Carlo Alianello – L’alfiere
La letteratura sul nostro
Risorgimento è ampia, sia saggistica che narrativa. Ma la retorica patriottarda
e l’esigenza di rafforzare l’unità della nazione hanno a lungo evidenziato solo
le letture apologetiche, mettendo in ombra quelle critiche o addirittura “capovolte”.
Anche sui nostri libri di storia per le scuole, Garibaldi è un eroe indiscusso,
Cavour il grande “tessitore” e Vittorio Emanuele il realizzatore dell’unità. I
Borboni poi non ne parliamo: forcaioli e retrogradi, austeri conservatori dell’ordine
antico, contrari ad ogni novità.
Tutto ciò almeno fino all’avvento
del “Gattopardo” che, con il suo successo ha aperto la strada a un modo diverso
di osservare la realtà della conquista del Regno delle due Sicilie, non mancando
di suscitare ancora resistenze e reazioni scandalizzate. Ma esisteva già una
letteratura che aveva operato una lettura dalla parte dei “vinti”, letteratura
ombreggiata e soffocata ma con i suoi momenti di successo.
“L’alfiere” di Carlo Alianello
appartiene a questa letteratura. Scritto nel 1942 in clima bellico e ancora
sotto l’influsso dell’era fascista costò all’autore il confino, ma fu difeso e
più volte in edizione fino alla massima notorietà per uno sceneggiato
televisivo del 1956. Ripreso quindi nel dopoguerra da Vallecchi e dalla BUR con
la recente edizione del 2011.
Lo stile dell’autore è retorico ed
enfatico con improvvise distensioni in un linguaggio semplice e scorrevole quando si parla di vita e di
amore.
L’alfiere è Pino Lancia, ufficiale
tenente borbonico dei Cacciatori che ha un unico pensiero: lui ha giurato
fedeltà al Re, alla corona e alla Nazione, quella è la sua vocazione e il suo
destino, sollecitazioni diverse non lo scompongono, anzi lo irritano. Il
liberalismo – la libertà che molti osannavano portata da Garibaldi - era
semplicemente una cosa senza senso, l’Italia unita sotto i Piemontesi una
bestemmia. La sua libertà è l'uniforme gallonata, amata fino al feticismo. Pino è un ventenne sensibile
e umano soprattutto verso la sua truppa, ma questo non toglie che verso i
nemici (emissari di Satana) sia impietoso. Dio è con lui, con Sua Maestà e il
suo esercito.
Ferito nella battaglia di Partinico
e inviato per la convalescenza a Napoli, assiste alla decadenza del Regno e al
progressivo tradimento dei reggimenti che passano al nemico. La teoria di
Alianello è che i borbonici hanno perso perché non ci fu vera resistenza e i
generali (illusi dalla forza di Garibaldi e dalla speranza di fulgide carriere
nell’esercito piemontese) hanno tradito, impedendo la battaglia.
Pino è amareggiato, viene persino
quasi per burla incarcerato dai suoi a Tito (Potenza), ma liberato rientra nei
ranghi e partecipa alla battaglia sul Volturno e alla resistenza di Gaeta, in
mezzo a mille avventure che danno al romanzo il sapore di un Dumas.
Tuttavia le pagine più belle, dove
l’autore si distende, dimentica quasi la retorica sono le pagine d’amore (per l’algida
Renata e poi la sensibile Titina, il suo vero amore e infine l'appassionata Ginevra), i
dialoghi e i fremiti d’amore. E poi le pagine dedicate alla cultura del Sud, la
serenata alle belle nelle strade di Tito e il ballo della tarantella. Così come
indimenticabile è la scena madre dell’addio di Francesco II a Napoli alla corte
e ai suoi dignitari in un clima funereo di tristezza e decadimento.
Il libro, nel suo insieme è un
notevole grande affresco di quel periodo storico. La posizione politica dell’autore
è discutibile ma tutto calcolato conta molto poco. Ciò che conta sono i valori
di fedeltà, di lealtà e di onore che accomunano Pino allo strambo Padre
Carmelo, suo compagno di viaggio e di lotte nel finale.
Finale che è un po’ patetico, con
quel riconoscimento postumo di chi l’aveva detto “morto” e, mentre Gaeta crolla
sotto i bombardamenti piemontesi l’affermazione che “non abbiamo capitolato”
perché la vittoria dei nemici non significa l’abdicazione ai propri valori di
fedeltà.
Un libro da leggere per chi è
curioso delle varie interpretazioni sul nostro Risorgimento, da accostare per
confronto ai “Vicerè” di De Roberto e al più moderno, lucido e disincantato “Gattopardo”
di Tomasi di Lampedusa.
Una verità emerge
chiara: ci sono anche le ragioni dei vinti.
Amoproust,
21 maggio 2016
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