:
Posta un commento