venerdì 21 aprile 2017

Nel guscio - Ian McEwan

Ian McEwan  - Nel guscio

Questo libro si regge su una finzione paradossale: un feto in attesa di essere partorito parla, comunica con l’esterno attraverso il corpo e le sensazioni della madre, previve, attende la sua nascita come un evento sperato e temuto allo stesso tempo. E’ “nel guscio” ma, come dice l’immagine in copertina, spia il mondo esterno e lo commenta. E’ un mondo terribile e pericoloso dove di invitante c’è solo l’autonomia e la fine della dipendenza da un cordone ombelicale che gli comunica “tutto” di sua madre che ama e odia allo stesso tempo.

Il feto parla come un adulto superevoluto e supercolto. E’ di fatto la controfigura dell’autore che vive se stesso in attesa di una nuova nascita. L’evento più temuto e paradossale è la fine dell’amore tra la madre e il padre e la scelta della madre di un nuovo compagno nella figura molesta e irritante del fratello di lui, suo zio, lo zio Claude. Terribile: negli incontri sessuali dei due il feto sente pulsare il membro di Claude presso la sua testa ormai rivolta verso la cervice uterina: lo odia ma non può farci nulla, lui è in balia di Trudy, la fedifraga. La bellissima madre i cui istinti sono incomprensibili al feto. Il padre viene a trovarli regolarmente ma la madre lo allontana per darsi al suo amante in modo irresponsabile. 

I due tramano (il feto lo intuisce) un delitto. Vogliono liberarsi dell’ingombrante padre John Cairncross per l’eredità, il suntuoso e decadente palazzo londinese in cui la madre vive. Il futuro dell’infante? L’abbandono, l’adozione, il brefotrofio. Il feto vive questo destino come un lucido incubo.

Il progetto di omicidio progredisce e diviene realtà. Lo si fa apparire un suicidio, lontano da casa, nell’auto. Ma, come potevasi prevedere qualcosa va storto, la polizia sospetta e indaga…

Questi gli eventi, che come solitamente uso fare, non concludo: lascio ai lettori futuri la sorpresa del finale. Ma il libro, questo libro di McEwan, non è nella trama, nell’azione. L’escamotage da cui prende forma è la natura stessa del libro, la sua ragion d’essere: le sensazioni, la ansie, i timori, le speranze di chi “deve nascere” e non ha alcuna possibilità di determinare il luogo, il tempo e soprattutto il mondo in cui nascere, esistere. E’ un terribile “come se” la vita cominciasse e prendesse  forma prima della vita, attirandoci fuori dalla pacifica angustia calda e rassicurante dell’utero materno ma facendoci prevedere dolori e massacri, abbandoni e  tradimenti. Chi vorrebbe mai nascere in un dilemma così?

La scrittura di McEwan è, in questo caso, aggrovigliata e colta, a volte un po’ barocca. Qua e là qualche spunto ironico, qualche concessione a un erotismo vicino alla pornografia, una distanza allucinata e fredda dal dramma che sovrasta tutti i protagonisti.

Ho letto questo libro con interesse ma la sua natura mi ha contagiato. Sono rimasto freddo e distaccato, assai poco coinvolto, a volte incredulo. Forse è bene che sia così.


Amoproust, 22 aprile 2017.

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