Vargas Llosa – Conversazione nella “Catedral”
I libri di Vargas Llosa mi
attraggono ancor prima di aprirli e solitamente non me ne sono mai pentito. E’
uno scrittore di una grandezza che lo rende pari solo a Garcia Marquez o a Borges, per rimanere nel
territorio sudamericano.
Ma questo “Conversazione nella
Catedral” che ho preso in mano solo per completare la conoscenza dell’autore
nella sua epoca d’oro (gli anni ’60) è un pezzo forte, un vero capolavoro. Pari a “La città e i cani” o a “La casa verde”.
Chiariamo subito un equivoco
normale per chi non è peruviano: la Catedral non è un suntuoso duomo cattolico,
ma una bettola di periferia, frequentata da ubriaconi, camionisti e
puttane.
Il protagonista Santiago,
editorialista de “La Cronica” - designato suo malgrado a parlare nei suoi articoli della
rabbia che ha contagiato i cani di Lima - inseguendo il cagnolino della sua amata
Ana, caduto in mano agli accalappiacani abusivi che imperversano per prendere
il “sol” di retribuzione - finisce in un canile dove incontra Ambrosio, un nero
una volta autista di suo padre Fermin.
Il riconoscimento reciproco, la
liberazione di Batuquito (il cagnolino), la voglia di sapere cosa è successo ad
ambedue, li porta appunto a bere birra nella Catedral dove inizia un dialogo
che copre anni di vita reciproca. Vita individuale, familiare e politica, vite
di infiniti personaggi che si intrecciano e popolano come fantasmi il loro
dialogo. “Conversazione nella Catedral” è un romanzo di dialoghi, serrati,
concitati, sovrapposti sullo sfondo di un paese dilaniato dalla dittatura di
Odria e dall’avidità cinica di personaggi degni della più cupa tragedia shakespeariana.
Santiago è figlio di un notabile
imprenditore legato al regime odriista, un uomo affabile,
nascostamente omosessuale nonostante i
tre figli e la sua posizione sociale. Santiago rifiuta la tutela paterna e il
denaro che avrebbe potuto garantirgli una vita più che agiata per seguire
l’università San Marcos, dove si unisce alla contestazione studentesca e ai
movimenti anarco-comunisti, sfidando pericolosamente il potere. Così la sua
diventa una vita randagia, tenuto d’occhio e perseguitato dalla polizia a capo
della quale sta Don Cayo Benitez, un vero squadrista rotto a ogni soperchieria.
Le storie di questi personaggi, di
Ambrosio e del suo amore per Amalia, delle prostitute di don Cayo, del bel
mondo limeno corrotto e succube alla dittatura, della famiglia di Fermin
Zavala, si intrecciano nel libro senza alcun rispetto per i piani temporali e
la linearità del racconto. I livelli narrativi si sovrappongono, si inseguono
spesso nello stesso capitolo, nella stessa pagina. E’ la caratteristica strutturale
di questo romanzo, caratteristica che lo rende affascinante anche se impervio
da leggere. Sullo sfondo la dittatura, i movimenti popolari repressi e la
decadenza del regime.
Qualcuno ha definito questo scritto
un romanzo politico. Non sono d’accordo. Politico è lo scenario cupo del regime odriista, ma è appunto uno scenario. L’interesse dell’autore non è per la
vicenda politica, ma per i personaggi che vi sono immersi nel bene e nel male. Personaggi a tutto tondo nella
loro miseria morale o nella loro appassionata storia d’amore contrastato e
nelle loro selvagge passioni.
Conversazione nella Catedral è un
romanzo unico dalla costruzione articolata e travolgente. Le inquadrature
sceniche si inseguono in successione martellante. L’attenzione è catturata, il
lettore è trascinato dentro le varie vicende come in un gorgo limaccioso.
Grande Vargas Llosa, premio Nobel
non per caso.
Amoproust, 9 aprile 2017
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