Elisabeth
Strout – Amy e Isabelle
Ho conosciuto questa stupenda
interprete e descrittrice della società americana, non la società brillante ed
evoluta di New York o Boston, ma della profonda provincia anonima con tutti i
suoi vizi e poche virtù, leggendo Olive Kitteridge. E sono arrivato a Olive Kitteridge
vedendo in TV la trasposizione del romanzo in due bellissime puntate nella
meravigliosa interpretazione della McDormand.
Quasi sconosciuta in Italia,
pubblicata da un editore minore, non tra i primari, Fazi, la Strout può essere
messa a confronto con la Munroe, vincitrice del premio Nobel.
In Isabelle e Amy quello della
Strout è un mondo tutto al femminile, donne per lo più umili, frustrate e vinte (si direbbe con Verga) ma ricche di
vita e di sentimenti che si portano dentro e riflettono all’esterno con una insolita
vigoria. Donne – maschi perché su di loro si regge la vita e la fatica di
tutto. I personaggi maschili sono figure secondarie, per lo più modeste e
talvolta miserabili se non abbiette nella loro viltà. Irresponsabili delle loro
azioni, vili e subdole fino alla vigliaccheria. Seduttori e sfruttatori, si
servono di queste donne come di vittime sacrificali e non se ne pentono.
Isabelle è giunta nel paese dove
vive, Shirley Falls dalla città, quasi cercando un rifugio perché “bastarda” e
madre di una figlia generata fuori dal matrimonio. Le due donne vivono in una
profonda simbiosi in questa cittadina dove una fabbrica dà lavoro a tutti. Il
racconto descrive Shirley Falls come un inferno desolato in un’estate rovente
senza respiro. Un fiume sporco e maleodorante la attraversa, l’afa opprime
uomini e animali senza tregua e questa atmosfera rende molto bene il clima
relazionale fatto di scontri, odi, invidie
e gelosie. Nella fabbrica e anche nella scuola dove Amy si inserisce.
L’episodio centrale è la seduzione
con cui un supplente, Robertson, circuisce la giovane Amy non ancora maggiorenne e la illude di un eterno
amore impossibile e del tutto illusorio. Intanto approfitta di lei e del suo corpo adolescenziale. Amy cade nella rete e non smette di
illudersi anche quando Robertson abbandona la cittadina e non risponde alle sue
lettere. Intanto la tresca è scoperta proprio dal principale di Isabelle (di
cui la stessa è innamorata) e nasce lo scandalo nonostante che la cittadina sia
una vera discarica di passioni indebite e di relazioni illegittime.
L’andamento altalenante delle
passioni e dei sentimenti tra le diverse figure del romanzo è la trama su cui
la Strout costruisce la storia, in un grigiore assoluto, in un’alternarsi di formalismi
e piccole realtà provinciali: è il trionfo dello squallore assoluto.
Solo che da questa palude le donne
si salvano in una rete di solidarietà e di riconoscimento della loro diversità,
nell’accettazione del dolore che le perseguita e nell’adesione al compito di
amare, comunque e sempre, soprattutto i bambini, frutto del loro ventre e del
loro desiderio.
Un mondo di sole donne, che
potrebbe vivere felice se non ci fossero di mezzo quei maledetti fuchi di cui
si prendono, nonostante tutto, cura e che, (meraviglia!) continuano a desiderare.
Donne il cui carattere e la cui personalità
la Strout descrive a tinte forti con un
linguaggio diretto, immediato, avvincente. Un libro che mi ha rapito dalla
prima all’ultima pagina, certamente non allegro, non divertente, una striglia
diretta svegliare le coscienze, a infrangere tabù, a dissipare ipocrisie tenaci a morire.
Con Olive Kitteridge e Amy e
Isabelle la Strout giganteggia a livello di Nobel.
Amoproust, 5 marzo 2016
Della Strout sono consigliabili
anche I ragazzi Burgess, Resta con me, oltre
il già citato Olive Kitteridge.
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