Maurizio
Maggiani – Il romanzo della Nazione
Cos’è una nazione? Per Maurizio
Maggiani è l’Italia che non è mai diventata tale, è ciò che voleva un popolo
alla disperata ricerca della realizzazione della sua sovranità, quella
sovranità che è nel popolo non del
popolo, perché se è “del” gli può essere portata via, com’è successo e come
sempre succede quando si usa il “del” designativo della proprietà. Ma "nel" significa dentro, un'identità naturale.
Scrive Maggiani questo ipotetico
romanzo attraverso le storie molteplici dei suoi protagonisti, la sua famiglia
anzitutto. La madre, la bellissima Adorna, che passava le linee dei
nazifascisti in bicicletta con le armi nella sporta, armi infilate là da suo
marito, fiducioso che la bellezza della moglie avrebbe incantato i militi e
impedito ogni ispezione. E il padre, morto prima che Maurizio potesse
scrivere il suo romanzo perché il padre
era lo scrigno della memoria di tutta un’epoca, un’epopea di popolo dal
Risorgimento ai giorni nostri.
Scrive Maggiani la storia dei protagonisti
vissuti in un lembo di terra tra Liguria, Toscana ed Emilia, quasi terra di
nessuno, terra popolata dai “lombardi” così venivano chiamati i rifugiati,
spesso banditi che la popolavano. E l’epopea si concentra nella costruzione
dell’Arsenale di La Spezia, delle centinaia di lavoratori che lo hanno reso
possibile, ingegneri, scarriolanti, fabbri, facchini, tornitori, pellai,
vetrai, architetti, battilama, scalpellini, pittori, quasi impossibile fare
l’elenco del “popolo” di lavoratori dediti alla costruzione della loro nazione.
Il romanzo che è un po’
autobiografia, un po’ epopea, un po’ diario e un po’ memoria storica si snoda
attraverso il racconto di queste vite, tutte avventurose e appunto epiche. A
cominciare dalla vita di suo padre. Elettricista, che lavorava con le mani
senza guanti scottandosi di tremende ustioni per le scariche a 220 volt, ma
anche appassionato di musica che andava ad ascoltare clandestinamente al Regio
di Parma compiendo il viaggio d’inverno nelle garritte dei frenatori sulla
Pontremolese, di nuovo scottandosi con il gelo le mani che si attaccavano al ferro
delle traversine. Con il suo amico Trippi, ambedue fondatori della cellula del
locale partito comunista, ma in cuor loro mazziniani e garibaldini, eredi di
una tradizione repubblicana dura a
morire.
Struggenti le pagine
dell’anziano padre ormai ospite dell’ospizio Giuseppe Mazzini, struttura convenzionata
ASL, ormai ridotto a dare le briciole del pane che stringeva nel pugno alle
tartarughe del laghetto nel giardino. Un giorno disse, seduto sul letto con le braghe
del pigiama in mano “Non ce la faccio” e da allora non si mosse più.
E il nonno Garibardo, segnato dalla
tragedia di aver ucciso involontariamente il suo figlio Cesare, scambiato per
un ladro nel capanno. E la nonna Anita e le zie, presenze femminili dotate di forza
e determinazione contadina.
Mille sono le figure che popolano
il romanzo di Maggiani. Per esempio Bezzi Cristoforo, a sei anni in filanda a
rigugliare gli orditi spezzati sui telai (lavoro riservato ai bambini per le
loro piccole dita) che a undici anni scappa a Nizza e si arruola come tamburino su una fregata di
Bonaparte che poi segue fino all’Elba dove impara il mestiere dei ralmigatore,
l’uomo che cuce gli orli delle vele, mestiere delicatissimo e di
responsabilità; poi incontra Garibaldi e lo segue a New York e diventa uno dei
mille. Ecco, questi sono i fondatori di nazioni.
Nel libro di Maggiani si va
dall’epopea garibaldina alla Liberazione, dalle guerre napoleoniche alla
vicenda della Dandolo, mitica corazzata che mai sparò un colpo in vita sua,
dalle archeologhe scopritrici dei porti sepolti nella faglia di Israele a
Pertini, per suo padre l’ultimo Presidente della repubblica degno di questo
nome. E si passa attraverso la morte di Kennedy, di Martin Luther King e Robert,
tutte vittime di chi non voleva che si affrancasse un popolo.
Libro di una ricchezza immensa,
passionale, di vite vissute a tutto tondo, con sacrificio ma sempre grande
dignità e nobiltà.
Non manca l’ironia come quando
Maggiani cita San Bernardino e la sua classificazione delle Vergini tra cui le
ultime, le Vergini Malefiche, sarebbero quelle che te la promettono sempre, te
la fanno intravedere e non te la danno mai.
Passa nelle pagine di Maggiani più
di mezzo secolo di storia d’Italia, ma non la storia ufficiale dei re ma la storia
vera di popolo, nel suo intento di costruire una nazione.
“Quando dico che Camillo Benso
aveva tutto per la testa tranne che una nazione, vorrei ricordare che intanto
nel regno il diritto di voto era stabilito per censo. Votavano i ricchi che
eleggevano ricchi. Una nazione invece è un patto universale, una nazione è una testa un voto. Una
nazione è un popolo di uomini liberi che liberamente si lega.”
Un grande romanzo da leggere. Da
portare nelle scuole. Da dare in mano ai giovani perché si rendano conto. Un
grande Maggiani, non sempre facile da leggere, ma tale per cui, quando hai
finito di leggerlo, non sei più quello di prima. E hai voglia di rileggerlo, di
ripercorrerne le pagine, le storie, le riflessioni.
“Come facessero non lo so, ma era tutta
gente che sognava mentre lavorava e quello che avrebbero fatto con il loro lavoro
era la loro utopia.”
Amoproust, 14 novembre 2015
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