Ian McEwan - Nel guscio
Questo libro si regge su una finzione
paradossale: un feto in attesa di essere partorito parla, comunica con l’esterno
attraverso il corpo e le sensazioni della madre, previve, attende la sua
nascita come un evento sperato e temuto allo stesso tempo. E’ “nel guscio” ma,
come dice l’immagine in copertina, spia il mondo esterno e lo commenta. E’ un
mondo terribile e pericoloso dove di invitante c’è solo l’autonomia e la fine
della dipendenza da un cordone ombelicale che gli comunica “tutto” di sua madre
che ama e odia allo stesso tempo.
Il feto parla come un adulto
superevoluto e supercolto. E’ di fatto la controfigura dell’autore che vive se
stesso in attesa di una nuova nascita. L’evento più temuto e paradossale è la
fine dell’amore tra la madre e il padre e la scelta della madre di un nuovo
compagno nella figura molesta e irritante del fratello di lui, suo zio, lo zio Claude.
Terribile: negli incontri sessuali dei due il feto sente pulsare il membro di
Claude presso la sua testa ormai rivolta verso la cervice uterina: lo odia ma non
può farci nulla, lui è in balia di Trudy, la fedifraga. La bellissima madre i
cui istinti sono incomprensibili al feto. Il padre viene a trovarli
regolarmente ma la madre lo allontana per darsi al suo amante in modo
irresponsabile.
I due tramano (il feto lo intuisce) un delitto. Vogliono
liberarsi dell’ingombrante padre John Cairncross per l’eredità, il suntuoso e
decadente palazzo londinese in cui la madre vive. Il futuro dell’infante? L’abbandono,
l’adozione, il brefotrofio. Il feto vive questo destino come un lucido incubo.
Il progetto di omicidio progredisce
e diviene realtà. Lo si fa apparire un suicidio, lontano da casa, nell’auto.
Ma, come potevasi prevedere qualcosa va storto, la polizia sospetta e indaga…
Questi gli eventi, che come solitamente
uso fare, non concludo: lascio ai lettori futuri la sorpresa del finale. Ma il
libro, questo libro di McEwan, non è nella trama, nell’azione. L’escamotage da
cui prende forma è la natura stessa del libro, la sua ragion d’essere: le
sensazioni, la ansie, i timori, le speranze di chi “deve nascere” e non ha
alcuna possibilità di determinare il luogo, il tempo e soprattutto il mondo in
cui nascere, esistere. E’ un terribile “come se” la vita cominciasse e prendesse forma prima della vita, attirandoci fuori
dalla pacifica angustia calda e rassicurante dell’utero materno ma facendoci
prevedere dolori e massacri, abbandoni e
tradimenti. Chi vorrebbe mai nascere in un dilemma così?
La scrittura di McEwan è, in questo
caso, aggrovigliata e colta, a volte un po’ barocca. Qua e là qualche spunto
ironico, qualche concessione a un erotismo vicino alla pornografia, una
distanza allucinata e fredda dal dramma che sovrasta tutti i protagonisti.
Ho letto questo libro con interesse
ma la sua natura mi ha contagiato. Sono rimasto freddo e distaccato, assai poco
coinvolto, a volte incredulo. Forse è bene che sia così.
Amoproust, 22 aprile 2017.
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