Elisabeth Strout - Mi chiamo Lucy Barton
Una camera d’ospedale la cui
finestra mostra, sullo sfondo, il grattacielo Crysler a New York con le sue luci intermittenti. Una ricoverata
per analisi (la cui durata sembra eterna) che riceve la visita, inaspettata,
della madre, che si ferma al suo capezzale per giorni. Senza mai riposare veramente,
senza mai staccarsi dalla sua “Bestiolina”. Questo l’affettuoso nomignolo
usato. La cosa strana è che madre e
figlia non si vedono da anni e, dopo, si vedranno ancora di meno.
E’ un diario intimo quest’ultimo
libro della Strout che ho trovato diversissimo dagli altri, dai “ragazzi
Burgess” all’indimenticabile capolavoro “ Olive Kitteridge”.
Un diario che
rivela, ma senza mai calcare la mano, un retroterra familiare devastato da
sentimenti contrastanti, lontananze inspiegabili, incomunicabilità e freddezza.
Indubbiamente dietro la figura della protagonista Lucy, c’è l’autrice, c’è il suo
dramma personale. La solitudine di chi ha abbandonato tutto per seguire la sua
personale vocazione, che vale più di ogni altra cosa. Più dei genitori, dei
fratelli, del marito.
E’ commovente questo diario, anche se
non è facile da seguire, costruito com’è da frammenti, da flash e ricordi
improvvisi, da scoperte repentine e illuminazioni. Il racconto della mamma ai
piedi del letto si dipana per cinque lunghi giorni e permette all’autrice di
ricostruire un passato, doloroso e amaro, popolato da figure dolenti, costellato
da soprusi familiari e episodi sepolti nell’oblio.
Nel letto d’ospedale Lucy è solo
una donna disperata che trova nelle cure di un medico gentile e affettuoso la
forza per tirare avanti. Più tardi è una scrittrice di successo, sola ma che
ora ha un mezzo per parlare della sua vita e anche degli altri: la parola
scritta. Mai per condannare o giudicare ma per comprendere e amare, se
possibile. La comunicazione scritta sostituisce l’afasia precedente e costruisce
una storia, quella appunto di Lucy Barton.
Un libro triste e dolente ma che ha
il merito di rivalutare la “parola” come mezzo per costruire ponti e valicare e
superare incomprensioni epocali.
Amoproust, 12 marzo 2017
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