mercoledì 28 giugno 2017

Sulla strada di Jack Kerouac

Jack Kerouac – Sulla strada

Riprendere in mano e rileggere un classico degli anni sessanta è piacevole ma anche struggente e alquanto triste. Cosa rimane nel mondo di oggi, nell’America di Trump, del ribellismo della beat generation e dell’entusiasmo distruttivo nei confronti della società irreggimentata e servile degli anni ’50?

Nulla.

“Sulla strada” è l’epopea selvaggia dei giovani che non volevano farsi ingabbiare dalle regole del postbellico American dream, con il caldo e comodo posto di lavoro fisso, la casetta con il giardinetto, l’automobile nel vialetto, una moglie devota e una schiera di marmocchi da allevare. Meglio l’irregolarità, lo sballo, la ricerca continua del nuovo anche se indeterminato, la strada appunto. La strada come simbolo dell’eterno andare, viaggiare, perdersi. La strada qualunque essa sia come alternativa alla stabilità urbana, noiosa, ripetitiva, omologante: “la nostra unica e nobile funzione nel tempo: andare”.

Tutto ciò contrapposto “all’assoluta pazzia e il fantastico andirivieni di New York con i suoi milioni e milioni di uomini che si prendono a gomitate all’infinito fra di loro per un dollaro. Il pazzo sogno: afferrare, prendere, dare, sospirare, morire, solo per poter essere sepolti in quell’orribile necropoli dietro a Long Island City”.

L’eroe assoluto di questa epopea è Dean, amico della voce narrante Sal Paradiso (alter ego dell’autore) e personaggio irriverente, straripante, irrequieto e instabile, portatore primo del morbo del “viaggio”. Non importa dove si va, dall’est all’ovest o al contrario dello sterminato continente americano, dal Nord al Sud fino al profondo caldo soffocante Messico. L’importante è andare, vivere come si può, di espedienti, disperdere interi patrimoni, senza cura di nulla e, nell’andare prendersi tutto ciò che la vita offre in termini di piacere e di esperienza. Non importa proprio nulla: come si è vestiti, come e cosa si mangia, come e con che mezzi si viaggia, non importano neppure le donne che si incontrano e con cui si amoreggia, si scopa senza mantener fede ad alcun legame affettivo. 

Il disordine e lo sporco, la promiscuità e la mancanza di ogni regola civile sembra essere il costante sfondo di questa vita selvaggia e  incoerente, senza alcun fine se non l’ “andare”.

Nel libro di Kerouac c’è un’ideologia: la ribellione, come si è detto all’ “american way of life” in nome di un sogno libertario intessuto di amicizia e ricerca dell’autenticità contro l’ansia e il male di vivere della società borghese. E strumento di questa ribellione è l’insensato concedersi ad ogni forma di rovesciamento dei valori borghesi, comprese le pericolosissime fughe offerte dall’alcool (a fiumi!), dalle droghe, gli ingegnosi trucchi (compresi i furti e i passaggi illegali sui mezzi di trasporto) per sopravvivere.

Ma in questo libro c’è molta bellezza: il valore assoluto dell’amicizia, la solidarietà tra uguali. Il senso della natura che straripa, appena possibile da bellissime descrizioni incantate e struggenti. Il riconoscimento del diverso, l’abbattimento delle barriere sociali, etniche, il valore dell’umanità come “fratellanza universale”. In questo libro non ci sono nemici contro cui combattere, ma solo persone da conoscere e, se possibile, amare.

C’è poi un negativo – possiamo dirlo – storico, prefemminista. Le donne non sono mai protagoniste, ma solo e sempre strumenti, oggetti anche d’amore ma quasi sempre di un amore passeggero. I legami sono incompatibili con “la strada”, i legami fermano, frenano e la famiglia è un legame insopportabile.

Vorrei citare poi il bellissimo finale di questo libro, finale che mi ha incantato. L’approdo in Messico, l’incontro con quella società diversissima e meravigliosa, quasi un Eden primitivo  e selvaggio. Dove non “c’è nulla di stabile”. 
Sal si ammala, è scosso dalla febbre e dai crampi, ma Dean, l’amico di sempre lo abbandona, in nome della strada. “Quando migliorai mi resi conto che mascalzone fosse, ma poi dovetti immedesimarmi nelle impossibili complicazioni della sua vita, come fosse stato costretto ad abbandonarmi laggiù, ammalato, per tirare avanti con le sue mogli e i suoi guai “Ok vecchio Dean, non dirò nulla”.

L’addio definitivo poi a New York. Sal sembra stanco, distrutto mentre…
“Il vecchio Dean è partito… Cencioso in un cappotto tarmato che s’era portato apposta per il clima rigido dell’est, s’allontanò da solo e l’ultima volta che lo vidi fu mentre svoltava l’angolo della settima Avenue, gli occhi fissi sulla strada davanti a sé, e di nuovo tesi verso di essa.

“Il vecchio Dean è partito” pensai, a ad alta voce dissi “Gli andrà bene”.

Sulla strada si trova solo e sempre il bene.


Amoproust, 28 giugno 2017

Nessun commento:

Posta un commento