giovedì 5 maggio 2016

De Roberto - I Viceré



De Roberto – I Viceré


Mi sono accinto a leggere questo libro con una certa cautela e sospetto. Pubblicato nel 1894 appartiene alla letteratura del secolo XIX, segue Manzoni e precede “Il Gattopardo” che tutti riteniamo per eccellenza il libro che meglio ha disegnato l’occupazione piemontese  del Regno delle Due Sicilie. Ricordo anche che, nel mio libro di letteratura italiana, al liceo, De Roberto aveva non più di una riga, un autore secondario. Quindi mi aspettavo un romanzo vecchio, datato, grondante retorica e pudori ottocenteschi.

Con sorpresa niente di tutto questo. “I Viceré” è un grandioso affresco del passaggio dal regno Borbonico al regno d’Italia, visto dalla parte dei vinti, degli sconfitti. Che tali tanto non sono, per la loro capacità “tutta gattopardesca” ante litteram di trasformismi, mimetizzazioni, capovolgimenti di fronte. Guidati solo da due bussole: il mantenimento del potere e il denaro, il possesso dei beni, dei feudi, della terra.

La storia è quella della famiglia dei principi Francalanza Uzeda di Catania, una volta Viceré dei Borboni in Sicilia. Famiglia patriarcale ricchissima di feudi e poderi. Si comincia con la morte della Principessa capostipite con la conseguente divisione dei beni per la successione tra i figli, nipoti e parenti vari. Emergono così figure a tutto tondo di grande spessore. Il figlio Raimondo prediletto che però ama vivere  a Firenze e intende sposare una non-pari. Il maggiore Giacomo destinato a essere principe ma che sente sfuggirgli il potere per l’impertinenza dei parenti, una volta morta l’autorità della principessa. Il monaco Benedettino Don Blasco, figlio cadetto destinato al convento com’era costume ma tutt’altro che dedito a opere di fede. Corrotto, prepotente, bestemmiatore, con ben tre ganze fuori dalle mura e antiliberale e reazionario per natura. E’ una figura che giganteggia dalla prime pagine del libro fino alla sua morte, emblema della corruzione dei tempi e figura chiave della lotta tra conservatori e liberali sia fuori che dentro le mura del convento. E via via altre figure eccentriche, la zia Ferdinanda, zitellona autoritaria e antiquata, le sorelle Lucrezia e Chiara, e i figli del principe Consalvo e Teresa. E le figure folli del cavaliere Eugenio e dello zio Ferdinando, rappresentanti di quel pizzico di follia presente nella casata degli Uzeda. Sullo sfondo l’impresa garibaldina, la proclamazione del regno d’Italia, la veloce conversione di alcuni membri della famiglia al nuovo regno. Tra questi il duca che eletto nel collegio di Catania, tesse le sue trame a Torino per far arrivare nell’isola progetti di modernizzazione, investimenti e mantenere così il potere della famiglia degli Uzeda.

Un romanzo caratterizzato certo da una lingua ottocentesca ma straordinariamente moderno per i contenuti e lo stile narrativo avvincente che seduce il lettore e lo tiene incollato alla pagina.

De Roberto meritava di più. Certamente nei contenuti scolastici meritava spazio se non quanto il Manzoni molto più di un Ippolito Nievo, almeno quanto Verga e  Capuana. Verista e talvolta crudo ha scritto pagine   indimenticabili. Ricordo tra queste le pagine dedicate all’epidemia di colera, all’aborto di Chiara (con la conservazione del feto mostruoso in un’ampolla), alla morte di Don Blasco e del principe, alla conversione laica di Consalvo.

“I Viceré” ha conosciuto popolarità con lo sceneggiato televisivo di qualche anno fa. Ma la visione in salsa popolare non è la lettura dell’opera. Chi non lo ha fatto lo faccia. Conoscerà un capolavoro misconosciuto.


Amoproust, 5 maggio 2016      



Chiedo scusa dei miei lettori del lungo silenzio, dovuto a motivi di salute. Altri libri ho letto durante la malattia. Vedrò di recuperarne la critica.

Nessun commento:

Posta un commento