Jonathan Safran Foer – Ogni cosa è illuminata
Alla fine di questo non romanzo sono rimasto sbalordito e instupidito. Non so cosa
dire. E' innovativo, frastornante, allucinante. All’inizio, dopo i primi due capitoli, sono stato tentato di gettare la
spugna. “No – mi sono detto – non è da me” e ho proseguito con tanta fatica,
con attrazione crescente (una droga) e altrettanta repulsione letteraria, figlia,
evidentemente, della mia formazione – diciamo così – classica: “il buono e bello scrivere”.
L’attrazione è dovuta sia alla curiosità di
vedere lo sbocco di una storia assolutamente complicata e intrecciata, sia
anche all’innovazione e sperimentazione narrativa. La repulsione invece nei confronti della
totale destrutturazione del bel linguaggio letterario e dell’adozione di
diverse modalità di scrittura (con la complicazione della traduzione in italiano
che non so fino a che punto rispecchi le intenzioni dell’autore). Una scrittura
che è a volte lucidissima e perfetta (indicandoci la bravura di Foer), a volte
volutamente storpia e infantile (a indicare il linguaggio di un ucraino che non
conosce l’inglese). Il tutto condito con l’irruzione di poesie, di canti, di
pezzi teatrali, di sfasamenti cronologici e di salti nel buio. Mi è sembrato
che il modello fosse a tratti l’Ulisse di Joyce, a tratti il richiamo di Bukowski
o di Fante. Forse solo sperimentazione pura, autonoma, creativa e irriverente
da una parte, dall’altra sberleffo alla classicità del bello scrivere, coerente,
rispettoso e “devoto”.
Quindi userò molta prudenza nel gridare al “genio” come ha fatto
qualcuno, forse troppo frettolosamente, anche per la semplicissima ragione per
cui, se tutti cominciassero a scrivere così, l’innovazione tramonterebbe e i
lettori diminuirebbero spaventosamente. Perché un genio è anche colui che
rispetta il lettore e lo tiene incollato alla pagina, lo affascina. Invece il
brillante giovane Foer sembra non tenere in nessun conto il lettore e le sue
esigenze, scrive inseguendo il suo istinto narcisistico che lo porta a ardite fabulazioni, a frequenti coprolalie,
a assurdità allo stesso tempo geniali e orripilanti. Gioca e balla per se stesso, quasi davanti a uno specchio.
Di per sé la trama, ridotta allo scheletro è
semplicissima. Ma tutta da scoprire durante la lettura. Una scombinata compagnia di ucraini, un nonno fintamente cieco,
la guida Alex, il cane Sammy Davis junior junior, puzzolente e “scoreggione”,
recuperano l’ebreo americano Jonathan (l’autore stesso) in una stazione
sperduta del paese e lo accompagnano in auto alla ricerca di una certa Augustin, che
avrebbe salvato il nonno dell’autore dalla furia nazista. L’unica traccia è una
sbiadita fotografia in cui si vede
Augustin e il nonno. La meta è Trachimbrod, un villaggio ebreo ormai
inesistente, distrutto dai nazisti durante la guerra e la cui storia (a partire
dal 1700) è oggetto di frequenti incursioni dell’autore, incursioni fiabesche e
ironiche, cervellotiche, tragiche e umoristiche.
Un bel potpourri, non c’è che
dire. Non dirò l’esito della storia, per non privare, come al solito, il
candidato volenteroso lettore del piacere della scoperta. Dirò solo che anch’io
mi riprometto una seconda lettura più attenta e profonda per “capire” tutto. Non subito, non reggerei.
Più avanti.
Una recente classifica di un quotidiano ha inserito “Ogni cosa è
illuminata” nei dieci libri da salvare del nostro incipiente secolo. Accanto a
Carrère, Strout, Bolano, Richler e altri. Insomma unico sperimentalista accanto
a classici collaudati. Forse per rilanciarlo, visto che ce ne stavamo
dimenticando dopo l’esordio del 2002. Ci andrei un po’ cauto.
Cosa mi è piaciuto di più in Foer? Dovrei leggere qualche altro suo
libro, per confermare il mio cauto giudizio. Alcuni pezzi deliziosamente teneri
(p.e. il rapporto di Yankel con la bimba Brod salvata come Mosè dalle
acque del fiume), l’amore quando visto
nella sua dimensione affettiva e profonda, la descrizione (bellissima e
onomatopeica) della distruzione e della strage operata dei nazisti, alcuni
effetti umoristici e ironici.
Cosa mi fa dubitare del suo genio? L’insieme appunto, il risultato del
tutto che non è pura narrazione, ma invenzione, favola, scherno, storia,
memoria, tragedia e nonsense. Foer esce
dai canoni del romanzo, costruisce un mondo a sé. Come Balla che dipinge la
dama con il cagnolino in movimento o i futuristi che esaurivano la loro spinta
creativa in onomatopee senza fine. Nessuno li ha più replicati.
Consigliato solo a chi ama la stravaganza e la sperimentazione, la goliardia e l'irrazionale. Si godrà la lettura.
Amoproust, 28 gennaio 2017
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