Elisabeth Percer – Educazione di una donna
Circa un mese fa ho ricevuto un
plico, un “piego libro”, molto malmesso e stazzonato, stracciato tanto da far
pensare a una violazione postale. Il
volume usciva dalla busta, mostrando il suo dorso, integro ma sciupatello. Il
plico era da me atteso perché la gentile mittente mi aveva anticipato il suo
arrivo, ma quasi non me ne ricordavo
più, lo pensavo già perso nei meandri oscuri delle Poste italiane. La data del
timbro sul francobollo infatti parlava di un viaggio di 45 giorni: non male per
un percorso Roma - Varallo Pombia… Un pellegrino romeo c’avrebbe messo di meno.
Stavo già leggendo la Grandes (ultimo
commento) per cui misi il volume in lista d’attesa, scavalcando indelicatamente
qualcos’altro. Ma in qualche modo dovevo rimediare, presso la mia amica
mittente, lo sgarbo postale.
Dopo la lettura delle prime pagine
mi sono detto “Cos’è? Uno scherzo? Ma questo non è un libro per me! Già..
un’autobiografia femminile, la casa dei Kennedy, interni familiari…” Ma mi dissi anche che se la gentile mittente
aveva pensato a me, una ragione ci doveva essere e doveva essere solida, così
mi sono imposto di superare le prime resistenze a andare avanti. Ho fatto bene,
ho scoperto una scrittrice di notevole spessore e qualità e mi si è aperto un
mondo sconosciuto, tutto al femminile. Non si pensi a toni tipo Delly, Liala o
romanzi rosa: tuttaltro! Un percorso di vita affrontato con grinta e
determinazione, un viaggio verso la sofferenza e che solo attraverso la
sofferenza trova un riscatto e una ragione di vita.
L’autobiografia di Naomi passa
attraverso diversi momenti: l’infanzia con la conoscenza di Teddy, l’imprintig
della vera amicizia troncata violentemente dalla decisione della madre di lui,
dopo la morte del marito, di trasferirsi altrove; l’adolescenza, tutta
consumata nel Vellesley college, un’istituzione d’eccellenza per donne
aspiranti all’eccellenza (e il nucleo della formazione di Naomi sta qui); la
scoperta della malattia di Teddy, il suo ritorno straziante nell’animo di
Naomi; la morte della mamma e la
maturità con la scoperta del vero amore di Art.
Impossibile trasmettere la
valanga di emozioni e di sfumature che contraddistinguono il romanzo della
Percer. E’ una scrittrice formidabile che, con una prosa lineare e priva di qualsiasi
tipo di enfasi, descrive “l’educazione di una donna” la vera educazione: le
frustrazioni, i successi, le umiliazioni, i sentimenti più diversi di una vita
intera.
Il tono del libro e l’atmosfera del
college campus rimandano a un clima quasi ottocentesco. Sorprendente. La
vicenda si svolge negli anni novanta, ma l’immaginazione ci trasporta in
ambienti claustrali “antichi”. Chiudo gli occhi e vedo gli edifici del college
costruiti in mattoni rossi e con gusti goticheggianti, lunghi ambulacri dai
soffitti altissimi, finestroni ad arco acuto, mobili in legno massiccio dal colore scuro. Monasteri.
Chiostri. E vedo le ragazze degli anni
’90 in divisa da college, indisciplinate forse, ma rispettose dei luoghi e
della loro quasi sacralità. E, nel romanzo stesso, non ci sono echi della
contemporaneità, di niente che sia il mondo esterno. Il college è blindato, si
parla solo di scienza, di lettere e di Shakespeare soprattutto. Il tono dei
docenti e della preside è un tono antico, con echi da liturgie medievali, senza
alcun cedimento alla modernità.
La massima aspirazione delle
ragazze sembra essere quella di far parte della Shakes, un gruppo ristretto ed
elitario che si diletta di mettere in scena drammi e tragedie di Shakespeare,
dall’Amleto al Re Lear, alla Tempesta e
anche opere minori. Una vera iniziazione riservata a poche. E, pensandoci dall’esterno, molto strana. Perché Shakespeare e non qualcosa
di più attuale? Sarebbe come pensare in
Italia a un campus universitario che mette in scena tragedie del cinquecento…nel
linguaggio austero e quasi “comico” del cinquecento.
Naomi ne entra a far parte, trascinata da amiche, ma non
sembra che la cosa la soddisfi appieno. Lo straniamento è proprio questo: si
tratta Shakespeare ma si beve molto, si fanno festini e non manca il sesso. In
questo contesto di camuffamenti e maschere, di feste alcoliche Naomi ha infatti
la sua prima esperienza sessuale, consumata con un professore anonimo
mascherato: esperienza deludente, soprattutto quando Naomi scopre che il suo
seduttore è un docente da lei poco stimato, anzi denigrato. Una prima
esperienza sessuale traumatica, mortificante.
Il clima delle Shakes è difatti
torbido, costellato di invidie, inimicizie e sospetti reciproci. Molti commentatori
vedono nelle Shakes il fulcro del libro. Per me non lo è affatto, anche perché
non si capisce dove stia l’eccellenza. Le Shakes mi sembrano (è un mio
pensiero) la parodia trasgressiva della cultura, quasi una profanazione.
Naomi non compie la sua maturazione
nelle Shakes, ma attraverso le molteplici sofferenze che la vita le offre: la
malattia del padre, malandato di cuore. La tragedia della depressione della
madre, culminata in un tumore cerebrale che la porta alla morte. La vicenda di
Jun, l’amica giapponese ingiustamente accusata e costretta alle dimissioni.
Infine la “batosta” della riscoperta dell’amico Teddy, malato e internato in una
specie di casa per malati mentali. Sono tappe cruciali capaci di demolire
qualsiasi resistenza. Infine la vita offre a Naomi la rinascita con l’amore di
Art.
L’insegnamento del libro (ahi,
quanto detesto questo moralismo! Se non insegnamento logica conclusione,
deduzione) è uno solo: non si cresce se non passando attraverso la sofferenza.
“Il primo tocco che molti di noi sentono
(tutti?) è quello del dottore, che ci strappa da nostra madre così che possiamo
diventare noi. E allora piangiamo, addolorati. E respiriamo.
La vita si annuncia con la
sofferenza e la separazione. La Percer ne è convinta e la biografia di Naomi ci
trasmette il messaggio che nessun traguardo è facile e gratuito, ma costa lacrime e sangue.
Amoproust, 15 ottobre 2017
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