Alain-Fournier - Il grande Meaulnes
La profonda provincia francese alla
fine del secolo diciannovesimo: campagna, natura, ruralità intatta e borghi
isolati. Una scuola enorme in una fattoria, diretta da una coppia di cui
l’autore si professa figlio e scolaro. Scuola e convitto. Si fanno lezioni, si
mangia e si dorme spartanamente, nel freddo e nel buio dell’inverno.
In questo edificio-pensionato
piomba, un giorno, un ragazzotto grande e grosso, di nome Augustin Meaulnes,
subito definito il grande Meaulnes. E’ diverso, è un alieno che subito spezza
la monotonia di quella scuola con le sue stravaganze, porta scompiglio, divide
gli animi. L’autore parteggia per lui, lo trova divertente e nasce una ferrea
amicizia.
Un giorno Augustin ne inventa una “mondiale”: in concorrenza con gli
addetti stabiliti dal maestro per andare a prelevare alla stazione i nonni in
arrivo, Augustin si impadronisce di una cavalla e di una carretta della
fattoria vicina e parte per la stazione “precedente” per fare il servizio e una
beffa ai compagni. Ma gli va male: si perde e la sua carretta con la cavalla
vengono ritrovati persi nella campagna.
Questo l’incipit del libro in
questione.
Ma il grande Meaulnes torna inaspettatamente e racconta al suo amico
(l’autore) mesto e invidioso, la sua avventura fantastica e inimmaginabile. E’
arrivato in un castello (borgo - feudo - domaine
in francese) dove si sta svolgendo una festa di nozze favolosa: danze,
giocolieri, maschere, giochi… Ma la sposa fugge inspiegabilmente e tutto si
spegne. Nel frattempo Augustin incontra una fanciulla bellissima, di cui si
innamora e di cui perde le tracce. Ma d’ora in poi avrà un solo obbiettivo:
ritrovare la misteriosa donzella e portarla via con sé.
Un secondo incipit - sembra (il
primo è solo la cornice) - che dà il là a tutto il libro di Fournier: la
ricerca della felicità, l’illusione di averla a portata di mano e poi la
dilazione, l’imprevisto e l’irruzione della realtà che si rivela tutt'altro che
una festa luminosa e frizzante. La realtà opaca, deludente, carica di ansia e
“fastidi”. Meaulnes non ci sta, non si rassegna e riparte in cerca d’altro, di
una nuova felicità. L’autore sembra guardarlo sconsolato e a sua volta deluso:
la felicità non può racchiudersi solo nell’attesa e sbriciolarsi tra le mani quando sembra compiuta.
Questo il significato simbolico del
libro che ha senso solo se letto in questa dimensione: favola, mito, avventura
eroica e metafora della vita. Non rivelo altro per non togliere all’aspirante
lettore il piacere della scoperta del seguito e della fine. Non a caso Fournier
(morto tragicamente in guerra a 27 anni) è ritenuto appartenente alla scuola
simbolista. Non so se dirmi d’accordo con questa definizione (tutte le definizioni
creano schemi imperfetti) ma posso solo testimoniare la mia impressione.
Il
libro di Fournier non regge sul piano della realtà soprattutto se considerato
come libro di formazione. Meaulnes rappresenta l’immaturità dell’adolescenza
che insegue il sogno e quando questo si infrange di fronte all’irruzione
spietata della realtà non si rassegna, non
matura, non converte il suo atteggiamento e vuol continuare a essere un
adulto-adolescente. Ce ne sono tanti nel mondo di oggi e fanno danno. A sé e
agli altri.
Questo non significa affatto che il
libro non sia bello. Anzi il contrasto tra la parte “sognante” e il discorso
realistico è avvincente, fa riflettere come riflette l’autore. Belle sono le
atmosfere, i paesaggi della natura incorrotta, la vita rurale, gli interni
desolati. Il libro è quasi intriso dall’umidità della campagna e dal gelo,
dalla mancanza di luce nelle ore notturne, dal carattere spigoloso dei
personaggi.
Ho letto il libro in italiano e in
una traduzione che valuto malfatta, frettolosa (mi perdoni il traduttore). Ho –
conoscendo un poco la lingua – letto a confronto pagine originali, traendone
l’impressione che la lingua francese è “sostanziale” nel libro di Fournier.
Quindi, se potete, leggetelo in francese.
La mia preferenza va alla storia
reale, alla seconda parte del libro. Lì c’è la vita vera, dove le passioni e le
intemperanze dell’adolescenza vengono messe alla prova e si vede dove sta la
vittoria e la sconfitta.
Ma, di fronte a un libro avventuroso e favoloso come “Il
grande Meaulnes”, mi pare che ciascuno sia libero di avere un approccio
personale, ritenerlo un capolavoro (come si sostiene da più parti) o semplicemente un libro degno di stare in ogni rispettabile
biblioteca. Come succede per "Il piccolo principe" o "Pinocchio" o ancora "Peter Pan"e "Alice nel paese delle meraviglie".
Amoproust, 5 marzo 2017
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