domenica 12 marzo 2017

Elisabeth Strout - Mi chiamo Lucy Barton

Una camera d’ospedale la cui finestra mostra, sullo sfondo, il grattacielo Crysler a New York con le sue luci intermittenti. Una ricoverata per analisi (la cui durata sembra eterna) che riceve la visita, inaspettata, della madre, che si ferma al suo capezzale per giorni. Senza mai riposare veramente, senza mai staccarsi dalla sua “Bestiolina”. Questo l’affettuoso nomignolo usato. La cosa strana è che madre  e figlia non si vedono da anni e, dopo, si vedranno ancora di meno.

E’ un diario intimo quest’ultimo libro della Strout che ho trovato diversissimo dagli altri, dai “ragazzi Burgess” all’indimenticabile capolavoro “ Olive Kitteridge”. 

Un diario che rivela, ma senza mai calcare la mano, un retroterra familiare devastato da sentimenti contrastanti, lontananze inspiegabili, incomunicabilità e freddezza. Indubbiamente dietro la figura della protagonista Lucy, c’è l’autrice, c’è il suo dramma personale. La solitudine di chi ha abbandonato tutto per seguire la sua personale vocazione, che vale più di ogni altra cosa. Più dei genitori, dei fratelli, del marito.

E’ commovente questo diario, anche se non è facile da seguire, costruito com’è da frammenti, da flash e ricordi improvvisi, da scoperte repentine e illuminazioni. Il racconto della mamma ai piedi del letto si dipana per cinque lunghi giorni e permette all’autrice di ricostruire un passato, doloroso e amaro, popolato da figure dolenti, costellato da soprusi familiari e episodi sepolti nell’oblio.

Nel letto d’ospedale Lucy è solo una donna disperata che trova nelle cure di un medico gentile e affettuoso la forza per tirare avanti. Più tardi è una scrittrice di successo, sola ma che ora ha un mezzo per parlare della sua vita e anche degli altri: la parola scritta. Mai per condannare o giudicare ma per comprendere e amare, se possibile. La comunicazione scritta sostituisce l’afasia precedente e costruisce una storia, quella appunto di Lucy Barton.

Un libro triste e dolente ma che ha il merito di rivalutare la “parola” come mezzo per costruire ponti e valicare e superare incomprensioni epocali.

Amoproust, 12 marzo 2017


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