domenica 5 marzo 2017

Il grande Meaulnes

Alain-Fournier - Il grande Meaulnes

La profonda provincia francese alla fine del secolo diciannovesimo: campagna, natura, ruralità intatta e borghi isolati. Una scuola enorme in una fattoria, diretta da una coppia di cui l’autore si professa figlio e scolaro. Scuola e convitto. Si fanno lezioni, si mangia e si dorme spartanamente, nel freddo e nel buio dell’inverno.

In questo edificio-pensionato piomba, un giorno, un ragazzotto grande e grosso, di nome Augustin Meaulnes, subito definito il grande Meaulnes. E’ diverso, è un alieno che subito spezza la monotonia di quella scuola con le sue stravaganze, porta scompiglio, divide gli animi. L’autore parteggia per lui, lo trova divertente e nasce una ferrea amicizia. 

Un giorno Augustin ne inventa una “mondiale”: in concorrenza con gli addetti stabiliti dal maestro per andare a prelevare alla stazione i nonni in arrivo, Augustin si impadronisce di una cavalla e di una carretta della fattoria vicina e parte per la stazione “precedente” per fare il servizio e una beffa ai compagni. Ma gli va male: si perde e la sua carretta con la cavalla vengono ritrovati persi nella campagna.

Questo l’incipit del libro in questione. 

Ma il grande Meaulnes torna inaspettatamente e racconta al suo amico (l’autore) mesto e invidioso, la sua avventura fantastica e inimmaginabile. E’ arrivato in un castello (borgo - feudo - domaine in francese) dove si sta svolgendo una festa di nozze favolosa: danze, giocolieri, maschere, giochi… Ma la sposa fugge inspiegabilmente e tutto si spegne. Nel frattempo Augustin incontra una fanciulla bellissima, di cui si innamora e di cui perde le tracce. Ma d’ora in poi avrà un solo obbiettivo: ritrovare la misteriosa donzella e portarla via con sé.

Un secondo incipit - sembra (il primo è solo la cornice) - che dà il là a tutto il libro di Fournier: la ricerca della felicità, l’illusione di averla a portata di mano e poi la dilazione, l’imprevisto e l’irruzione della realtà che si rivela tutt'altro che una festa luminosa e frizzante. La realtà opaca, deludente, carica di ansia e “fastidi”. Meaulnes non ci sta, non si rassegna e riparte in cerca d’altro, di una nuova felicità. L’autore sembra guardarlo sconsolato e a sua volta deluso: la felicità non può racchiudersi solo nell’attesa e sbriciolarsi  tra le mani quando sembra compiuta.

Questo il significato simbolico del libro che ha senso solo se letto in questa dimensione: favola, mito, avventura eroica e metafora della vita. Non rivelo altro per non togliere all’aspirante lettore il piacere della scoperta del seguito e della fine. Non a caso Fournier (morto tragicamente in guerra a 27 anni) è ritenuto appartenente alla scuola simbolista. Non so se dirmi d’accordo con questa definizione (tutte le definizioni creano schemi imperfetti) ma posso solo testimoniare la mia impressione. 

Il libro di Fournier non regge sul piano della realtà soprattutto se considerato come libro di formazione. Meaulnes rappresenta l’immaturità dell’adolescenza che insegue il sogno e quando questo si infrange di fronte all’irruzione spietata della realtà non si rassegna, non  matura, non converte il suo atteggiamento e vuol continuare a essere un adulto-adolescente. Ce ne sono tanti nel mondo di oggi e fanno danno. A sé e agli altri.

Questo non significa affatto che il libro non sia bello. Anzi il contrasto tra la parte “sognante” e il discorso realistico è avvincente, fa riflettere come riflette l’autore. Belle sono le atmosfere, i paesaggi della natura incorrotta, la vita rurale, gli interni desolati. Il libro è quasi intriso dall’umidità della campagna e dal gelo, dalla mancanza di luce nelle ore notturne, dal carattere spigoloso dei personaggi.

Ho letto il libro in italiano e in una traduzione che valuto malfatta, frettolosa (mi perdoni il traduttore). Ho – conoscendo un poco la lingua – letto a confronto pagine originali, traendone l’impressione che la lingua francese è “sostanziale” nel libro di Fournier. Quindi, se potete, leggetelo in francese.

La mia preferenza va alla storia reale, alla seconda parte del libro. Lì c’è la vita vera, dove le passioni e le intemperanze dell’adolescenza vengono messe alla prova e si vede dove sta la vittoria e la sconfitta.

Ma, di fronte  a un libro avventuroso e favoloso come “Il grande Meaulnes”, mi pare che ciascuno sia libero di avere un approccio personale, ritenerlo un capolavoro (come si sostiene da più parti)  o semplicemente un  libro degno di stare in ogni rispettabile biblioteca. Come succede per "Il piccolo principe" o "Pinocchio" o ancora "Peter Pan"e "Alice nel paese delle meraviglie".


Amoproust, 5 marzo 2017

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