lunedì 16 ottobre 2017

Educazione di una donna di Elisabeth Percer

Elisabeth Percer – Educazione di una donna

Circa un mese fa ho ricevuto un plico, un “piego libro”, molto malmesso e stazzonato, stracciato tanto da far pensare  a una violazione postale. Il volume usciva dalla busta, mostrando il suo dorso, integro ma sciupatello. Il plico era da me atteso perché la gentile mittente mi aveva anticipato il suo arrivo, ma quasi  non me ne ricordavo più, lo pensavo già perso nei meandri oscuri delle Poste italiane. La data del timbro sul francobollo infatti parlava di un viaggio di 45 giorni: non male per un percorso Roma - Varallo Pombia… Un pellegrino romeo c’avrebbe messo di meno.  Stavo già leggendo la Grandes (ultimo commento) per cui misi il volume in lista d’attesa, scavalcando indelicatamente qualcos’altro. Ma in qualche modo dovevo rimediare, presso la mia amica mittente, lo sgarbo postale.

Dopo la lettura delle prime pagine mi sono detto “Cos’è? Uno scherzo? Ma questo non è un libro per me! Già.. un’autobiografia femminile, la casa dei Kennedy, interni familiari…” Ma  mi dissi anche che se la gentile mittente aveva pensato a me, una ragione ci doveva essere e doveva essere solida, così mi sono imposto di superare le prime resistenze a andare avanti. Ho fatto bene, ho scoperto una scrittrice di notevole spessore e qualità e mi si è aperto un mondo sconosciuto, tutto al femminile. Non si pensi a toni tipo Delly, Liala o romanzi rosa: tuttaltro! Un percorso di vita affrontato con grinta e determinazione, un viaggio verso la sofferenza e che solo attraverso la sofferenza trova un riscatto e una ragione di vita.

L’autobiografia di Naomi passa attraverso diversi momenti: l’infanzia con la conoscenza di Teddy, l’imprintig della vera amicizia troncata violentemente dalla decisione della madre di lui, dopo la morte del marito, di trasferirsi altrove; l’adolescenza, tutta consumata nel Vellesley college, un’istituzione d’eccellenza per donne aspiranti all’eccellenza (e il nucleo della formazione di Naomi sta qui); la scoperta della malattia di Teddy, il suo ritorno straziante nell’animo di Naomi; la morte della mamma e  la maturità con la scoperta del vero amore di Art. 

Impossibile trasmettere la valanga di emozioni e di sfumature che contraddistinguono il romanzo della Percer. E’ una scrittrice formidabile che, con una prosa lineare e priva di qualsiasi tipo di enfasi, descrive “l’educazione di una donna” la vera educazione: le frustrazioni, i successi, le umiliazioni, i sentimenti più diversi di una vita intera.

Il tono del libro e l’atmosfera del college campus rimandano a un clima quasi ottocentesco. Sorprendente. La vicenda si svolge negli anni novanta, ma l’immaginazione ci trasporta in ambienti claustrali “antichi”. Chiudo gli occhi e vedo gli edifici del college costruiti in mattoni rossi e con gusti goticheggianti, lunghi ambulacri dai soffitti altissimi, finestroni ad arco acuto, mobili in legno  massiccio dal colore scuro. Monasteri. Chiostri.  E vedo le ragazze degli anni ’90 in divisa da college, indisciplinate forse, ma rispettose dei luoghi e della loro quasi sacralità. E, nel romanzo stesso, non ci sono echi della contemporaneità, di niente che sia il mondo esterno. Il college è blindato, si parla solo di scienza, di lettere e di Shakespeare soprattutto. Il tono dei docenti e della preside è un tono antico, con echi da liturgie medievali, senza alcun cedimento alla modernità.

La massima aspirazione delle ragazze sembra essere quella di far parte della Shakes, un gruppo ristretto ed elitario che si diletta di mettere in scena drammi e tragedie di Shakespeare, dall’Amleto al Re Lear, alla Tempesta e anche opere minori. Una vera iniziazione riservata  a poche. E, pensandoci dall’esterno, molto strana. Perché Shakespeare e non qualcosa di più attuale? Sarebbe come pensare in Italia a un campus universitario che mette in scena tragedie del cinquecento…nel linguaggio austero e quasi “comico” del cinquecento. 

Naomi ne entra  a far parte, trascinata da amiche, ma non sembra che la cosa la soddisfi appieno. Lo straniamento è proprio questo: si tratta Shakespeare ma si beve molto, si fanno festini e non manca il sesso. In questo contesto di camuffamenti e maschere, di feste alcoliche Naomi ha infatti la sua prima esperienza sessuale, consumata con un professore anonimo mascherato: esperienza deludente, soprattutto quando Naomi scopre che il suo seduttore è un docente da lei poco stimato, anzi denigrato. Una prima esperienza sessuale traumatica, mortificante.

Il clima delle Shakes è difatti torbido, costellato di invidie, inimicizie e sospetti reciproci. Molti commentatori vedono nelle Shakes il fulcro del libro. Per me non lo è affatto, anche perché non si capisce dove stia l’eccellenza. Le Shakes mi sembrano (è un mio pensiero) la parodia trasgressiva della cultura, quasi una profanazione.

Naomi non compie la sua maturazione nelle Shakes, ma attraverso le molteplici sofferenze che la vita le offre: la malattia del padre, malandato di cuore. La tragedia della depressione della madre, culminata in un tumore cerebrale che la porta alla morte. La vicenda di Jun, l’amica giapponese ingiustamente accusata e costretta alle dimissioni. Infine la “batosta” della riscoperta dell’amico Teddy, malato e internato in una specie di casa per malati mentali. Sono tappe cruciali capaci di demolire qualsiasi resistenza. Infine la vita offre a Naomi la rinascita con l’amore di Art.

L’insegnamento del libro (ahi, quanto detesto questo moralismo! Se non insegnamento logica conclusione, deduzione) è uno solo: non si cresce se non passando attraverso la sofferenza. 

“Il primo tocco che molti di noi sentono (tutti?) è quello del dottore, che ci strappa da nostra madre così che possiamo diventare noi. E allora piangiamo, addolorati. E respiriamo.
La vita si annuncia con la sofferenza e la separazione. La Percer ne è convinta e la biografia di Naomi ci trasmette il messaggio che nessun traguardo è facile  e gratuito, ma costa lacrime e sangue.


Amoproust, 15 ottobre 2017

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