Orhan Pamuk- La stranezza che ho nella testa
Istanbul non è la capitale ufficiale
della Turchia, sospesa com’è tra Europa e Asia, ma è la città cui aspirano tutti
i turchi, soprattutto coloro che tendono
a una promozione sociale, a sfuggire la povertà e le angustie culturali
dei piccoli paesi dell’Anatolia, a diventare in qualche modo “europei” pur
restando fedeli alle tradizioni e all’Islam. Un grande calderone dove ribollono
tutti i fermenti innovativi e dove trovano spazio tutte le diverse etnie e le
diverse appartenenze del popolo turco.
Mevlut è un venditore di yogurth e di boza, una bevanda
a base di mais e di grano, di malto, fermentata e preparata con metodi
artigianali e costruita per il suo modesto contenuto alcolico mascherato che aggira il divieto di consumo di bevande alcoliche. Mevlut viene dalla
provincia e ha imparato questo mestiere dal padre e lo pratica da quando era
ragazzo. Il venditore di boza porta un giogo sulle spalle che regge un bilanciere
dove stanno i bidoni della bevanda e i bicchieri. Venditore ambulante che gira
la sera e nottetempo per le strade e i
vicoli della grande città, gridando “boooza” talvolta accolto con favore dai
residenti che lo invitano a salire, talvolta rischiando i branchi di cani
rabbiosi e violenti.
Mevlut ama questo mestiere e lo pratica
con passione e non lo abbandona nemmeno quando le evenienze e le necessità
della vita lo portano a fare altre cose durante il giorno, il cameriere, il
gestore di piccoli negozietti, il funzionario dell’ente dell’energia elettrica,
deputato a controllare gli allacciamenti illegali.
Attorno a Mevlut si muove tutta una
comunità di gente immigrata dalla provincia, aleviti, curdi, gente normale ed
esaltati rivoluzionari. Mevlut è un uomo pacifico e ingenuo, che è pago della semplicità
della sua vita e aspira solo a trovare una moglie e costruirsi una piccola
casetta. Gli immigrati occupano gradatamente tutti i terreni demaniali attorno
alla città, delimitano spazi arbitrariamente privatizzati, ne rivendicano la
proprietà con certificati ottenuti da funzionari corrotti. Istanbul cresce in
questo modo insensato, senza un piano regolatore, senza un vero impianto
urbanistico. Mevlut ha anche lui il suo angusto spazio ereditato dal padre. E a
un matrimonio incontra gli occhi di una ragazza giovanissima della famiglia
dello sposo e ne rimane abbagliato. Le scrive quindi lettere su lettere
esaltandone la bellezza e il fascino con
parole da innamorato, ma queste missive vengono dirette a un nome
sbagliato Rayiha, sorella della più bella Samiha, ma, in quanto maggiore, con
titolo al matrimonio prima della sorella. Alla fine, con l’aiuto di un amico
complice dello scambio, Mevlut rapisce l’innamorata ma nella persona di Rayiha,
cui non aveva destinato le lettere. E, nonostante tutto, la sposa e la ama con
passione, vive con lei una vita pacifica
e meravigliosa, per nulla turbato dallo scambio. Fino alla morte di
Rayiha avvenuta per il terzo parto infelice. Dopo di che Mevlut sposa Samiha,
la donna dello scambio delle lettere perché ormai la cosa è quasi di pubblico
dominio. Una donna molto diversa, intrepida e decisa, che ben rappresenta l'emancipazione femminile.
Questo il nocciolo della vicenda privata
di Mevlut, abbastanza strano, intriso di ritualità arcaiche come il rapimento
ai fini del matrimonio per sfuggire alla combine delle famiglie. Ma non è qui
tutto il libro di Pamuk. Che è un testo
corale, epico che rappresenta nel bene e nel male la crescita tumultuosa di Istanbul,
la sua modernizzazione in nome di una speculazione selvaggia, ma inevitabile
per la pressione demografica cui la città è sottoposta. E i protagonisti sono
tutti gli immigrati turchi, tradizionali e innovatori, tra un colpo di Stato e
l’altro, nella generale corruzione pubblica e privata che destabilizza la
cultura originaria e ne mina le fondamenta. L’autore, profondo conoscitore
della città, non fa dell’inutile moralismo, guarda attraverso la storia di
Mevlut e il progressivo declino della sua professione di venditore di boza, la trasformazione
di Istanbul e ne rievoca con nostalgia un passato che non tornerà. Il passato
dei vicoli nel centro e nelle periferie, la semplice vita degli immigrati e il
grido del venditore, il bozaci: “Booza”.
Proprio per questo le pagine finali
sono le più belle e le più ispirate: “Quando
alla fine dell’estate le ruspe della Vural Costruzioni cominciarono a demolire le case di Kültepe, Mevlut andò
tutti i giorni a guardare… quando fu il turno della sua, Mevlut sentì un tuffo al cuore. Bastò un colpo della
pala meccanica e in un attimo migliaia di ricordi – la sua infanzia, i cibi che
mangiava, i compiti che faceva, gli odori che respirava, la voce del padre che
russava mentre dormiva – andarono in frantumi, dispersi per sempre.”
E Mevlut, testardamente, in quella nuova
selva urbana di case di sette, otto piani, continua a vendere la boza. E una
voce gli dice “Non smettere mai bozaci. Non chiederti mai chi la comprerà fra
questi palazzi e questo cemento. Tu gira per le strade.” E Mevlut risponde: “Non
smetterò mai di vendere la boza, io.”
E ciò che voleva dire alla città proveniva da dentro di lui ed era tutto
intorno a lui, era un’intenzione sia del cuore che delle labbra “Ho amato
Rayiha più di ogni altra cosa a questo mondo“ disse Mevlut tra sé e sé. Rayika che rappresenta la donna turca, tradizionale e riservata.
Un libro, quest’ultimo di Pamuk
difficile da definire. Certamente è un libro sulla cultura tradizionale turca
in evoluzione, tra nostalgia e avanzata ineluttabile del progresso con le sue
molteplici ombre e le sue luci, rappresentate soprattutto dall’emancipazione
delle donne, che hanno, nel romanzo, un ruolo particolare di stimolo positivo e
di animazione di un mondo maschile un po’ retrogrado e tardo a muoversi. Non
per nulla il nome e il ricordo di
Ataturk ricorrono con frequenza.
Una lettura impegnativa e difficile,
a volte annebbiata dalla noia del ripetersi di situazioni e intrecci già visti.
Ma ampiamente riscattata da un finale (la settima parte: “la forma di una città
che cambia”) forte e illuminante:
“Anche da bambino, e poi da ragazzo, Mevlut credeva che gli oggetti misteriosi
che osservava quando camminava per le strade sbucassero dalla sua mente - Sapeva
che era tutta immaginazione, ma fantasticava lo stesso… E, negli ultimi anni, per Mevlut
non c’era più alcuna differenza fra le sue fantasie e le cose che vedeva per le
strade. Era come se fossero fatte della stessa sostanza”.
La stranezza che tutti abbiamo nella
testa…
Amoproust, 4 gennaio 2016.
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