domenica 29 ottobre 2017

Paolo Cognetti - Le otto montagne

Cognetti Paolo – Le otto montagne

Vincitore del premio Strega, una lettura d’obbligo.

Quando ho letto l’incipit “Mio padre aveva il suo modo di andare…” mi sono bloccato: “Mio Dio, un’altra autobiografia! E’ un’epidemia!” 

Vero, ma probabilmente c’è autobio e autobio, c'è l'autobiografia autentica e quella usata solo per scrivere in prima persona che è bello, più emozionante, identificatorio. E questa è una di quelle buone, non pedisseque, profondamente sentite. Non è occasione per l’autore per incensare se stesso, né per semplicemente descrivere la sua famiglia (cosa inevitabile) ma per analizzare a fondo il rapporto con un padre autoritario e impositivo. Rapporto che si è tradotto in una passione magica per la montagna, per le altitudini, per le solitudini severe delle vette.

Questa passione contagia lui, Pietro, ragazzo nato in città e lì sempre vissuto, ma coinvolge anche la madre che, dopo un’attenta ricerca affitta una casa a Grana, un paese quasi abbandonato e diruto nel comprensorio delle Alpi del Monte Rosa, in una valle scoscesa e oscura dove scorre un torrente a cascate e rapide, giù verso la pianura. In questo paese non abita quasi nessuno e, per Pietro, preadolescente affamato di amicizie estive, è quasi fatale conoscere e frequentare un ragazzetto rustico e quasi selvaggio, pastorello e, poi, dietro le orme del padre, muratore e “faccio un po’ di tutto” per sbarcare il lunario. Si chiama Bruno, è un ragazzo abile e inquieto, ma sensibile per cui la famiglia quasi lo adotta, lo fa studiare fino alla terza media, grazie alla mamma di Pietro, lavoratrice nei servizi sociali.

L’amicizia tra Pietro e Bruno si sviluppa nei mesi estivi, quando la famiglia raggiunge Grana per le vacanze  e il padre si ferma solo per le sue ferie. Ovviamente ferie condotte nel segno della ricerca di nuove vie su per la montagna, nuovi alpeggi  e nuove vette su per il Grenon, da dove ammirare lo spettacolo del prospiciente Monte Rosa. A poco a poco avviene una “trasmigrazione” di ruolo, dal padre  a Bruno che conosce quelle montagne e quegli alpeggi come le sue tasche. D’estate uno zio di Bruno pascola una mandria su in alto in un alpeggio dove anche Bruno si ferma  a lavorare.

In questo modo la conoscenza della montagna si fa sempre più profonda per Pietro anche se a intervalli lunghi per la frequenza della scuola.

Poi improvvisamente il padre muore per un infarto in autostrada e la madre non interrompe la vita a Grana. Il padre ha lasciato un’eredità misteriosa e inaspettata per Pietro: una casetta, un rudere in  alto dopo gli alpeggi. Pietro riesce a rintracciarla grazie a Bruno che conosce il territorio palmo a palmo. E’ veramente un mucchio di sassi sotto un dirupo roccioso cui appare appoggiato. Un nome: barma drola (roccia strana). Bruno e Pietro non hanno dubbi: approfittando dell’abilità muraria di Bruno restaureranno la casetta con nuovi materiali e ne faranno una loro base, un punto di appoggio. Con lunghe giornate di lavoro e l’aiuto di un mulo per il trasporto dei materiali su è giù per il sentiero l’opera è terminata con soddisfazione. Rimarrà aperta come rifugio per i montanari in nome del padre.

Questa la traccia del libro di cui non rivelo il finale e molti dettagli importanti ai fini della comprensione anche del titolo: le otto montagne.

“Le otto montagne” è un romanzo di formazione: la montagna è un modo di vivere l’esistenza: un modo insegnato rudemente dal padre e modellato dall’amicizia, vera, profonda, ineguagliabile tra i due “ragazzi”, sempre più simili tra loro, nonostante la distanza delle origini  che li separa, distanza  annullata dalla passione e dalla ricerca dell’assoluto.

Dopo il romanzo di La Gioia che non è riuscito a smuovere le corde del mio animo e la monumentale opera di Albinati che ho apprezzato ma che mi ha anche esaurito, estenuato, il premio Strega sembra, con questa edizione 2017, aver trovato un giusto equilibrio: uno scrittore semplice e piano, una capacità di emozionare senza strafare, una lingua perfetta, uno scenario incantevole.

Bravo Cognetti. Premio meritato.


Amoproust, 30 ottobre 2017

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